il problema attuale non è più la lotta della democrazia contro il fascismo ma quello del fascismo nella democrazia (G. Galletta)

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domenica 11 agosto 2013

Noi siamo i figli di Marcinelle

È di pochi giorni fa il ricordo di Marcinelle in Belgio, dove l’8 agosto 1956 262 minatori, di cui 136 italiani perirono in miniera. Nel 1956 fra i 142.000 minatori impiegati, 63.000 erano stranieri e fra questi 44.000 erano italiani.
Erano gli anni delle valigie di cartone, erano gli anni che il sud Italia era la partenza e il nord un punto d’arrivo. Molti saranno i punti d’arrivo, perché sempre c’era chi stava più a sud degli altri e il lavoro , vero motore di quei flussi migratori, fu per anni il motore principale di quei movimenti di popolazioni, ed inesorabilmente era a nord.
E’ di queste ore la tragedia di Catania dove 6 migranti hanno perso la vita in pochi metri d’acqua cercando di raggiungere la terraferma dopo una settimana per attraversare il mediterraneo in un viaggio dai connotati diversi da quelli dei migranti italiani, ma sempre inesorabilmente da sud verso il nord.
Per molti la priorità che gli fa rischiare la vita in mezzo al mediterraneo, non è solo il miraggio del lavoro, ma il concreto distacco da zone di guerra o di grandi disordini sociali, dove il valore della vita umana è uguale o molto simile allo zero. Territori dove sono multinazionali del nord del mondo a governare le economie e sovvenzionare i signori della guerra locali perché tutelino gli interessi stranieri.
Guerre o disordini indotte il più delle volte per il controllo delle risorse naturali di quei paesi, siano petrolio, gas o diamanti o uranio sono le peggiori pestilenze di questo inizio millennio per quei Paesi.
Per queste ragioni non c’è una indignazione sterile per le vittime di Catania e di tutte le altre che quotidianamente anonimamente scompaiono più o meno vicino alle nostre coste, ma c’è una condivisione umana e politica per una emancipazione contro quelle che sono diventate le “regole del mercato”.
Tolleranza zero, quindi, per beceri nazionalismi e per ogni forma di xenofobia.

Loris






OTTOBRE 1912: relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione al Congresso Americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti.

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali…
…….Si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare.
Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia.
Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.


sabato 29 giugno 2013

N°9 -- Stop alle violenze alle frontiere



Questa missione ha portato alla realizzazione di un film, "N°9"5, e al lancio di una campagna, "N°9 -- Stop alle violenze alle frontiere", finalizzati a denunciare la repressione quotidiana e sistematica subita dai migranti ad opera delle autorità marocchine ed il coinvolgimento di quelle spagnole nelle atrocità commesse contro di loro alle frontiere di Melilla e a pretendere la fine dele violenze e le violazioni dei diritti umani nel nord del Marocco e l'apertura di un'inchiesta ufficiale sulle circostanze della morte di Clément e degli altri migranti deceduti intorno alle enclaves spagnole.Sara Creta

estratto con sottotitoli in italiano

completo sottotitolato in inglese

martedì 6 settembre 2011

Il Falco e il Bambino



Lampedusa:

