il problema attuale non è più la lotta della democrazia contro il fascismo ma quello del fascismo nella democrazia (G. Galletta)

Amicus Plato, sed magis amica veritas



venerdì 4 settembre 2009

PENSIERI IN LIBERTA', E SIAMO IN UN REGIME

…La giornata di ieri è stata sufficentemente ricca da non potermi sottrarre a un po’ di considerazioni in libertà come mi capita di fare da un po di tempo a questa parte.
Iniziamo con la cosa che più ha colpito l’opinione pubblica: le dimissioni del direttore del giornale l’Avvenire, dopo l’azione di killeraggio del direttore del “Giornale” Feltri. Che Feltri sia assolutamente incline a questo genere di azioni non è cosa sconosciuta, appena pochi mesi fa ricordiamo che dalle pagine di “Libero” (n.d.a. ma libero de che?) per riscattare l’onor ferito del suo datore di lavoro metteva in prima pagina le tette al vento della quasi ormai ex moglie di S. Berlusconi.. Ho già avuto modo di parlare del delitto Matteotti, dei suoi killer e del suo mandante, B. Mussolini. Dove ci sono dei killer, ci sono sempre dei mandanti: materiali perché li pagano, morali perché comunque ispirano un clima che consentono e favoriscono queste infamie.
Non è casuale il riferimento a Mussolini, oggi la Rosi Bindi alla festa del PD sottolineando lo stato di emergenza democratica ha affermato che Mussolini confrontato a Berlusconi era un dilettante.
Posso anche concordare con lei ma mi rammarico che rincorrendo chissà quali eterei valori e ideali il suo ex segretario Veltroni voleva colloquiare con il piduista Berlusconi e tanto si è adoperato per far si che si destrutturasse ogni cosa che poteva stare a Sinistra del PD. Da epoche non sospette riesumo il pensiero che chi si proclamava kennediano e poi manifestava per la pace nel Vietnam doveva aver subito un forte trauma o nella migliore delle ipotesi si portava appresso grosse turbe, pertanto era sicuramente adatto a sparare cazzate come quella che Craxi innovò più di Berlinguer visto che gli eredi naturali oggi hanno un nome come Berlusconi, Feltri, Cicchitto e altri.
E, dopo la vicenda dell’Avvenire significativa è stata l’uscita di Berlusconi in un delirio di omnipotenza nei confronti dei portavoce europei che hanno “osato” ledere sua maestà sulla triste e infame vicenda dei respingimenti indiscriminati verso la Libia . In questo caso come è stato dimostrato dalla documentazione fotografica comparsa sull’Unità il piduista 1816 non si fa scrupolo di assecondare i torturatori del regime di Tripoli. Sarà forse’ solo un modo diverso di far fare ad altri quello che forse vorrebbe fare lui e i suoi compagni di merende leghisti ma non possono ancora in maniera evidente fare?
Altro argomento forse passato in secondo piano vista la rilevanza dell’attacco alla libertà di stampa è stata l’uscita di Gasparri a proposito della possibile e da me e da ogni democratico auspicata bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta. Gasparri per niente preoccupato ha dichiarato che si troverà un cavillo per aggirare l’ostacolo. Ma anziché cercare il cavillo non sarebbe meglio che cercasse anche se penso sia cosa impossibile qualche neurone attivo che gli consentisse se non altro ad accendere il cervello prima di aprire bocca?
Ultimo argomento per non ammorbare più del necessario riguarda la molto onorevole Alessandra Mussolini che si è sentita offesa da una frase recitata nel film “Francesca” che parla dell’immigrazione vista dalla parte degli immigrati, romeni in questo caso, presentato al festival di Venezia : "Non hai sentito quella puttana della Mussolini che vuole morti tutti i romeni? E quello stronzo del sindaco di Verona che ha dichiarato la città libera dai romeni?".
Ho sorriso sulle intenzioni della molto onorevole nipotina del Duce perché credo che nel tentativo di rendere verosimile il dialogo nel film si sia voluto dare un giudizio più politico che morale. Non credo che il regista del film abbia mai digitato su Google le parole “Alessandra Mussolini nuda “ e successivamente fatto la ricerca per immagini .Non credo che da quelle immagini il regista perché ovviamente sensibile ai problemi dell’immigrazione abbia fatto impropriamente 1+1=3.
Eventualmentei la prova fatela anche voi.

Loris




Invito tutti a partecipare in massa a tutte le iniziative che sosterranno la Libertà di Stampa e, in special modo alla giornata promossa dalla federazione nazionale della stampa per il giorno 19 settembre.

