il problema attuale non è più la lotta della democrazia contro il fascismo ma quello del fascismo nella democrazia (G. Galletta)

Amicus Plato, sed magis amica veritas



martedì 24 agosto 2010

FIAT capitalismo all’italiana – come fare pagare i debiti a tutti , intascare da soli i ricavi e pretendere di disporre sopra ogni cosa dei lavoratori..

Sono convinto che quando le dichiarazioni pubbliche hanno valenza politica, le ambiguità e il galleggiamento fine a se stesso non possono avere spazio.
A tale riguardo, la vicenda dei tre lavoratori di Melfi, licenziati e riammessi per via giudiziaria al lavoro e successivamente impediti materialmente dalla Fiat di svolgere le loro mansioni è emblematica.
Un’azienda come la Fiat, che da decenni riesce ad evitare il fallimento solo grazie all’accattonaggio di incentivi e di continue immissioni di soldi pubblici non può permettersi di dettare regole inderogabili nel campo delle relazioni industriali, così come farebbe qualunque “padronato” forte della propria posizione.

I quattrini gestiti da Marchionne (ricordiamocelo!) sono in larga parte quattrini di noi tutti!
Al signor ministro del lavoro, e ai segretari di quei sindacati che si son mostrati assai accomodanti con la Fiat, credo bisogna ricordarlo.
Visto che, in una operazione di onanismo mentale, ci si sta dovunque domandando se sia giusto o meno che un “lavoratore blocchi…..” , una domanda, forse un po’ più pertinente, io credo, potrebbe essere:
Può un Marchionne qualsiasi o un CDA di una qualsiasi azienda italiana che ha ricevuto in maniera e misura continua e sostenuta, aiuti  da NOI TUTTI (in quanto Stato Italiano) permettersi di scappare col malloppo (delocalizzare) o disattendere gli esiti di una sentenza in materia di “lavoro”?


Certo che con un premier , leader indiscusso delle leggi ad personam o ad azienda anche altri rischiano di montarsi la testa.

Loris

Forse Marchionne, il Ministro del lavoro Sacconi e Bonanni della CISL pensano di essere ancora ai tempi di 
"Riso Amaro"

venerdì 20 agosto 2010

Praga, 20 agosto 1968

Il 16 gennaio del 1969, il giovane ventunenne cecoslovacco Jan Palach si trasformò in una torcia umana per protestare contro l'occupazione militare sovietica e contro la repressione nel sangue della Primavera di Praga. Jan Palach denunciava l'oppressione sovietica e interpretava la volontà dei popoli dell'Est europeo di riconquistare quelle stesse libertà fondamentali che, con passione, molti giovani rivendicavano nelle piazze per il Vietnam e per altri popoli in lotta

20 Agosto, una data non facile e triste nella storia della Sinistra internazionale e frutto di ripensamenti e lacerazioni pure in Italia. Quel giorno, del 1968, le truppe del patto di Varsavia invadevano la Cecoslovacchia, interrompendo l’esperienza di governo conosciuta come “Primavera di Praga” diretta da Alexander Dubcek. Il tentativo di Dubcek e del suo governo fu un tentativo di democraticizzazione del sistema politico cecoslovacco con l’apertura della vita politica a partiti fino a quel momento non presenti e a tentativi di autogestione nelle fabbriche.
La paura della destabilizzazione e la perdita di controllo sui “paesi satellite” indirizzo l’ “Establishment” dell’Unione Sovietica verso una occupazione militare che trovò al di fuori della “cortina di ferro” pochi estimatori.
Storicamente potremmo dire che mentre si muovevano i carri verso Praga da questa parte della cortina di ferro c’era chi  si dedicava a organizzazioni segrete come “Gladio” e mantenevano comunque la democrazia italiana in regime di libertà vigilata, visto che sono emersi i documenti di un eventuale intervento militare della NATO se il PCI vincendo le elezioni fosse andato al governo.
Triste e squallido epilogo se oggi vediamo la tessera 1816 della P2, Berlusconi, dare le pacche sulle spalle e considerare amicone l’ex funzionario del KGB , Putin.
Triste e ingeneroso nei confronti di chi in quel tentativo di cambiamento ha creduto ed ha sacrificato la vità.

