il problema attuale non è più la lotta della democrazia contro il fascismo ma quello del fascismo nella democrazia (G. Galletta)

Amicus Plato, sed magis amica veritas



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martedì 24 settembre 2013

Per non dimenticare... Neruda

Quarant'anni fa, il 23 settembre 1973, a dodici giorni dal golpe che determinò la morte del suo Amico, Compagno e Presidente Allende, moriva Pablo Neruda. Per lui, nella drammaticità di quei giorni, la diplomazia internazionale si stava muovendo e pare fosse in programma, per il giorno 24 settembre, la sua partenza dal Cile di Pinochet per un esilio in Messico. Sono tutt'ora in corso accertamenti su quali furono le cause del suo decesso; le fonti ufficiali parlarono di tumore e ad oggi altre cause non risultano accertate.
Alla sua morte i militari golpisti si diedero al saccheggio e alla devastazione delle sue case dove avevano trovato dimora libri quadri e oggetti vari, come le polene collezionate nella sua dimora di Isla Negra, isola dove la sua salma ha potuto essere tumulata solo dopo la caduta del regime militare.
Il suo funerale, per quanto blindato, fu di fatto la prima manifestazione contro il regime di Pinochet e dei suoi complici e il non fare mancare sino alla caduta del regime fiori e biglietti sulla sua tomba, era il messaggio evidente che la Resistenza continuava ad essere viva.


Compagni, seppellitemi a Isla Negra,
di fronte al mare che conosco,
a ogni superficie rugosa della pietra
e delle onde che i miei occhi perduti
non rivedranno più.
Ogni giorno d’oceano
mi portò nebbia o puri dirupi di turchese,
o semplice estensione, acqua rettilinea, invariabile,
quello che chiesi, lo spazio che divorò la mia fronte.
Ogni passo funebre del cormorano, il volo
di grandi uccelli grigi che amavano l’inverno,
e ogni tenebroso circolo di sargasso
e ogni onda grave che si scrolla via il freddo,
e ancor di più, la terra che un nascosto erbario
segreto, figlio di foschie e di sali, roso
dall’acido vento, minuscole corolle
della costa incollate alla sabbia infinita:
tutte le chiavi umide della terra marina
conoscono ogni grado della mia gioia,
sanno
che voglio dormire il tra le palpebre
del mare e della terra…
Voglio essere trascinato
verso il basso nelle piogge che il selvaggio
vento del mare combatte e sminuzza,
e poi per canali sotterranei proseguire
verso la primavera profonda che rinasce.
Scavate accanto a me la fossa di colei che amo,
e un giorno lasciate che mi faccia compagnia
anche nella terra.
(P.Neruda - Disposizioni)


Neruda, non era solo un poeta "impegnato", ma un vero militante di quella sinistra che al sogno di riscatto di Allende, si dedicò con tutta la sua conoscenza e passione. Di lui ricordiamo le righe seguenti scritte a tre giorni dal golpe e pochi giorni prima di morire, allegati alla sua autobiografia "Confesso che ho vissuto":

Allende non è mai stato un grande oratore. E come statista era un governante che chiedeva
consiglio per tutte le misure che .prendeva. Fu un antidittatore, il democratico per principio fin nei minimi particolari. Gli toccò un paese che non era più il popolo principiante di Balmaceda; trovò una classe operaia potente che sapeva di cosa si trattava. Allende era un dirigente collettivo; un uomo che, senza provenire dalle classi popolari, era un prodotto della lotta di quelle classi contro la stagnazione e la corruzione dei loro sfruttatori. Per queste cause e ragioni, l'opera realizzata da Allende in così breve tempo è superiore a quella di Balmaceda; non solo, è la più importante nella storia del Cile. Solo la nazionalizzazione del rame è stata un'impresa titanica. E la distruzione dei monopoli, e la profonda riforma agraria, e molti altri obiettivi che vennero realizzati sotto il suo governo essenzialmente collettivo.

Le opere e ì fatti di Allende, di incancellabile valore nazionale, resero furiosi i nemici della nostra liberazione. Il simbolismo tragico di questa crisi si rivela nel bombardamento del palazzo del governo; uno evoca la guerra lampo dell'aviazione nazista contro indifese città straniere, spagnole, inglesi, russe; adesso succedeva lo stesso crimine in Cile; piloti cileni attaccavano in picchiata il palazzo che. per due secoli è stato il centro della vita civile del paese. 