martedì 1 settembre 2009

Come progettare un nuovo modello sociale? F. Gesualdi


da Carta n. 24 [3 luglio 2009], p. 64
C’è un passaggio nell’articolo di Paola Baiocchi e Andrea di Stefano, pubblicato sul numero 23 di Carta [26 giugno 2009], che mi pare di fondamentale importanza. Volendo parafrasare «Lettera a una professoressa», andrebbe scolpito sulla porta di ogni gruppo d’acquisto e di ogni gruppo che aderisce a Bilanci di Giustizia. La frase è: «Per modificare a fondo l’economia in senso egualitario, non basta parlare di stili di vita, bisogna parlare di modelli di società». Può sembrare strana questa mia posizione, ma dopo avere insistito per anni sul consumo critico e sugli stili di vita come nuovi spazi di impegno, sento che questa proposta può trasformarsi in un’involuzione se viene vissuta come il nostro unico spazio di impegno. Ho sempre concepito le azioni attraverso il consumo come un’ulteriore leva di impegno politico in aggiunta alle altre che tradizionalmente abbiamo sempre vissuto (voto, sindacato, protesta, rivendicazione, partecipazione locale, progettazione dell’alternativa), perché solo utilizzando tutti gli spazi di potere che abbiamo a nostra disposizione possiamo sperare di promuovere il cambiamento. Invece ho l’amara sensazione che molti stiano vivendo le iniziative attraverso il consumo come una sostituzione degli altri livelli di impegno, una sorta di riflusso nel privato politico: avendo capito che il sistema è duro a cambiare, ci rifugiamo nelle piccole iniziative individuali e di gruppo, che almeno ci danno la sensazione di avere raggiunto qualcosa di concreto. Aspirazione legittima, ma che va vista per quello che è: una tentazione per trovare l’illusione della pace interiore. Coerenza personale, esperienze alternative, partecipazione istituzionale in ambito locale, rivendicazione e opposizione in ambito nazionale e internazionale, ma anche pensiero in grande: questi sono, a mio avviso, gli spazi che dobbiamo occupare contemporaneamente se vogliamo giocare un ruolo di cambiamento reale. Fra tutti, quello che sento abbandonato di più è l’ultimo, il pensiero in grande, la capacità di delineare un orizzonte alternativo, una nuova terra promessa verso la quale incamminarci. Navighiamo a vista, come tutti gli altri protagonisti della scena politica, senza un progetto se non parole; decrescita, sostenibilità, «buen vivir». Parole belle, che esprimono valori importanti, ma che non si trasformano in azione politica perché non delineano un quadro alternativo di riferimento, non esprimono il famoso modello sociale di cui parlano Paola e Andrea. Prendiamo atto della realtà: siamo pochi, sempre gli stessi, se andiamo avanti di questo passo ci spegneremo per consunzione. Mi chiedo perché, e una parte della risposta sta nella violenza del sistema, che ci impone una precarietà crescente, forme di assunzione che dividono, invasione televisiva, concentrazione mediatica, impoverimento scolastico. Tutto questo sta modifi cando il nostro essere, sta scalzando il senso dei diritti, della solidarietà collettiva, dell’equità, del rispetto, per fare posto ai concetti mercantili di tipo individualista: arrivismo, successo, ricchezza. Ma mi dico che parte della responsabilità è anche nostra: di fronte ai gravi problemi sociali e ambientali che stiamo vivendo, partoriamo solo piccole iniziative individuali e di gruppo, non siamo assolutamente capaci di indicare una strada di trasformazione di massa. Questo è il terreno che dobbiamo recuperare. Mentre continuiamo a fare tutto il resto che già facciamo, dobbiamo trovare il tempo e le energie per occuparci anche della progettazione dell’alternativa, altrimenti non diventeremo mai credibili. La gente vuole sapere come potrà vivere pur smantellando l’industria dell’automobile, come potrà avere una buona sanità, una buona istruzione, in una parola una buona economia pubblica, pur raffreddando l’economia, come si coniuga una buona vita con risorse limitate. Dobbiamo tornare a riflettere, a progettare l’alternativa, e dobbiamo farlo in una maniera partecipata, guai alle soluzioni di vertice. Sogno la nascita di cento, mille, un milione di piccoli gruppi diffusi in ogni dove, che si confrontano su questi interrogativi e al tempo stesso prospettano degli scenari di lungo respiro e delle strategie di intervento immediato. Un lavoro di pensiero e di progettazione diff uso ma non svincolato, effettuato in un rapporto di rete che nel tempo possa sfociare in un qualcosa di più organizzato: un movimento dalle mille specificità che però è unito da un pensiero comune sulla forma sociale ed economica che può assumere la nostra società industriale, un movimento che, pur proponendo e vivendo strategie politiche e partecipative le più varie, forma massa critica nella medesima direzione e sa coagulare attorno a sé nuove forze. Ci vuole una regia per tutto questo. Vedrei bene che fosse assunta in maniera congiunta dalle riviste dei nostri movimenti, perché hanno il vantaggio di arrivare a molti. Chiedo formalmente ai direttori di Carta, Altreconomia, Valori, di rispondere a questo appello e di dichiararsi disponibili a un incontro di approfondimento.
Attendo fiducioso una risposta.

Francesco Gesualdi *
Come progettare un nuovo modello sociale?
da Carta n. 24 [3 luglio 2009], p. 64

*Francesco Gesualdi (conosciuto anche come Francuccio Gesualdi; Foggia, 1949) .
In gioventù fu allievo di Don Milani alla Scuola di Barbiana.
Infermiere di professione, utilizza tutto il suo tempo libero per coordinare e svolgere le attività del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (PI), un centro di documentazione che focalizza la propria attività sui problemi connessi ai rapporti disuguali tra il nord e il sud del mondo.
Francesco Gesualdi ha pubblicato vari libri e articoli riguardanti le negazioni dei diritti umani, lo sfruttamento del lavoro minorile, il potere delle multinazionali, la crisi dell'occupazione, l'impoverimento a livello globale, il problema energetico, il debito del Terzo Mondo, l'inquinamento e la distruzione dell'ecosistema.
Promuove l'uso di strumenti come il consumo critico, la "non-collaborazione", il boicottaggio, il commercio alternativo, le ecotasse, la finanza solidale, le reti locali, la banca del tempo, lo sviluppo sostenibile, cercando in questo modo di favorire una rivoluzione degli stili di vita, della produzione e dell'economia.
Ha coordinato numerose campagne di pressione, come quelle nei confronti delle aziende Nike, Chicco/Artsana, Chiquita, Del Monte.
Collabora con la rivista Altreconomia e ha fondato insieme ad Alex Zanotelli la rete Lilliput.
Nel libro Dalla parte sbagliata del mondo Gesualdi racconta a Lorenzo Guadagnucci la sua vita e le sue battaglie. (fonte Wikipedia)

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