Il Falco è arrivato sull'Isola dalla Tunisia, appoggiato sul braccio del suo compagno di viaggio (nonchè proprietario ed addestratore), un pò provato ma in buona salute. 
Il bambino, un fagotto di tre mesi, è sbarcato a Lampedusa il 6 agosto, insieme ai genitori, al fratellino di 16 mesi ed alla sorella di sette anni.
Omar, il bambino, scappava con la famiglia dalla guerra in Libia, la terra dove i suoi genitori avevano deciso di rifugiarsi dopo essere fuggiti dal Darfur e dal Ciad. Ci sono vite, ci sono famiglie, che non fanno che scappare. Soffrire e scappare.
Omar, il bambino, ha navigato 50 ore prima di approdare sull'Isola e nel viaggio ha visto 300 tra uomini e donne pregare ed imprecare, ha visto corpi incastrati e calpestati e ha visto il sangue. Ha visto accoltellare il padre e ha visto i suoi aggressori tentare di ucciderlo con pugni e lame fino a quando un elicottero non ha illuminato la barca e uomini in divisa li hanno condotti in salvo. 
Il Falco è di specie protetta, Falco pellegrino. Un rapace fiero e prezioso e perfettamente addestrato dal giovane tunisino che lo porta con sè.
Il Falco, appena arrivato al centro di Contrada Imbriacola (dove stanno rinchiusi e ammassati un migliaio di profughi) è stato accudito e curato: a lui è stata dedicata una stanza personale, per lui è stato procurato cibo speciale, perchè non avesse a patire neppre un attimo nella sua nuova dimora. 
Omar, il bambino, dorme da 30 giorni su un materasso di gommapiuma buttato per terra, in una stanza condivisa con altri compagni di sventura. Omar è un neonato sudanese profugo dalla Libia, dovrebbe, come neonato e come profugo, appartenere anche lui ad almeno due categorie protette. Ma non è un rapace. 
Per il Falco si è cercata e trovata in pochissime ore una collocazione adeguata, perchè è evidente che contrada Imbriacola non è luogo adatto neppure per farci dormire un rapace. E così, in men che non si dica, viene immediatamente disposto il suo trasferimento in una "residenza protetta" perchè neanche una piuma risenta della detenzione nel Cpsa.
Il Falco viene preso in consegna da mani esperte e strappato dal braccio del suo giovane amico (e legittimo proprietario) tunisino. Il ragazzo resta così solo e disperato, rinchiuso a Contrada Imbriacola. Lui è un profugo tunisino, non appartiene evidentemente a nessuna specie protetta e dunque non merita nè una degna accoglienza nè tantomento la libertà. Non solo, essendo stato privato della compagnia del rapace non gode nepure di riflesso dei benefici e dei privilegi che venivano concessi al Falco: e così si scorda la stanza e viene ributtato in mezzo alle centinaia di altri profughi nel "gabbio" per adulti dentro il gabbione di Contrada Imbriacola.
E lì si aggira, orfano del Falco, chiedendone a tutti notizie. La polizia, per tranquillizzarlo, gli ha raccontato che se riuscirà a prendere un permesso di soggiorno, il Falco (la cui posizione sul suolo Italico è già stata perfettamente regolarizzata) gli verrà restituto. MI chiede se è vero e come mai al numero di telefono della nuova dimora del rapace non risponde nessuno. Provo a chiamare anch'io: nessuna risposta. Mi arrovvello pensando ad una fantasiosa ipotesi di ricongiungimento Falco (regolarmente soggiornante) con tunisino (irregolare, trattenuto in attesa di espulsione). Ma temo di non trovare molti precedenti di giurisprudenza in materia. 
Omar, il bambino, oggi festeggia il suo primo mese di detenzione in Contrada Imbriacola, tra poliziotti, sporcizia e insetti. Ho scritto e segnalato l'llegittima detenzione di questo neonato e della sua famiglia a tutte le autorità ma non ho ottenuto nessuna risposta. Neppure quando il piccolo, prelevato in piena notte da un'operatrice della Lampedusa Accoglienza che aveva deciso (senza chiedere il consenso della madre) di fare un bagnetto al neonato, è rimasto gravemente ustionato dall'acqua bollente sulla gambina destra, qualcuno ha pensato che il Centro, la gabbia, fosse un luogo non dattato non solo ad un rapace ma neanche ad un neonato.
Omar, il bambino, resta lì, nella gabbia.
La madre mi fissa a lungo, mi chiede quando finirà la loro prigionia: è stanca ed è arrabbiata. Vuole prendersi cura dei suoi figli fuori da lì. E ha paura. Paura che i figli si ammalino o vengano feriti in una dell molte rivolte che settimanalmente scoppiano nel Centro. Paura dei lanci di sassi, dei manganelli e delle lamette con cui spesso i profughi, anche minorenni, si lacerano il corpo per protesta, nella vana speranza di suscitare un pò di compassione. E paura degli scafisti che avevano cercato di uccidere suo marito e che fino a pochi giorni fa erano rinchiusi nella stessa gabbia. Omar, il neonato,  per sua fortuna non è in grado di riconoscerli, ma i suoi fratellini quando hanno visto di nuovo gli uomini cattivi che avevano fatto male al loro papà sono scappati via in singhiozzi. 
Consegno a Kadija, la madre di Omar, tutte le lettere che ho scritto per loro e le spiego che un procuratore, un uomo per bene, si sta occupando di loro, che tra le altre cose sono  anche vittime e testimoni di reati gravissimi e dunque anche per questo andrebbero protetti. La rassicuro che presto, se Dio vuole, Insciallah, verranno trasferiti. Le piace che le parlo schietta, che non le mento promettendole certezze che non posseggo. E mi ripete, Insciallah, se Dio vuole. 
E così tocca a Dio anche farsi carico delle illegalità e della disorganizzazione di Contrada Imbriacola e tutto quello che ci gira intorno. 
Stanotte il Falco dormirà sonni tranquilli, dopo aver mangiato cibo selezionato, ed essere stato visitato e coccolato da mani esperte e affettuose, soffrendo forse solo un poco per la nostalgia del ragazzo che l'ha allevato. 
Stanotte Omar,il bambino, dovrà combattere contro il prurito di una piaga da ustione, contro le punture di insetti, il lancio di sassi e lame e le urla degli altri prigionieri.   
Prossima vita, Omar, se nasce profugo, gli conviene nascere rapace.  