Scrivo queste rapide righe a soli tre giorni dai fatti inqualificabili che hanno portato alla morte il mio grande compagno, il presidente Allende. Sul suo assassinio si' è voluto fare silenzio; è stato sepolto segretamente; soltanto alla sua vedova fu concesso di accompagnare quell'immortale, cadavere. La versione degli aggressori è che trovarono il suo corpo inerte, con visibili segni di suicidio. La versione che è stata resa pubblica all'estero è diversa. Immediatamente dopo il bombardamento aereo entrarono in' azione i carri armati molti carri armati, a lottare intrepidamente contro un sol uomo: Il Presidente della repubblica del Cile, Salvador Allende, che li aspettava nel suo ufficio, senz'altra compagma che Il suo grande cuore, avvolto dal fumo e dalle fiamme.
Dovevano approfittare di un'occasione così bella. Bisognava mitragliarlo perché non si sarebbe mai dimesso' dalla sua carica. Quel corpo. è stato sepolto segretamente In un posto qualsiasi. Quel cadavere che andò verso la sepoltura accompagnato da una sola donna che portava in sé tutto il dolore del mondo, quella gloriosa figura morta.era. crivellata e frantumata dai colpi delle mitragliatrici dei soldati del Cile che ancora una volta avevano tradito il Cile.


Ecco il "Testamento" del poeta che chiude "Canto General"

Lascio i miei vecchi libri, raccolti negli angoli del mondo, venerati
nella loro tipografia maestosa,
ai nuovi poeti d’America,
a quanti un giorno
fileranno nel roco telaio interrotto
le significanze di domani.
Termino qui.
Questa parola nascerà di nuovo,
chissà in un altro tempo senza pene,
senza le impure fibre che attaccarono
nere vegetazioni al canto mio,
e di nuovo su in alto starà ardendo
il mio cuore infuocato e stellato.
Così termina il libro, qui vi lascio
questo mio Canto Generale scritto
nella persecuzione cantando, sotto
le ali clandestine della patria.
Oggi, 5 febbraio di quest’anno
1949, in Cile, a “Godomar
de Chena”, alcuni mesi prima
dei miei quarantacinque anni d’età.




Da "Tre Residenze Sulla Terra"  "Solo la Morte". A recitarla è Sabines che nell'originale ricalca molto bene la musicalità che Neruda dava alle sue poesie recitate da lui stesso.

Solo la morte (Residenza sull terra 2)
Pablo Neruda

Vi sono cimiteri soli,

tombe pieni di ossa senza suono,

il cuore che attraversa una galleria

oscura, oscura, oscura,

come un naufragando nell'intimo moriamo,

come se affogassimo nel cuore,

come se andassimo cadendo dalla pelle all'anima.

Vi sono cadaveri,

Vi sono piedi di appiccicosa pietra fredda,

v'è la morte nelle ossa,

come un suono puro,

come un latrato senza cane,

che esce da certe campane, da certe tombe

crescendo nell'umidore come il pianto o la pioggia 

Io vedo, solo, a volte

bare a vela 

salpare con defunti pallidi, con donne dalle trecce morte

con panettieri bianchi come angeli,

con bimbe pensierose sposate con notai,

bare che risalgono il fiume verticale dei morti,

il fiume violetto

verso l'alto, con le vele gonfiate dal suono della morte

al sonoro giunge la morte,

come una scarpa senza piede, come un vestito senza senz'uomo,

giunge a battere con un anello senza pietra e senza dito,

giunge a gridare senza bocca, senza lingua, senza gola.

E tuttavia i suoi passi risuonano,

e il suo vestito risuona silenzioso, come un albero.

Io non so, io poco conosco, io vedo appena,

ma credo che il suo canto abbia il colore di viole umide,

di viole assuefatte alla terra,

perché il volto della morte è verde,


e lo sguardo della morte è verde,

col l'acuta umidità di una foglia di viola

e il suo grave colore d'inverno esasperato

Ma la morte anch'essa va per il mondo vestita da scopa,

lambisce il suolo cercando defunti

la morte è nella scopa, 

è la lingua della morte che cerca i morti

è l'ago della morte che cerca il filo.