Eroi furono quei giovani, operai, studenti, semplici cittadini cecoslovacchi che sfidarono i carri armati . Eroi furono quei giovani che in tutto il mondo si schierarono al finco del popolo cecoslovacco.
Loris






mercoledì 18 agosto 2010

A proposito di Funzionari dello Stato che garantiscono la nostra sicurezza e l'ordine Democratico





 Alcune sere fa ero presso la sede del “Comitato Piazza Giuliani” di via Monticelli a Genova, e nell’attesa di iniziare una riunione consultando pubblicazioni presenti nei locali mi sono imbattuto nel libro “ Con il nome di mio figlio. Dialoghi con Haidi Giuliani” a cura di Marco Rovelli.
Il libro, in forma dialogante, racconta il percorso pubblico di Haidi Gaggio Giuliani  dopo l’uccisione del figlio il 20 luglio 2001 . Parla di lei e dell’impegno nella difesa dei diritti di quelle persone che improvvisamente si trovano a dover subire delle vere e proprie “ingiustizie di Stato”: Federico Aldrovandi, Renato Biagetti, Stefano Cucchi, solo per citarne alcuni.
Un impegno che è una evoluzione della sua attività precedente di “maestra per passione” e profondamente legata alle tematiche sociali con le quali si confrontava nel suo percorso di insegnante ed educatrice.




La scelta del pezzo che ho estrapolato dal libro fa riferimento al maggio 2007, ma per le ragioni, facilmente comprensibili, che esplicherò comunque dopo la lettura di Haidi risulta di una attualità impressionante. 





I5/05/07
In Italia ci sono persone che delinquono, che appartengono alla mafia e alla criminalità organizzata. È vero, ma sono molti di più i cittadini onesti o che ai processi risultano innocenti.
Questa è la logica, in sintesi, della risposta che ho ricevuto giovedì scorso dal capo della Polizia Prefetto Giovanni De Gennaro. Nel corso di un'indagine conoscitiva in tema di servizi di informazione per la sicurezza, in Commissione Affari Costituzionali del Senato, avevo posto al Prefetto una domanda: quali misure intendesse adottare per assicurare una formazione profondamente democratica, rispettosa dei principi costituzionali, a tutti gli agenti di PS, visto il lungo elenco di rappresentanti delle forze dell' ordine indagati o addirittura condannati. Avendo pochissimo tempo a mia disposizione non ho potuto elencare le cause: atti di violenza, abuso, falsa testimonianza, ricettazione, e via delinquendo; ma sono certa che il Prefetto ne sia informato.
Che in questo paese ci sia un discreto numero di «delinquenti in divisa» - come li ha giustamente definiti Giulietto Chiesa quasi sei anni fa - tuttora in servizio - a ricoprire cariche di responsabilità, non preoccupa nessuno?
Riporto dall' agenzia ANSA: «Io, ha assicurato il capo della polizia, non credo che i comportamenti dei singoli, sicuramente censurabili, debbano inficiare il valore delle forze di polizia in generale. Paghiamo, ha sottolineato, con molti morti il nostro lavoro ed io ho il massimo rispetto per lei, per la sua sofferenza e il suo dolore, ma voglio anche dire, e mi riservo di consegnarle i dati, che le assoluzioni di agenti di polizia sono molte e credo siano di gran lunga superiori alle condanne.»
Non sono sicura di aver compreso il senso del riferimento al mio personale dolore, avendo io posto una domanda di interesse generale, che riguarda il rapporto di fiducia tra i cittadini e le forze dell' ordine, che riguarda quindi l'intero paese, la nostra democrazia. Da quasi sei anni attendo piuttosto le scuse per l'uccisione di mio figlio, e non solo: l'istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta che faccia luce sulle reali responsabilità della disastrosa gestione dell' ordine pubblico in quei giorni a Genova, come è scritto nel programma del governo. E attendo di sapere perché non si vogliono dotare gli agenti impegnati in ordine pubblico di segni di riconoscimento, come avviene in altri paesi e come più volte abbiamo richiesto.
Il Prefetto, per ora, ha promesso dei numeri.





Il 17 giugno 2010 Giovanni De Gennaro (attualmente direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza) viene condannato in appello ad un anno e quattro mesi di reclusione per istigazione alla falsa testimonianza nei confronti dell'ex questore di Genova Francesco Colucci nel processo per l'irruzione alla Diaz del G8 nel 2001 (fonte la Rai News24)











Spartaco Mortola, ex capo della Digos di Genova nel luglio del 2001, condannato in secondo grado a 3 anni e otto mesi per l'irruzione e i falsi della scuola Diaz e a un anno e due mesi per induzione alla falsa testimonianza col capo dei servizi De Gennaro. (Spartaco Mortola viene promosso questore dopo la condanna inflittagli) (fonte la Repubblica)










Infine, via D’Amelio : "Le rivelo che nei servizi opera un alto funzionario indagato per strage di mafia” afferma Carmelo Briguglio, membro del  Copasir “ (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) "Ho chiesto che venisse sospeso in attesa di un proscioglimento, ma è ancora in piena attività" (fonte Tiscali).