Avv. Alessandra Ballerini



lunedì 22 agosto 2011

Da dietro quelle sbarre a Lampedusa - 13 agosto 2011



Lampedusa, Molo Favarolo
13 agosto 2011 - Missione con Terre des Hommes

Ne arrivano 330, dalla Libia. Vedi la barchetta azzurra in cui stavano accatastati e quasi non ci credi: pochi metri di legno instabile pertanti corpi, per tante vite. I primi a ricevere le cure sono gli undici bimbi. Ben otto sono figli della stessa coppia. Il padre stremato si lamenta: non riesce mai a tenerli tutti insieme, all'appello a rotazione ne manca sempre uno. Ma sulla barca non c'era lo spazio per le monellerie e i gli otto fratelli hanno navigato per 36 ore compatti e compatti e vivi sono sbarcati. Sono tutti vivi in questo sbarco: spaventati, confusi, stremati, ma vivi. E' un buono sbarco questo. Tra loro si avvicina Moustapha, un ragazzino tunisino, spaventatissimo, magrissimo e letteralmente verde in volto. Ha paura di tutti: è omosessuale, evidentemente omosessuale Ed il suo orientamento sessuale è fonte di persecuzioni nel paese da cui proviene. Ci dice che rischia abusi continuamente e che nella barca hanno anche cercato di ucciderlo. Lo scortiamo fino al bagno chimico sul molo e gli raccomandiamo appena verrà trasferito nel Centro di raccontare le sue paure alle forze dell'ordine. Lo rivediamo dopo un'ora nel "gabbione"destinato ai migranti maschi adulti all'interno della gabbia di Contrada Imbriacola. Ci viene subito incontro, ci implora di portarlo fuori di lì, ché non può restare con gli altri perchè rischierebbe di essere sottoposto ad abusi e violenze di ogni tipo. Lo portiamo fuori dalla gabbia, parliamo con la dirigente della polizia e con Federico direttore del Centro. Capiscono al volo la situazione: lo sguardo terrorizzato di questo ragazzino ed il suo colorito terreo non ammettono dubbi e invocano immediata empatia. Moustapha viene immediatamente trasferito alla Loran, l'altro Centro dell'Isola destinato alle categorie più vulnerabili. Viene "messo in sicurezza" sistemato in un stanza vuota accanto agli uffici amministrativi dove Pietro, il direttore, vigilerà sulla sua incolumità. Andiamo nel pomeriggio a vedere come si è sistemato. E' da solo, raggomitolato su un materassino di gommapiuma. Appena ci vede si alza ci abbraccia e ci ringrazia per almeno cinque minuti consecutivi. Stanno arrivando altre due barche mentre lascio il centro e l'Isola. In 36 ore ne arriveranno 2000. Recito una sorta di preghiera durante il mio volo comodo e veloce verso casa. Che arrivino vivi, che arrivino tutti, che gli affetti possano ritrovarsi e ricrearsi, che ogni male sia ormai alle loro spalle, che la prigionia sia breve. Che possano avere come un diritto e non come una fortuna un'altra occasione di vita.

Avv. Alessandra Ballerini


Da dietro quelle sbarre a Lampedusa - 12 agosto 2011

Di ritorno da Lampedusa, pervasa di impotenza.

domenica 21 agosto 2011

Da dietro quelle sbarre a Lampedusa - 12 agosto 2011

Riporto la testimonianza dell'Avv. Alessandra Ballerini che è tornata a Lampedusa con Terre des Hommes per assistere legalmente chi approda sull'isola. Loris