La morte sta nelle brande:

nei materassi lenti, nelle coperte nere

vive distesa, e d'improvviso soffia :

soffia un suono buio che gonfia le lenzuola,

ed esistono letti che navigano verso un porto

dove lei sta in attesa, vestita da ammiraglio.


domenica 22 settembre 2013

E quando in Palazzo Vecchio...(Pablo Neruda)



E quando in Palazzo Vecchio, bello come un'agave di pietra,
salii i gradini consunti, attraversai le antiche stanze,
e uscì a ricevermi un operaio, capo della città, del vecchio fiume,
delle case tagliate come in pietra di luna, io non me ne sorpresi:
la maestà del popolo governava.
Guardai dietro la sua bocca i fili abbaglianti della tappezzeria,
la pittura che da queste strade contorte venne a mostrare
il fior della bellezza a tutte le strade del mondo.
La cascata infinita che il magro poeta di Firenze 
lasciò in perpetua caduta senza che possa morire, 
perchè di rosso fuoco e acqua verde son fatte le sue sillabe
Tutto dietro la sua testa operaia io indovinai.
Però non era, dietro di lui, l'aureola del passato il suo splendore:
era la semplicità del presente.

(Pablo Neruda)

(Parral, 12 luglio 1904 – Santiago del Cile, 23 settembre1973)




mercoledì 11 settembre 2013

11 settembre 1973 - una canzone infinita


L'11 settembre 1973 segnò la fine del Cile democratico di Salvador Allende, l'assassinio da parte dei generali traditori del Presidente stesso e l'apertura di un periodo di torture assassinii e persecuzioni nei confronti di coloro che avevano sostenuto S. Allende.
Furono molti gli artisti e intellettuali che si spesero per sostenere il governo di Unità Popolare e, uno fra tutti fu Victor Jara, che pagò con la vita il suo impegno sociale e culturale vicino a S. Allende.
Arrestato presso l'università dove lavorava e aveva voluto recarsi nonostante il golpe in corso, veniva torturato selvaggiamente e internato nello stadio di Santiago insieme ad altre migliaia di persone .
Li troverà la morte dopo aver subito un'ultima vergognosa e ignobile umiliazione, massacrandogli le mani con le quali suonava e componeva la musica cara al popolo cileno e al suo Presidente S. Allende.
Loris

Il seguente brano è estratto dal libro "Joan Jara racconta Victor Jara una canzone infinita" (Sperling & Kupfer Editori) ed la testimonianza di quei giorni e quelle ore della compagna di Victor Jara: Joan.