A questo punto parlare di casi isolati o poco rilevanti offenderebbe l’intelligenza di un qualunque osservatore. La preoccupazione per la effettiva tutela della legalità in un contesto di crisi del sistema politico come quello attuale è legittima.

Gli interrogativi che poneva Haidi nel 2007 erano assolutamente centrati e pertinenti. Forse sbagliato era l’interlocutore, ma di sicuro non per colpa di Haidi.




Loris


link utili:














martedì 17 agosto 2010

Cossiga è morto

Cossiga è morto - ora aspettiamo che qualcuno ritrovi qualche altro armadio della "vergogna" con i faldoni sui cospiratori di "gladio" e sulle più o meno trattative con le BR nel rapimento moro. Sulle persecuzioni nei confronti dei lavoratori comunisti e sulle tecniche da adottare per provocare disordini e successive repressioni indiscriminate ne ha già parlato lui da vivo.

MUSICA CONTRO IL POTERE - E a noi speriamo che non resti solo la musica.....





 

Litfiba dal palco attaccano Dell'Utri - L'assessore: "Mai più in Sicilia"




NEW YORK - Il fondatore dei Pink Floyd, Roger Waters, non si fa scrupolo di dare a una band canadese il permesso di armeggiare con il suo classico "Another Brick in the Wall" da utilizzare come un inno per i giovani iraniani. 




Con sede a Toronto la Blurred Vision band “visione offuscata”, composta da due fratelli esuli iraniani, ha rielaborato il testo per esprimere il risentimento da parte dei giovani nei confronti del governo dell'Iran, dove è illegale suonare musica rock. Un noto versetto è stato cambiato in "Ehi, l'ayatollah, lascia quei capretti soli!"  


 

Waters ha detto che incoraggia gli artisti ad utilizzare la canzone per resistere a tutte le forme di repressione. Ha inoltre dichiarato che vede la band come giocare una parte fondamentale nella "resistenza a un regime che è sia repressivo che brutale".
"Ho applaudito e sostenuto la resistenza degli scolari in Sud Africa a quel regime repressivo e brutale", ha detto, "e anche applaudo e sostengo la resistenza dei bambini palestinesi a Gaza e in Cisgiordania per il tipo di occupazione brutale che subiscono". 
Fonte – The washington post



martedì 10 agosto 2010

Caro Nichi, la nuova sinistra è eterosessista?

“a sinistra” è nato come blog che potesse essere un momento di discussione e confronto a sinistra. In questo momento politico, è a mio parere, forte lo sbilanciamento tra la ricerca di un leader e i contenuti che devono esprimere un progetto non solo politico ma della stessa società.
Ricevo e pubblico una mail dell’amico e compagno Valerio che ha indirizzato una lettera a Nichi Vendola in cui sollecita un chiarimento sul tema dei diritti e delle identità.


Mi auguro che confronti come questi aiutino al di la delle singole posizioni a migliorare la conoscenza e ritrovare unità di intenti all’interno del popolo della sinistra. 
Loris



Caro Nichi,

sono un giovane aderente a Sel. La mia storia politica inizia fuori dai partiti nell’associazionismo laico italiano, nel movimento studentesco e nel movimento LGBT che è stato ed è il mio principale impegno.

Ai partiti sono arrivato dopo tutte queste esperienze, timoroso, riluttante, preoccupato di avere a che fare con modalità della politica che avevo sempre guardato con sospetto, abituato in quanto cittadino gay 


a vedere le mie richieste, le mie aspirazioni e i miei bisogni essere sempre messi da parte, contrattati, sacrificati e poi dimenticati anche dal centrosinistra.

Iniziai con la preadesione a Sinistra Arcobaleno, per il legame e la stima politica con la capolista candidata nella mia città, quell’esperienza mi portò nel PRC per qualche mese, con la voglia di partecipare da lì ad 


un percorso unitario della sinistra e nello stesso modo mi fece uscire dal PRC per continuare coerentemente il mio percorso insieme alle compagne e ai compagni di Sinistra e Democratica e degli altri partiti che facevano 


parte di Sinistra Arcobaleno, o almeno di quelli che decisero di continuare il cammino per la costruzione di una nuova sinistra italiana.

In quel periodo vissi, anche nel circolo dove ero iscritto, nel circolo del mio quartiere dove oramai con molti ci si conosceva e si aveva un buon rapporto, la critica secondo la quale la sinistra aveva perso perché si occupava 


solo di “froci e zingari”, ricordo in particolare un dibattito nel circolo di presentazione delle mozioni, in cui “cornuto e mazziato”, per quanto il centrosinistra non avesse spostato di un millimetro verso l’Europa ma non solo, l’asticella dei diritti LGBT, sentivo dire che bisognava riprendere a occuparsi solo di lavoro e di lavoratori, che non c’era tempo e non serviva perdere tempo e voti a occuparsi dei diritti di tutti e dei miei, pareva finito il tempo delle rose e bisognava trovare il modo di inseguire un tozzo di pane, senza sapere più come.