Lampedusa, Contrada Imbriacola.
12 agosto 2011. Missione con Terre des Hommes
Nel centro c'erano tutti.
C'è la piccola Chideria, nigeriana, tre mesi di vita. Una vita ostinatamente strappata alle onde, stretta nell'abbraccio della madre.
Gli occhi neri di Chideria in soli tre mesi hanno già visto di tutto: hanno visto una guerra, la fuga disperata sotto le bombe, e poi la salvezza cercata su una barca: pochi metri per 400 persone. Ha visto in sei giorni e sei notti di navigazione, morire di fame, di sete, di freddo, di stenti, almeno 100 suoi compagni di viaggio quasi tutti donne e bambini. Ha visto affidare i loro corpi alle onde per alleggerire il carico della barca, per tentare di salvare la sua ed altre vite.
Lei, protetta da Dio -questo significa il suo nome- è l'unica tra bimbi della sua barca, ad essere riuscita a sopravvivere a questo terribile, interminabile, viaggio. Merito del seno della madre da cui non si è mai scostata e a cui ha succhiato ogni goccia di latte per non morire disidrata.
E ora dorme, Chideria, dimentica di tutto, tra le braccia del padre, coccolata da tutti. Le ronzano intorno i mille voracissimi insetti presenti in questa gabbia chiamata centro di primo soccorso e accoglienza dove si trova rinchiusa insieme ad altre centinaia di migranti (mentre scrivo siamo arrivati a quota 1600) da dieci giorni. E non basta l'attenzione di Federico, il direttore del centro che tenta almeno di procurarle una zanzariera per la notte, questa prigione per migranti non è adatta ad una neonata di tre mesi, sbarcata miracolosamente illesa. Nessuno, neppure, il peggiore dei leghisti, potrebbe sostenere che questa creatura nata tra bombe di una guerra che non le appartiene e approdata nelle nostre coste possa meritarsi il trattenimento, la prigionia. Nessuno può, guardandola e guardando il lercio materasso di gommapiuma su cui sta dormendo tra sbarre, divise, insetti e sporcizia, attribuirle una qualche colpa, nè pensare che se la meriti questa indecente prigionia.
Dietro le stesse sbarre c'è anche Lucki, un giovane nigeriano. Anche i suoi occhi hanno visto ogni male, ma a differenza di Chideria e purtroppo per lui, Lucki è destinato a rivedere in tutti i suoi incubi le immagini di quelle notti e di quei giorni di navigazione: dovrà sostenere ancora e ancora il ricordo dei compagni morti di stenti, di quelli inghiottiti dal mare e di quelli ritrovati cadaveri nella stiva. Tra loro, suo fratello. Il fratello che non ha potuto neppure salutare con una preghiera o seppellire con un pianto.
Lucki uno dei sopravvissuti dello sbarco del primo agosto e da allora è rinchiuso insieme a Chideria a Contrada Imbriacola.
Edera rinchiuso anche mentre i medici legali ad Agrigento frugavano nel cadavere del fratello in cerca di un pò di verità sulla sua morte. Ed era ancora rinchiuso anche mentre il corpo ricomposto del fratello, veniva calato in un anonimo loculo.
Nessuno ha pensato che forse quei venticinque migranti trovati morti,  probabilmente assassinati, nella stiva della barca su cui avevano cercato la salvezza, potessero avere, sulla stessa barca-bara dei parenti, degli amici, nè che meritassero da loro un definitivo, pietoso saluto. Così i venticinque migranti vinti dal viaggio sono stati sepolti senza un nome e senza una lacrima. Tra loro c'era anche il fratello di Lucki. Lui ci chiede di verificare cosa ne sia stato del fratello perchè sia morto e come farà a pregarlo.
Le stesse domande che ci fa Arafat, un ragazzino di 16 anni salito sulla stessa barca di Lucki con il proprio fratello  i cui ha perso le tracce.
Si viaggia ammassati, gli uni sugli altri, anche quattro piani di corpi e dopo un pò di ore di navigazione non senti più le gambe, non puoi muovere un muscolo, incastrato tra gli altri, sotto gli altri, e dopo ancora molte ore, se sei ancora vivo, intontito dalla fame e dalle sete, paralizzato da freddo, quasi perdi i sensi, e ti si annebbia la vista e se chiudi gli occhi o li tieni aperti vedi solo mare. Così può accadere di perdere un fratello su una barca di pochi metri perchè non riesci più a rintracciarlo con lo sguardo. E poi ti può accadere di perderlo una seconda volta, sbarcato a terra, soccorso da mani sconosciute e poi rinchiuso in una gabbia con centinaia di altri sopravvissuti. E lo cerchi, tuo fratello, e chiedi in giro, nella gabbia, ma non lo trovi più.