11 settembre 1973
Mi sveglio di buon'ora come sempre. Victor dorme ancora, perciò scendo dal letto senza far rumore e sveglio Manuela che deve andare a scuola presto. Vado dabbasso per mettere il bollitore sul fuoco, e dopo pochi minuti compare Monica, che sbadiglia e si frega gli occhi. È tutto normale nell'anormalità in cui viviamo. È una mattinata coperta, fredda e lugubre.
<...>
La Manuel de Salas è affollata di studenti. Qui non c'è traccia di sciopero. Solo una minima percentuale delle famiglie non sostiene Unità Popolare. Sulla via di casa; accendo la radio e sento che Valparaiso è stata isolata e che ci sono insoliti movimenti di truppe, I sindacati invitano i lavoratori a tenere assemblee nei luoghi di lavoro perché questa è un'emergenza, una situazione da: allarme rosso.
Corro a casa per informare Victor. Quando arrivo, è già alzato e sta armeggiando con la radio a transistor per sintonizzarsi su Magallanes o su una delle altre stazioni favorevoli a Unità Popolare. «Sembra proprio che ci siamo», ci diciamo l'un l'altro, «è cominciata per davvero.»
Quel mattino Victor avrebbe dovuto cantare all'Università Tecnica per l'inaugurazione di una speciale mostra sugli orrori della guerra civile e del fascismo, alla quale sarebbe intervenuto Allende che doveva tenere un discorso. «Be', non ci sarà», osservai. «No, ma ritengo di doverci andare comunque. Tu intanto va' a prendere Manuela a scuola, è meglio che siate a casa assieme, e io farò qualche telefonata per scoprire che cosa sta succedendo.»
<...>
Arrivata a scuola, scoprii che agli allievi più giovani erano state impartite istruzioni affinché tornassero a casa, mentre gli insegnanti e gli studenti più anziani sarebbero rimasti nell'edificio. Feci salire Manuela in macchina e sulla via del ritomo, benché la ricezione fosse disturbata, udimmo Allende alla radio. Sentire la sua voce dal palazzo della Moneda era rassicurante, ma sembrava un discorso d'addio.
Trovai Victor nello studio intento ad ascoltare la radio, assieme ci rendemmo conto che quasi tutte le stazioni di Unità Popolare venivano zitti te, per via delle antenne danneggiate, o perché erano state occupate dai militari, e udimmo una musica marziale sostituirsi alla voce del Presidente :
Questa è l'ultima volta in cui sarò in grado di parlarvi... Non mi arrenderò ... Ripagherò con la mia vita la lealtà del popolo ... A voi dico: sono sicuro che i semi che abbiamo gettato nella coscienza di migliaia e migliaia di cileni non possono venire completamente sradicatì., non ci sono né crimine né forza abbastanza potenti da arrestare il processo di mutamento sociale. La storia ci appartiene perché è fatta dal popolo ... “
Era il discorso di un uomo eroico che sapeva di essere prossimo alla morte, ma in quel momento lo udivamo solo a sprazzi. A un tratto, Victor fu chiamato al telefono ... Ascoltare le parole di Allende mi era quasi insopportabile.
Victor aveva aspettato che tornassi prima di uscire. Aveva deciso che doveva recarsi al suo posto di lavoro, l'Università Tecnica, secondo le istruzioni della CUT.<...>
Era impossibile dirsi addio come si deve. Se lo avessimo fatto mi sarei aggrappata a lui senza lasciarlo più andare, per cui ci comportammo in maniera disinvolta. «Mamita, sarò di ritorno appena possibile ... tu lo capisci, devo andare ... non temere.» «Ciao» ... e, quando tornai a guardare, Victor era scomparso.
<...>
 Monica era intenta a preparare il pranzo, e Amanda e Carola giocavano in giardino, quando all'improvviso udimmo un rombo, poi il sibilo di un jet in picchiata, e infine una spaventosa esplosione. Era come trovarsi di nuovo in guerra ... Corsi fuori per portare le bambine al coperto, chiusi le persiane e convinsi le piccole che si trattava di un gioco. I jet però continuavano a tuffarsi in picchiata, e sembrava che i loro razzi colpissero la poblaciàn poco più su di noi, verso i monti. Fu in quel momento, credo, che qualsiasi illusione potessi aver avuto morì dentro di me: se era questo ciò cui ci opponevamo, quale speranza poteva esserci?
Arrivarono poi gli elicotteri, bassi sopra gli alberi del giardino. Dal balcone della nostra camera da letto li vidi, fermi in aria, come sinistri insetti, colpire d'infilata la casa di AIlende a colpi di mitragliatrice. Lassù in alto, verso la cordigliera, un altro aeroplano volava in tondo. Potemmo udire per.ore e ore l'acuto lamento dei' suoi motori: che fosse l'aereo di controllo?  
Subito dopo squilla il telefono. Corro a rispondere, e odo la voce di Victor: «Mamita, come stai? Non sono riuscito a chiamare prima ... Sono qui all'Università Tecnica ... Sai quello che succede, vero?» Gli dico dei bombardieri in picchiata, ma che stiamo tutte bene. «Quando torni a casa?» «Ti chiamerò più tardi... adesso hanno bisogno del telefono ... Ciao.»
<...>
