A gennaio riportai un pezzo tratto dal “Politecnico” di Elio Vittorini sul ruolo della cultura nella società.
Un mio commento terminava con questa considerazione “La nuova Cultura che sia a difesa dell’uomo e non solo consolatoria la sento dopo Gaza più distante, ma, credo che sia una battaglia a cui non ci si deve sottrarre nel tentativo di dare alle prossime generazioni oltre al bello dei quadri, palazzi, sculture anche una società migliore e più giusta.”
Oggi finirà il suo iter parlamentare il DdL conosciuto come “pacchetto sicurezza”, non serve che stia a ripetere cosa include questo decreto, ne parlano abbondantemente giornali e blog, Vorrei cercare di soffermarmi però su un aspetto a mio parere fondamentale, cioè quanto di questo decreto è già parte integrante della nostra cultura.
Riferendoci a questo decreto sottolineiamo la limitazione di diritti, le discriminazioni che sono alla fine di origine razziale e religioso ma in realtà queste diventano paradossalmente poca cosa rispetto all’omologazione culturale che asseconda quest’atto legislativo.
L’arretrare o l’avanzare in termini legislativi è legato essenzialmente ai governi più o meno operosi nella buona come nella cattiva politica; non c’è legge che non sia abrogabile o emendabile.
L’arretramento culturale invece è una tara che mina profondamente i legami sociali e la possibilità di evoluzione di una società o di una parte di essa.
Il pensare di governare mutamenti di rapporti tra popoli, religioni, etnie in termini legislativi restrittivi in una società, non destinata, ma di fatto già immersa nella multietnicità ci condanna ad un isolamento dal quale non sarà sufficiente una legge o una norma per risvegliarci. Non si recupererà in un giorno quello che per assimilarlo e perderlo abbiamo impiegato ben più di mezzo secolo.
La rimozione della memoria in questo caso risulta cosa assai più grave della perdità della libertà stessa.
Domani ci sveglieremo un po più razzisti, un po più xenofobi e per molti, la cosa grave, è che non solo non sentiranno la differenza ma si sentiranno tranquillizzati.
In realtà la loro tranquillità avrà la stessa motivazione che troviamo nel “Deserto dei Tartari” di Buzzati dove la vita viene consumata “dignitosamente” all’interno di una fortezza, nel nostro caso mentale, a difenderci da attacchi improbabili e contaminazioni. E intanto la fortezza si svuota.
Un mio commento terminava con questa considerazione “La nuova Cultura che sia a difesa dell’uomo e non solo consolatoria la sento dopo Gaza più distante, ma, credo che sia una battaglia a cui non ci si deve sottrarre nel tentativo di dare alle prossime generazioni oltre al bello dei quadri, palazzi, sculture anche una società migliore e più giusta.”
Oggi finirà il suo iter parlamentare il DdL conosciuto come “pacchetto sicurezza”, non serve che stia a ripetere cosa include questo decreto, ne parlano abbondantemente giornali e blog, Vorrei cercare di soffermarmi però su un aspetto a mio parere fondamentale, cioè quanto di questo decreto è già parte integrante della nostra cultura.
Riferendoci a questo decreto sottolineiamo la limitazione di diritti, le discriminazioni che sono alla fine di origine razziale e religioso ma in realtà queste diventano paradossalmente poca cosa rispetto all’omologazione culturale che asseconda quest’atto legislativo.
L’arretrare o l’avanzare in termini legislativi è legato essenzialmente ai governi più o meno operosi nella buona come nella cattiva politica; non c’è legge che non sia abrogabile o emendabile.
L’arretramento culturale invece è una tara che mina profondamente i legami sociali e la possibilità di evoluzione di una società o di una parte di essa.
Il pensare di governare mutamenti di rapporti tra popoli, religioni, etnie in termini legislativi restrittivi in una società, non destinata, ma di fatto già immersa nella multietnicità ci condanna ad un isolamento dal quale non sarà sufficiente una legge o una norma per risvegliarci. Non si recupererà in un giorno quello che per assimilarlo e perderlo abbiamo impiegato ben più di mezzo secolo.
La rimozione della memoria in questo caso risulta cosa assai più grave della perdità della libertà stessa.
Domani ci sveglieremo un po più razzisti, un po più xenofobi e per molti, la cosa grave, è che non solo non sentiranno la differenza ma si sentiranno tranquillizzati.
In realtà la loro tranquillità avrà la stessa motivazione che troviamo nel “Deserto dei Tartari” di Buzzati dove la vita viene consumata “dignitosamente” all’interno di una fortezza, nel nostro caso mentale, a difenderci da attacchi improbabili e contaminazioni. E intanto la fortezza si svuota.