Poi ti dicono che nella stiva della barca su cui viaggiavate hanno trovato 25 cadaveri, che altri sono stati buttati in mare e che nella stiva, morto, c'era anche tuo fratello.
E allora chiedi di vederlo, per sapere con certezza, per piangere e per pregare. Ma ancora non te lo fanno ritrovare, tuo fratello: l'hanno aperto e poi richiuso. E l'hanno seppellito. Senza dirti nulla. Ma come posso fare a sapere se davvero era lui? Come posso salutarlo?
Se queste domande te le fa un ragazzo di 16 anni che ha già perso tutto tranne la vita, devi da qualche parte trovare una risposta.
Così chiediamo all'ufficio immigrazione che però ci conferma che i venticinque migranti sconfitti dal mare e da mani impietose e disperate sono stati seppelliti senza neppure essere stati identificati e dunque è impossibile per ora sapere se il fratello di Arafat è uno di loro. Chiederemo in Procura per tentare di dargli delle risposte; gli spieghiamo la procedura e le sue difficoltà, lui annuisce e ci ringrazia. Lo fanno sempre tutti nel Centro. Ogni volta che parli con loro anche solo per salutarti, ringraziano. Grazie è una delle prime parole che imparano di italiano. Ed una delle prime che noi abbiamo dimenticato.
Anche Beauty, una ragazzina di 16 anni ha delle domande. Anche lei ha un fratello da ritrovare. Ci chiede aiuto per ritrovare il fratello maggiore Lui l'aveva portata in salvo, quando la sua bellezza iniziava ad attirare troppe indecenti attenzioni.
In Nigeria sei hai 15 anni, sei femmina e non hai dei genitori in grado di proteggerti, diventi facile preda dei trafficanti di schiave. Ma Beauty ha un fratello e il fratello la porta in salvo, in Libia.
 Poi scoppia la guerra e da un giorno all'altro Beauty perde le tracce del fratello. Non lo vede dal febbraio scorso quando erano insieme a Misurata. Si chiama Mose Omokhae e ha 23 anni. E vorrei tanto che qualcuno mi dicesse che è vivo e dove si trova e vorrei poterlo dire a Beauty per vederla aprirsi in un pianto di gioia. Mi piacerebbe per una volta coi vivi parlare di vivi anzichè di morti.
Nella stessa gabbia, con altre domande, convive Zuer, un ragazzino marocchino di 15 anni. Lui era nella stessa barca di Chideria e si è ripreso solo ora, dopo dieci giorni dallo sbarco. da quel viaggio spaventoso. Ha passato giorni interi senza riuscire a parlare, completamente sconvolto dai sei giorni e dalle sei notti di navigazione in cui 100 suoi compagni di viaggio hanno perso la vita.
Ma stamattina come un miracolo, ci regala un sorriso, a occhi bassi. Ci parla di sua zia: vive in Italia da molti anni insieme al marito a Firenze. Ci chiede di poter andare da loro, non vuole più stare rinchiuso in quella specie di carcere. Ma non è così semplice. Lui è in una gabbia e tutti i suoi diritti devono passare da quelle grate e a volte si rischia che restino impigliati in mezzo. Intanto bisogna capire se la zia è veramente sua zia. Ci disegna il suo albero genealogico ma mi perdo al secondo ramo. E comunque dobbiamo sapere se la zia avrebbe voglia e possibilità di prendersi cura di lui. La chiamiamo al telefono. Lei piange quando capisce che siamo con Zuer e realizza che il suo giovane nipote è sopravissuto a quel viaggio disgraziato di cui anche i giornali hanno parlato. Certo che vuole prendersi cura di lui! Sono disposti, lei e il marito, a venire a prendere il nipote anche subito, a Lampedusa.Ma non è così facile quando sei in una gabbia. Passiamo il telefono a Zuer. Lui cambia lo sguardo, ci regala involontariamente un sorriso pieno. Parlano a lungo, si dicono che si vogliono bene, ed è evidente. Promettiamo che li aiuteremo a ricongiungersi ed iniziamo a raccogliere le carte di cui si nutre la burocrazia quando macina diritti. Ma anche la raccolta di carte in una gabbia non è cosa semplice. Gli do i recapiti del mio studio, fuori dalle sbarre forse riusciremo a raddrizzare qualche torto.
Avv. Alessandra Ballerini