Sentiamo che il palazzo della Moneda è stato bombardato ed è in fiamme....ci chiediamo se Allende sia sopravvissuto ... di questo non dicono niente. Viene imposto il coprifuoco.
<...>
Dobbiamo supporre che adesso tutti i telefoni siano sotto controllo, ma verso le quattro e mezzo Victor chiama. «Devo rimanere qui... sarà difficile che torni a casa a causa del coprifuoco. La prima cosa che farò domattina sarà di rincasare non appena tolto il coprifuoco ... Mamita, ti amo.» «Anch'io ti amo ... » ma dicendolo mi manca il respiro, e lui ha già riattaccato.
L'indomani il coprifuoco venne tolto solo nella tarda mattinata, e le domestiche uscirono a frotte per comprare il pane al negozio all'angolo.
<...>
Strada facendo, due camion mi superarono in velocità. Erano stipati di civili armati di fucili e mitragliatrici, e in essi riconobbi i fascisti del nostro quartiere, usciti dai loro covi alla luce del giorno.
<...>
Affrettandomi verso casa andai a sbattere contro un'amica, la moglie di uno degli Inti-Illimani che abitava lì vicino. Era in stato di choc, e per di più tutta sola perché il gruppo si trovava in Europa.
Di comune accordo venne a casa con me, andandosene solo parecchi giorni dopo.
<...>
Aspettammo assieme, ma Victor non tornò. Attaccata alla televisione, prossima al vomito per quel che mi toccava vedere, scorgendo le facce dei generali che parlavano di «sradicare il cancro del marxismo» dal paese, udendo l'annuncio ufficiale della morte di Allende, vedendo il filmato delle rovine del palazzo della Moneda e della casa di Allende ripetuto all'infinito,<...>
Solo a pomeriggio avanzato sentii che l'Università Tecnica era stata reducida, conquistata, che i carri armati erano penetrati di mattina entro la cinta universitaria e che numerosi «estremisti» erano stati arrestati.
<...>
Passò la notte di mercoledì, un' altra notte fredda, freddissima per settembre. Il letto era vasto e deserto, e c'era un vuoto angoscioso al mio fianco. Il sonno fu agitato, e sognai il tocco di Victor, le sue braccia e le sue gambe calde intrecciate alle mie. Mi destai nella vuota oscurità e in preda a un'angosciosa paura per lui... Ne rammentavo gli incubi. Il mattino dopo, ancora nessuna notizia. Cercai di telefonate a diverse persone che potevano sapere che cosa fosse successo all'Università Tecnica. Nessuno sapeva niente di sicuro ... poi di nuovo Quena ... aveva scoperto che i detenuti della UTE erano stati portati all'Estadio Chile, il grande stadio in cui Victor aveva tanto spesso cantato e dove si erano tenuti i Festival della canzone. Lei non era certa che Victor vi si trovasse; le donne erano state in gran parte rilasciate, ed era da loro che aveva avuto la notizia …
<...>
Nel pomeriggio squillò il telefono. Con il cuore in gola corsi a rispondere. Una voce sconosciuta, molto nervosa, chiese della companera Joan ... «Sì, sono io», e poi ci fu un messaggio per me: «Companera, lei non mi conosce, ma ho un messaggio per lei da suo marito. lo sono stato appena rilasciato dall'Estadio Chile ... Victor è là ... mi ha incaricato di dirle che deve stare calma e rimanere in casa con le bambine ... che ha lasciato l'auto nel parcheggio davanti all'Università Tecnica, e di mandare magari a prenderla per lei... lui non crede che verrà rilasciato dallo stadio».
<...>
'Venerdì, durante il breve periodo di sospensione del coprifuoco, decisi di compiere il tragitto attraverso Santiago per recuperare l'auto. Pensavo che fosse meglio disporne, caso mai avessimo dovuto lasciare la casa in tutta fretta. Era la mia prima spedizione al di fuori del vicinato, <...>
La Stazione centrale e le bancarelle davanti a essa erano affollate come sempre. Scesa dall' autobus, rimasi esitante sull'angolo della via laterale che portava all'Estadio Chile, Stetti a osservare la folla là fuori, le guardie con i mitra puntati. Impossibile avvicinarsi, e, d'altra parte, che cosa avrei potuto fare? Procedetti lungo i pochi isolati che mi separavano dall'Università Tecnica ... il campus e il nuovo edificio moderno apparivano stranamente deserti... E poi mi rendo conto che le ampie finestre e le porte a vetri sono tutte sfondate, la facciata danneggiata e crivellata dai proiettili. Il parcheggio di fronte, di solito straripante di auto, è vuoto, tranne che per la nostra macchinetta che spicca solitaria nel bel mezzo. Ci devono essere guardie armate Il intorno; ma io nonne vedo, solo un vecchio seduto su un muro a una certa distanza. Avanzo, un piede davanti all'altro, finché raggiungo l'auto, frugando in cerca delle mie chiavi, e mi accorgo che sto calpestando una pozza di sangue che fluisce da sotto la macchina ... che dove ci dovrebbe essere un finestrino non c'è nulla l'auto è piena di vetri rotti. Penso: Questa non è mica la nostra, e comincio a provare le chiavi per vedere se aprono la portiera. Poi noto che il vecchio mi sta venendo incontro. «È la mia macchina», gli dico balbettando.