Il dato confortante, nella disperazione di quelle discussioni fatte di regolamenti di conti, di recriminazioni, della ricerca di responsabili ma soprattutto di scuse e di capri espiatori per giustificare una sconfitta che non si voleva capire e per la quale non si riuscivano a trovare altre giustificazioni rassicuranti, era vedere che certe posizioni semplicistiche, di arretramento, razziste e omofobiche, non riuscivano a fare breccia, o almeno non più di tanto, nella mozione che sostenevo.

Oggi SEL ha avviato il percorso che la porterà al suo congresso e, leggendo il Manifesto proposto sembrerebbe di vedere che, nonostante tutto, quella linea stia passando in quella che, in sostanza, sarà una sorta di Costituzione per il nostro partito.

Credo anche io, come molte compagne e molti compagni, che si tratti di un buon documento, se guardo a quello che c’è.

Non posso però fare a meno di vedere anche che qualcosa manca, manca così tanto che l’assenza potrebbe sembrare una scelta politica.

Nel documento manca la laicità, manca la sessualità, mancano i corpi.

Le parola Libertà contenuta nel nostro nome diventa mezza pagina dedicata ad un tema importante come l’antiproibizionismo, ma lì sembra esaurirsi l’essere libertari, perdendo l’occasione di definirci fortemente laici, perdendo l’occasione di parlare di libertà nelle relazioni, nel costruire la propria vita e le proprie famiglie.

Le cittadine e i cittadini LGBT non sono mai nominat*, se non implicitamente in un generico rifiuto dell’omofobia che oramai si riesce a far esprimere più o meno da chiunque, ma in positivo niente.

Il manifesto è stato presentato a Genova  da Paolo Cento ed ero stato colpito da un suo passaggio, provenendo dai Verdi segnalava l’importanza che il tema dell’ambiente fosse portato avanti all’interno di una analisi generale e non relegato nel classico dipartimento ambiente.

Mentre lo ascoltavo pensavo al fatto che, per quanto riguarda i diritti civili, si era fatta una riunione un mese prima circa a Roma a cui avevo partecipato in cui con Alessandro Zan, Elettra Deiana ed altre compagne e compagni ci si era visti per fondare un forum diritti che, tra le altre cose, pensava di elaborare delle proposte su questi temi per il congresso visto che la bozza di manifesto usciva dalla segreteria.

Conosci bene il movimento LGBT e la sua storia e sai l’importanza che ha avuto in passato ma che continua ad avere oggi il tema della visibilità. Discutendo con Paolo Cento lui motivava questa assenza con la possibilità che la tua presenza fosse stata valutata simbolicamente così forte da dare questi temi per scontati.

Sappiamo tutt* quanto spesso la presenza di un esponente LGBT è servita a marginalizzare il tema dei diritti di cittadinanza di lesbiche, trans, gay e bisessuali invece che a dare loro la giusta importanza, quanto le parlamentari e i parlamentari provenienti dal movimento LGBT sono stati in passato lasciati soli.

Sai sicuramente quanto, spesso, il sottointeso e quindi il non detto faccia del male alle persone LGBT, come spesso sia l’altra faccia della discriminazione.

In politica spesso il sottointeso ha voluto dire poi sacrificare queste istanze, magari per inseguire qualche voto cattolico, o meglio clericale.

Credo che le cittadine e i cittadini LGBT in questo paese si meritino, già in grande ritardo, di essere pres* in considerazione, almeno nei manifesti visto che non lo sono ancora nella politica concreta di questo paese, e che SEL debba iniziare da subito, dal Manifesto, con un segnale di discontinuità, a considerare le cittadine e i cittadini LGBT parte integrata della società e quindi di un ragionamento complessivo invece di “segregarli” in un documento ad hoc scritto da alcuni dei militanti del movimento LGBT iscritti a SEL che rischi di finire, come sempre, dimenticato.

Se la sfida è davvero quella di ricostruire una sinistra riformatrice nella politica e innovativa nelle idee abbiamo bisogno di parlare chiaro,  se vogliamo dire che c’è un’Italia migliore non possiamo dimenticarci di una parte del paese a cui sono negati i diritti più elementari.


Mancano ancora mesi al congresso e si può evitare di perdere l’ennesima occasione, oppure possiamo regalare questi temi, su cui la sinistra dovrebbe avere molto da dire, al Ministro Carfagna, a Granfranco Fini e a FLI.







Valerio Barbini - Genova










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