martedì 2 agosto 2011

Di ritorno da Lampedusa, pervasa di impotenza.



Lampedusa
30 giugno, ritorno dalla Missione con Terre Des Hommes.

Di ritorno da Lampedusa, pervasa di impotenza.

Nelle orecchie ancora le urla di un ragazzino che tenta di ribellarsi ad una perquisizione. Eravamo a  contrada Imbriacola a salutare i ragazzi e Tracy, una bellissima minore nigeriana che, quando mi abbraccia, prende la rincorsa e poi si stringe con la testa sulle spalle, sorride e abbassa lo sguardo un po' vergognosa. Angiolina (un nome, una garanzia) di Msf le ha portato “il piccolo principe” in inglese e lei se l'è divorato in una notte. Vorrebbe leggere ancora e ancora ma sull'isola in inglese c'è solo la bibbia (che il prete distribuisce a larghe mani insieme a rosari colorati) e lei la sta studiando a memoria 
Da una stanza accanto ai bagni sentiamo urlare, la porta è accostata, avvicino vedo M. il  parrucchiere filosofo, come lo abbiamo ribattezzato. Lui parla spesso con noi, è sveglio e parla un buon francese. In Tunisia faceva il barbiere ed è scappato non per problemi economici ma per l'instabilità del suo paese (dove gli scontri non sono mai cessati ma si è solo smesso di parlarne) per questo motivo ha già manifestato la sua volontà di chiedere asilo.
Cionostante si trova rinchiuso insieme agli altri da settimane a Contrada Imbriacola. Neanche a lui come agli altri è stato notificato alcun provvedimento di trattenimento: trattenuto di fatto ma non di diritto. In attesa di non si sa cosa, M. non si perde d'animo. Come molti altri rifiuta il cibo definito immangiabile distribuito dalla Lampedusa Accoglienza. Lui però a differenza degli altri ha qualche soldo in tasca che è riuscito a portare con sé e proteggere nel viaggio. Per questo appena può cerca di uscire dal Cpsa per andare a comprarsi cibo e sigarette e poi torna. Lui è sveglio, sa che la sua detenzione è illegittima e comunque non vuole scappare (e dove potrebbe andare, si trova su un'isola peraltro presidiata da ogni tipo di forza armata, compreso l'esercito) vuole solo per mezz'ora sentirsi “normale” mangiare cibo vero, tipo un panino bere una coca e fumarsi una sigaretta. Vuole per mezz'ora non sentirsi un criminale in gabbia. Gli spieghiamo ogni giorno che non può uscire, che deve resistere, che tra poco verrà trasferito in un centro per richiedenti asilo (Cara) e chi lì andrà meglio. Ma lui non ci ascolta, scuote la testa. M. crede che le persone abbiano il diritto di essere felici o almeno di provarci, e si preoccupa per noi. Dice che ogni giorno ci vede più stanche, vede i nostri visi provati e gli occhi tristi. Scherza con noi e si preoccupa dei nostri di diritti, dice che non è normale che tre ragazze (beh io non lo sono più da un po' di anni ma lui è galante) su un'isola bellissima passino il loro tempo in quel posto schifoso anziché su una spiaggia. Mi domanda se dormo abbastanza perché effettivamente ho le occhiaie dopo qualche notte insonne, gli spiego che ho troppi pensieri e non riesco a dormire. Ha una soluzione: mi dice di passare al Centro prima di coricarmi: mi terrà da parte il cibo che l'ente gestore distribuisce e mi assicura che dopo averlo ingerito si prende subito sonno. Quel cibo fa schifo ma fa dormire.
Ora
M. è rinchiuso in una stanza e sta subendo una perquisizione fin troppo approfondita a giudicare  dalle urla e dai guanti di lattice che fasciano le mani dei poliziotti e degli agenti della guardia di
finanza che si affollano nella stanza. Vorrei fare qualcosa per lui ma questa non è una perquisizione normale. Non credo sia stato avvertito del diritto di nominare un avvocato perché assista alla perquisizione (né che alla fine gli verrà consegnato un verbale che ne specifichi l'esito) e quindi non ho diritto ad assisterlo non essendo stata da lui nominata. Mi avvicino più che posso, chiedo
informazioni ma l'unica risposta che ottengo é che la perquisizione è necessaria perché questi ragazzi quando escono dal centro magari comprano le lamette (per poi inghiottirle quando la depressione e la rabbia prendono il sopravvento) e se le nascondono “ovunque” e quindi spetta a loro, alla polizia, frugare “ovunque” per scovare queste eventuali lamette. E così quella che sembra un'arbitraria punizione sarebbe un legittimo atto dovuto. Peccato che viola qualunque regola procedurale in materia e che si svolge su di un ragazzo richiedente asilo privato da settimane illegittimamente della libertà personale. Ma soprattutto perché Nessuno si domanda come mai dei ragazzini che hanno rischiato la vita per tentare di avere un futuro, una volta rinchiusi nelle gabbie di Contrada Imbriacola (o negli altri centri) coltivino tutta questa voglia di morire? E perché nessuno fa nulla per evitarlo?
Restiamo
lì finché le urlano non cessano, poi lo vediamo uscire, lo spingono verso il cancello, verso la gabbia degli adulti: chiede una sigaretta, gliela danno ma gli impongono di dire grazie. Glielo urlano, devi dire grazie! Lui allora urla grazie ad ognuno dei poliziotti che l'ha perquisito, con aria di sfida, con l'orgoglio di chi può essere spogliato e perquisito ma non sottomesso. I poliziotti non la prendono bene e mentre lo strascinano al cancello gli urlano: vedrai il grazie che ti diremo noi tra poco. 
Il mio aereo parte tra 50 minuti e comunque lì sono totalmente inutile. E così frustrata e nauseata lascio M., il centro e l'isola.
Sull'aereo
sento addosso, appiccicata sulla pelle e negli occhi tutta la violenza che, impotente, ho visto e sentito in questi giorni.
Avvilita,
mi aggrappo allora, per non essere sopraffatta dalla nausea e dalla disperazione, ad un pensiero felice. Ad una speranza. Un miracolo di cui sono stata spettatrice.
A
Lampedusa per una settimana una cinquantina di ragazzi (ma anche qualche adulto) ha partecipato al campeggio organizzato da Amnesty International per i diritti umani. Hanno sostato fuori dai centri,  salutato sbracciandosi i giovani prigionieri, hanno parlato di leggi e di diritti, hanno fatto domande e cercato risposte. Con curiosità,  purezza ed intelligenza. Accoglienti, preparati e partecipi. Volevano portare il loro saluto ai migranti detenuti nei centri ma non gli è stato concesso. Volevano trasmettere la loro vicinanza ai loro coetanei migranti. Le hanno provate tutte. Si sono ingegnati e poi hanno scritto questa lettera perché la leggessimo ai minorenni rinchiusi alla Loran.
Siamo
arrivati da diverse parti di Italia e d'Europa, siamo giovani e meno giovani, abbiamo provato a portarvi un sorriso, abbiamo provato a raggiungervi per conoscere il Vostro sorriso abbiamo provato ad incontrarvi per ascoltare i vostri nomi e per darvi il nostro benvenuto , abbiamo guardato da lontano i vostri saluti e abbiamo risposto salutandovi: Volevamo correre, saltare il cancello e con un pallone conoscervi per condividere qualche istante sereno…
 ma non ce l'abbiamo fatta a far sii che il nostro sorriso potesse diventare anche il vostro.
Noi, e tanti altri con noi, continueremo a sperare di ascoltare i vostri racconti, non smetteremo mai di chiedere i vostri sorrisi, continueremo a cercare il vostro abbraccio e non finiremo mai di chiedere di farci incontrare...
Non
possiamo venire lì, ma di certo non smetteremo mai di aspettarvi qui!” (seguono le firme di tutti i ragazzi)