«Questa è la macchina di mio marito. L'ha lasciata lui qui.»«Allora è tutto a posto», fa il vecchio. «La tenevo d'occhio per Don Victor. Guardi, ho trovato in terra la sua carta d'identità. Meglio che la tenga lei», e me la tende.
<...>
Sabato notte, mentre giacevo a letto, senza riuscire a prendere sonno, gli occhi fissi al soffitto per le lunghe ore notturne, un diverso tipo di fredda disperazione cominciò a pervadermi. All'improvviso, il cuore in gola, balzai a sedere. Victor non c'era.
<...>
Lunedì è un buco vuoto. Suppongo di essermi comportata come se fossi viva. Per ordine militare, domani dobbiamo esporre le bandiere a celebrazione della Festa dell'indipendenza del Cile, le Fiestas Patrias.


Martedì, 18 settembre
Circa un'ora dopo che il coprifuoco è stato tolto, sento scuotere il cancello come se qualcuno cercasse di entrare. È ancora chiuso a chiave ... Guardo dalla finestra del bagno e vedo un giovanotto fermo li fuori. Sembra inoffensivo, così gli vado incontro. A voce bassissima mi dice: «Cerco la companera di Vìctor Jara. È questa la casa? Si fidi di me ... sono un amico», e mi mostra la sua carta d'identità. «Posso entrare un momento? Devo parlarle.» Sembra nervoso e preoccupato. Sussurra: «Sono un membro dei Giovani Comunisti», Apro il cancello per fario entrare e ci accomodiamo in soggiorno, uno di fronte all'altra. «Mi scusi, dovevo venire a cercarla ... Mi addolora doverle dire che Victor è morto ... il suo corpo è stato trovato all'obitorio, È stato riconosciuto da uno dei compagni che ci lavorano. La prego, si faccia forza, deve venire con me per vedere se si tratta proprio di lui... Indossava mutande blu scuro? Deve venire perché il suo corpo è lì già da quasi quarantotto ore e, a meno che non venga richiesto, sarà portato via e seppellito in una fossa comune.»
Mezz' ora dopo mi ritrovai a guidare come uno zombi lungo le strade di Santiago, con quel giovane sconosciuto al mio fianco. Hector, così si chiamava, lavorava all'obitorio cittadino e nell'ultima settimana aveva cercato di identificare i corpi anonimi che ogni giorno vi venivano portati. Era un giovane gentile e sensibile, che aveva corso un grande rischio venendo a cercarmi, In quanto dipendente regolare, disponeva di un tesserino d'ingresso, grazie al quale mi fece passare da una piccola entrata secondaria dell' obitorio, tino squallido edificio distante pochi metri dai cancelli del Cimitero generale.
Benché sia in stato di choc, il mio corpo continua a funzionare. Può darsi che a vedermi io sembri normalissima e perfettamente controllata ... i miei occhi continuano a vedere, il mio naso ad annusare, le mie gambe a camminare ... Percorriamo un corridoio buio ed emergiamo in una vasta sala. Il mio nuovo amico mi regge il gomito con una mano per sostenermi mentre esamino file e file di corpi nudi che coprono il pavimento, accatastati fin negli angoli, per lo più con profonde ferite, alcuni con le mani ancora legate dietro la schiena ... sono giovani e vecchi... ci sono centinaia di cadaveri ... in gran parte sembrano di lavoratori ... Centinaia di corpi, trascinati per i piedi e ammucchiati qua e là da quelli. che lavorano all'obitorio, strane figure silenziose con maseherine sul volto per difendersi dal!' odore della putrefazione. Ferma al centro della stanza, cerco Victor e non vorrei cercarlo, e un gigantesco impeto di rabbia mi travolge. So che incoerenti suoni di protesta escono dalla mia bocca, ma Hector reagisce immediatamente. «Ssst! Non deve avere la minima reazione ... altrimenti ci troveremo nei pasticci... stia buona per un momento. Andrò a chiedere dove dobbiamo andare. Non credo che questo sia il posto giusto.» _
Ci mandano di sopra. L'obitorio è talmente pieno che i cadaveri straripano in ogni parte dell' edificio, compresi gli uffici dell' amministrazione. Un lungo corridoio, molte porte, e sul pavimento una lunga fila di corpi, questi vestiti, certi hanno più l'aspetto di studenti, dieci, venti, trenta, quaranta, cinquanta ... e lì, nel centro della fila, trovo Victor,
* * *


Era Victor, anche se appariva esile e macilento. .. Che cosa gli avevano fatto per ridurlo in un simile stato in una sola settimana? Gli occhi erano aperti e parevano ancora guardare davanti a sé, intensi e pieni di sfida, nonostante una ferita alla testa e terribili lividi sulla faccia. Aveva gli abiti strappati,
i pantaloni abbassati alle caviglie, il maglione tirato fin sotto le ascelle, le mutande blu ridotte a brandelli attorno ai fianchi come se fossero state tagliate con un coltello o una baionetta ... il torace tutto segnato da colpi e una ferita aperta all'addome. Le mani sembravano pendere dalle braccia con una strana angolazione, come se i polsi fossero spezzati. .. ma era Victar, mio marito, il mio amante.
In quel momento morì anche qualcosa di me. Sentii un'intera parte di me morire mentre me ne stavo li Immobile e muta, incapace di muovermi, di parlare.


martedì 11 settembre 2012

11 Settembre, Nixon, Frei e Pinochet.....

Per coloro che sono della mia generazione, l'11 settembre è quello del 1973, è l'11 settembre del Presidente Allende, di Victor Jara di Pablo Neruda. A 39 anni di distanza non possiamo dimenticare il tentativo della sinistra cilena di riscattare la dignità del popolo cileno contro la politica imperialistica degli Usa e soprattutto delle sue multinazionali che in America Latina disponevano di vita e di morte per intere popolazioni. Non possiamo dimenticare la ferocia con la quale ogni nefandezza è stata possibile grazie a complicità internazionali  e hanno rappresentato torture, morte e desaparecidos.
Non è stato casuale alcune sere fa ritrovarci, tra noi che abbiamo vissuto da "giovani comunisti" quegli anni, e, ritrovarci a cantare con la stessa rabbia e la stessa indignazione i pezzi degli Inti Illimani, consci che dietro quella musica, quelle parole, andavamo molto più in la di un orizzonte temporaneo per cercare di raccontare il mondo che non volevamo e che avremmo voluto.
Loris

“Care madri, cari padri delle persone rimaste uccise l’11 settembre 2001 a New York. Sono cileno, mi chiamo Ramon e vivo da molti anni a Londra. Volevo dirvi che forse abbiamo qualcosa che ci unisce. I vostri cari sono stati assassinati come pure i miei. Abbiamo anche una data in comune: 11 settembre. Nel 1970 ci sono state le elezioni in Cile e io votavo per la prima volta. Avevamo un bellissimo sogno: costruire una società in cui tutti potessero condividere il frutto del loro lavoro. Così in quel 1970 andammo tutti a votare per Salvador Allende. Insieme…Madri, padri delle persone uccise l’11 settembre a New York. Presto ricorrerà un nuovo anniversario. Noi vi ricorderemo sempre. Spero vi ricorderete di noi”.
11 settembre 2001”, Ken Loach


I Satrapi
di Pablo Neruda.
 
Nixon, Frei e Pinochet
fino ad oggi, fino a questo amaro
mese di settembre,
dell’anno 1973,
con Bordaberry, Garrastazu e Banzer
iene voraci
della nostra storia, roditori
delle bandiere conquistate
con tanto sangue e tanto fuoco,
impantanati nei loro orticelli,
predatori infernali
satrapi mille volte venduti
e traditori eccitati
dai lupi di New York,
macchine affamate di sofferenze,
macchiate dal sacrificio
dei loro popoli martirizzati,
mercanti prostitute
del pane e dell’aria d’America,
fogne, boia, branco
di cacicchi di lupanare
senza altra legge che la tortura
e la fame frustrata del popolo.




sabato 10 settembre 2011

11 settembre per chi ha memoria

9:10 A.M.
Sicuramente questa sarà l'ultima opportunità in cui posso rivolgermi a voi. La Forza Aerea ha bombardato le antenne di Radio Magallanes. Le mie parole non contengono amarezza bensì disinganno. Che siano esse un castigo morale per coloro che hanno tradito il giuramento: soldati del Cile, comandanti in capo titolari, l'ammiraglio Merino, che si è autodesignato comandante dell'Armata, oltre al signor Mendoza, vile generale che solo ieri manifestava fedeltà e lealtà al Governo, e che si è anche autonominato Direttore Generale dei carabinieri. Di fronte a questi fatti non mi resta che dire ai lavoratori: Non rinuncerò!
Trovandomi in questa tappa della storia, pagherò con la vita la lealtà al popolo. E vi dico con certezza che il seme affidato alla coscienza degna di migliaia di Cileni, non potrà essere estirpato completamente. Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza. La storia è nostra e la fanno i popoli.
Lavoratori della mia Patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che avete sempre avuto, per la fiducia che avete sempre riservato ad un uomo che fu solo interprete di un grande desiderio di giustizia, che giurò di rispettare la Costituzione e la Legge, e cosi fece. In questo momento conclusivo, l'ultimo in cui posso rivolgermi a voi, voglio che traiate insegnamento dalla lezione: il capitale straniero, l'imperialismo, uniti alla reazione, crearono il clima affinché le Forze Armate rompessero la tradizione, quella che gli insegnò il generale Schneider e riaffermò il comandante Ayala, vittime dello stesso settore sociale che oggi starà aspettando, con aiuto straniero, di riconquistare il potere per continuare a difendere i loro profitti e i loro privilegi
Mi rivolgo a voi, soprattutto alla modesta donna della nostra terra, alla contadina che credette in noi, alla madre che seppe della nostra preoccupazione per i bambini. Mi rivolgo ai professionisti della Patria, ai professionisti patrioti che continuarono a lavorare contro la sedizione auspicata dalle associazioni di professionisti, dalle associazioni classiste che difesero anche i vantaggi di una società capitalista
Mi rivolgo alla gioventù, a quelli che cantarono e si abbandonarono all'allegria e allo spirito di lotta. Mi rivolgo all'uomo del Cile, all'operaio, al contadino, all'intellettuale, a quelli che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo ha fatto la sua comparsa già da qualche tempo; negli attentati terroristi, facendo saltare i ponti, tagliando le linee ferroviarie, distruggendo gli oleodotti e i gasdotti, nel silenzio di coloro che avevano l'obbligo di procedere.
Erano d'accordo. La storia li giudicherà
Sicuramente Radio Magallanes sarà zittita e il metallo tranquillo della mia voce non vi giungerà più. Non importa. Continuerete a sentirla. Starò sempre insieme a voi. Perlomeno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale con la Patria
Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve farsi annientare né crivellare, ma non può nemmeno umiliarsi
Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l'uomo libero, per costruire una società migliore.
Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!
Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento
Santiago del Cile, 11 Settembre 1973
I SATRAPI
Nixon, Frei e Pinochet
fino ad oggi, fino a questo amaro
mese di settembre
dell’anno 1973,
con Bordaberry, Garrastazu e Banzer,
iene voraci
della nostra storia, roditori
delle bandiere conquistate
con tanto sangue e tanto fuoco,
impantanati nei loro orticelli,
predatori infernali,
satrapi mille volte venduti
e traditori, eccitati
dai lupi di New York,
macchine affamate di sofferenze,
macchiate dal sacrificio
dei loro popoli martirizzati,
mercanti prostitute
del pane e dell’aria d’America,
fogne, boia, branco
di cacicchi di lupanare,
senza altra legge che la tortura
e la fame frustrata del popolo.
(Pablo Neruda)