 C'era
un silenzio irreale nel centro: 101 ragazzi muti, raccolti intorno a noi, ad ascoltare questa testimonianza di empatia. Hanno applaudito due volte e alla fine con gli occhi umidi mi hanno chiesto di ringraziare questi amici sconosciuti.
Hanno
pensato a tutti i ragazzi di Amnesty. Anche ai lampedusani che sanno di essere stati accoglienti quando lo Stato latitava. Così hanno deciso di scriverla questa riconoscenza tracciando sulla sabbia della spiaggia la scritta Grazie rivolta verso il paese, verso gli isolani,  e poi immortalando l'immagine in tante cartoline distribuite nella festa serale nella via principale dell'Isola.

Nella
piazza di fronte alla chiesa hanno predisposto un piccolo percorso di candele e scritte. Trovo, tra le altre, questa versione geniale e commuovente del Padre Nostro. Gian Marco, l'autore, è uno dei  “campeggiatori” di Amnesty, un giovane poeta.
 Migrante Nostro.
Migrante Nostro,
Che sei nei centri,
 Sia rispettato il tuo nome
Vengail giorno in cui ovunque la terra ti accolga,
Ti sia restituita la tua Dignità,
 Come in mare
Così in terra.
Che non ti sia negato il pane quotidiano
Perdona a noi la violazione dei tuoi diritti
Come noi ci impegnamo a non esserti più debitori.
E non ricorriamo ingiustamente alla detenzione
Ma liberiamoti dal mare...
Amin

(Gian Marco Giuliana con l'inestimabile aiuto di Helena Caruso) Questi
ragazzi così belli e creativi sono la nostra Italia migliore, da difendere e far crescere. Penso a loro sull'aereo.
E ricomincio a sperare.