Omaggio  a Victor Jara


“Siamo in cinquemila qui… diecimila mani che seminano e fanno marciare le fabbriche… in preda alla fame, al freddo, alla paura, al dolore, alla pressione morale, al terrore, alla pazzia… Che spavento fa il volto del fascismo!”.

testo dell'ultima canzone di Victor Jara scritta nei giorni della prigionia nello stadio di Santiago del Cile.
Dal settembre 2003 quello stadio è stato intitolato a Victor Jara



Víctor Lidio Jara Martínez (San Ignacio28 settembre 1932 – Santiago del Cile16 settembre 1973) fu un cantautoremusicista e regista teatrale cileno. Proveniente da famiglia contadina, politicamente impegnato, divenne un riferimento internazionale nel mondo della canzone di protesta e della canzone d'autore.

Sostenitore del presidente Salvador Allende, Jara fu assassinato cinque giorni dopo il golpe dell’11 settembre 1973, vittima della repressione messa in atto dal generale Augusto Pinochet


Jara fu, fino alla morte, un importante militante del Partido Comunista de Chile e membro del comitato centrale delle Juventudes Comunistas de Chile. Oltre ad aver appoggiato politicamente il presidente cileno Salvador Allende, era stato attivo nell'ambito del movimento noto come Nueva Canción Chilena. Il golpe del generale Augusto Pinochet contro il presidente Salvador Allende, che pose fine per molti anni alla democrazia in Cile, lo sorprende all'università. Viene preso prigioniero insieme a numerosi alunni e professori. Lo conducono allo Estadio Nacional de Chile, trasformato in campo di concentramento, dove rimane prigioniero diversi giorni. Secondo alcune versioni, lo torturano a lungo, colpendogli le mani fino a rompergliele con il calcio di una pistola. Il 16 settembre lo finiscono a pistolettate. La vedova, Joan Jara, ha smentito che gli siano state strappate le unghie e altre torture alle quali si dice sia stato sottoposto. Joan Jara racconta testualmente:
« Siamo saliti al secondo piano, dove erano gli uffici amministrativi e, in un lungo corridoio, ho trovato il corpo di Víctor in una fila di una settantina di cadaveri. La maggior parte erano giovani e tutti mostravano segni di violenze e di ferite da proiettile. Quello di Víctor era il più contorto. Aveva i pantaloni attorcigliati alle caviglie, la camicia rimboccata, le mutande ridotte a strisce dalle coltellate, il petto nudo pieno di piccoli fori, con un’enorme ferita, una cavità, sul lato destro dell’addome, sul fianco. Le mani pendevano con una strana angolatura e distorte; la testa era piena di sangue e di ematomi. Aveva un’espressione di enorme forza, di sfida, gli occhi aperti. »

Dopo averlo ucciso, i militari cileni non solo proibiscono la vendita dei suoi dischi, ma ordinano la distruzione delle matrici.
 (FONTE WIKIPEDIA)

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