Avv. Alessandra Ballerini

venerdì 1 aprile 2011

News dalla Tunisia - Nuovamente il governo italiano dimostra la sua inettitudine e incapacità a qualsiasi risposta rispetto all'emergenza nel mediterraneo

come sapete una delegazione italiana unitaria e' in Tunisia, nell'ambito della giornata di mobilitazione nazionale del 2 aprile,  per l'incontro promosso dalle organizzazioni sociali tunisine del Forum Sociale del Maghreb. 
Abbiamo incontrato i promotori della conferenza stampa e della manifestazione pubblica che si terra' a Tunisi lunedi' 4 in occasione della visita di Silvio Berlusconi per protestare contro la politica del governo italiano che, dopo aver sostenuto fino all'ultimo il regime di Ben Ali', oggi non aiuta la difficile transizione democratica negando accoglienza umana e dignitosa ai migranti e ai rifugiati.  
La Tunisia, che e' un piccolo paese e sta vivendo una fase molto complessa, ha accolto con grande umanita' e solidarieta' popolare 140.000 profughi dalla Libia. L'Italia e' una grande potenza e sta trattando invece come una emergenza ingestibile l'arrivo di 15.000 persone.  La Francia ha chiuso le frontiere, dando al mondo un'altra prova di una Europa fortezza insensibile e brutale. 
La delegazione invita tutti e tutte a esprimere, nelle manifestazioni dei prossimi giorni, la propria solidarieta' alle organizzazioni tunisine che manifesteranno lunedi' e a sottoscrivere il loro appello che circoleremo in questa lista appena pronto nelle prossime ore. 
Lunedi' alcuni di noi saranno a Tunisi alla conferenza stampa. Gli altri e le altre seguiranno il programma previsto e saranno alla frontiera fra la Libia e l'Egitto per portare la solidarieta' dell'Italia civile ai profughi e a chi li accoglie. 
La delegazione italiana unitaria in Tunisia 

mercoledì 23 febbraio 2011

Su Gheddafi vogliamo chiarezza

La richiesta di scuse da parte del Governo italiano per l’inqualificabile posizione in cui ha messo il paese rispetto ai rapporti con Gheddafi, sarebbero auspicabili ma di poco valore rispetto alla effettiva esigenza che l’emergenza attuale richiede.
Il tenore della telefonata di Berlusconi a Gheddafi, a giudicare dai resoconti, sottolineano più un discolparsi su eventuali armamenti italiani ai manifestanti che non una netta e incontrovertibile condanna del Rais e della sua politica.
La richiesta di cessare i massacri sembra più un obbligo formale che un sentimento reale e condiviso.
Credo che per sciogliere i dubbi sul sospetto di bieco opportunismo, sulla pelle delle vittime dei  massacri in Libia, le cose di rilevanza politica da fare siano due:

1)      immediata cessazione di ogni accordo con il Governo di Gheddafi e richiesta di conferimento ai tribunali internazionali del Rais per crimini contro l’umanità.
2)      Abrogazione attraverso ddl di tutte quelle norme che prevedono i respingimenti, in quanto solo dopo il riconoscimento dello status di “rifugiati” sarà possibile il cambio della destinazione di questi fuggiaschi dalla guerra e dalla miseria.

Impediamo il traccheggiare che in questi giorni è stato abbondante sia tra le file governative, sia in alcuni ambiti dell’opposizione. In particolare le dichiarazioni di D’Alema che polemizzava con alcuni organi di stampa rispetto ad accordi commerciali di aziende italiane, non sia mai che possono adombrare il benché minimo sospetto di tolleranza rispetto alle azioni di Gheddafi.
Altrettanto offensiva risulta l’esternazione di Berlusconi che paventa il rischio del fondamentalismo. Sono estremamente curioso di comprendere il giudizio politico su Gheddafi dopo i fatti odierni, perché quelli passati sono purtroppo assai noti.
Loris




APPELLO ARCI
EMERGENCY SULLA SITUAZIONE IN LIBIA



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