il problema attuale non è più la lotta della democrazia contro il fascismo ma quello del fascismo nella democrazia (G. Galletta)

Amicus Plato, sed magis amica veritas



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sabato 30 giugno 2012

30 giugno 1960 - le giornate di Genova - Pagine di Storia

Ricordare il 30 giugno e le giornate del luglio 1960 può risultare un esercizio retorico di memoria di un clima politico, etico e morale che oggi non trova riscontri. Credo pur tuttavia che guardare a distanza di 52 anni a quegli avvenimenti risulti un necessario monito a tutti coloro che in modo, spesso spregiudicato, si affacciano alla politica confidando nei buoni auspici della comunicazione mediatica e degli effetti speciali.
I moti Genovesi, i morti di Reggio Emilia e in Sicilia del giugno-luglio 60 sono il tributo di un movimento che rifacendosi ai valori della Resistenza ci ha consegnato un paese da ricostruire materialmente e culturalmente dopo il disastro del Fascismo.

Se oggi siamo nelle condizioni di dover nuovamente ricostruire materialmente e culturalmente il nostro paese soggiogati da poteri economici nazionali e sovranazionali è perchè troppo spesso siamo un popolo senza memoria.


(tratto da "Le Giornate di Genova" di Anton Gaetano Parodi - Editori Riuniti)

...Ai piedi delle lapidi del Sacrario dei Caduti montagne di garofani rossi. Dall'alba la "giornata dell'antifascismo" si è annunciata con i fiori, che da tutti i punti della città, anche dalla lontana periferia, affluiscono, nell'ininterrotto pellegrinaggio di uomini e di donne, al Sacrario. 
La città si è destata sotto un cielo chiaro e terso. Ma è sembrata riluttante ad iniziare la solita operosa vita quotidiana. 
Scarsi gli automezzi che circolano per le vie del centro. 
Nel corso della notte sono giunti rombando lungo la camionale Genova-Serravalle colonne di gipponi carichi di agenti. 
Altri rinforzi sono giunti dall'Aurelia. I fascisti hanno fatto correre la voce di avere tremila uomini armati pronti a dar battaglia e altri settemila che in meno di un' ora possono accorrere in città. Di certo si sa soltanto che i delegati fascisti hanno cominciato a giungere e sono alloggiati nei principali alberghi cittadini. Qualcuno tra essi con la prima colazione ha ricevuto un messaggio che non è affatto augurale: "Carogna, vattene da Genova". Altri nel riporre i loro abiti hanno trovato incollato dietro le ante degli armadi biglietti sui quali è scritto: "A Genova non c'è posto per i massacratori fascisti". Nella città e nelle delegazioni operaie non un sintomo di nervosismo. 
Neanche quando arriva la notizia di concentramenti di bocche da fuoco sulla piazza di Granarolo. Non è la prima volta che la città vive sospesa al filo di una tale minaccia. 
Il prefetto Garroni, nel 1900, aveva fatto puntare i cannoni sul porto, su Sampierdarena e su Sestri; nel 1945 il Comando nazista pretendeva di poter lasciare incolume con le sue truppe la città minacciando, in caso di un attacco partigiano, la distruzione di Genova ad opera delle batterie piazzate su Monte Moro e sulle altre alture. 
La mattina del 30 giugno trascorse in una atmosfera tesa, ma senza una incrinatura. 
Alle 14 si iniziò lo sciopero generale proclamato dalla C.C.d.L.: un momento intensissimo quello in cui, aperti i cancelli delle fabbriche, il numero crescente di lavoratori che si riversano per le strade testimonia che la classe operaia genovese ha accolto come un sol uomo l'appello alla lotta dell'organizzazione sindacale unitaria appoggiato da una dichiarazione comune dei cinque partiti democratici. 
I servizi tranviari sono stati protratti fino alle 15 per consentire ai lavoratori di raggiungere il centro della città. Vetture tranviarie, autobus e "celeri" dalle 14 in poi sembrano viaggiare stracarichi di passeggeri a senso unico dalle delegazioni a Principe. 
Il concentramento è stato fissato in piazza Dell’Annunziata. Da li si muoverà un corteo che raggiungerà il Sacrario dei Caduti, dove montano per primi la guardia d'onore i membri del CLN Liguria e i comandanti partigiani con i gonfaloni di Torino e di Genova. 
Il corteo lascia piazza dell'Annunziata alle 15,30. Lo guidano i capi della Resistenza genovese e italiana, il primo presidente onorario della Corte di Cassazione, Domenico Peretti Griva, la vedova del gen. Perotti, il prof. Tubino, presidente dell'Associazione dei familiari dei caduti di Torino, dirigenti sindacali e politici, deputati e senatori e avanti tutti i gonfaloni di Novara, La Spezia, Reggio Emilia, Sestri Levante e il medagliere partigiano della città di Cuneo. Uno spettacolo di forza impressionante; indescrivibile, il corteo si ingrossa via via, diventa un fiume, un mare di uomini, di donne, di giovani, una colonna lunga oltre due chilometri: centomila genovesi, centomila voci che intonano l'inno di Mameli, un coro possente. I partigiani con il bracciale tricolore si danno la mano formando una catena interminabile lungo i margini della marea avanzante. La parola d'ordine è quella di evitare qualsiasi provocazione e di non fornire alcun pretesto alle forze di polizia presenti. 
Una lunga colonna di camionette, completata da due idranti, occupa il lato di piazza De Ferrari, prospiciente la società Italia; qualcuno riconosce il funzionario che la comanda, il 
dottor Curti, che l'on. Adamoli denunciò alla Camera per violenze anti-operaie e non può non avvertire una vaga inquietudine. 
Agenti di polizia sono dislocati attorno ai cantieri delle imprese che stanno costruendo i sottopassi di piazza De Ferrari, altri tra le macerie di Piccapietra, l'antica Portoria, dove sorgerà un nuovo quartiere, persino sui muri già demoliti a metà o appena eretti, dal basso sembrano soldati nazisti tra le macerie di una città conquistata, altri ancora distesi a cordone sul terrazzo della Chiesa di S. Stefano che guarda dall'alto via XX Settembre, numerosi reparti con automezzi stazionano sul Ponte Monumentale. La presenza di così ingenti forze di polizia mentre sta manifestando a Genova e in Italia l'antifascismo non ha soltanto il sapore di una provocazione ordita ad arte, ma di una scelta fatta dai responsabili della vita nazionale, dai dirigenti, ministri e non ministri, del partito della Democrazia Cristiana. 
Imperioso sorge il ricordo di quanto avvenne nel 1922 con l'acquiescenza, dapprima, e la collaborazione, poi, dei "popolari" al primo gabinetto Mussolini e poi la fine delle libertà per tutti, anche per i "popolari". L'on. Tambroni non è forse un "popolare" che rinnegò la propria fede politica e in una ormai famigerata e nota lettera a Mussolini si prosternò al duce del fascismo? La minaccia fascista è ormai nelle cose, negli uomini, nei fatti. La minaccia fascista è lo stesso governo DC-MSI che fa circondare da un esercito di poliziotti una manifestazione chi: si richiama alla Resistenza e chiede il rispetto della Costituzione. 
Il corteo prosegue ordinato, dilaga per via XX Settembre, arresta dinanzi al Sacrario dei Caduti, vi depone il proprio omaggio e prosegue per piazza Della Vittoria. Il segretario della C.C.d.L. Pigna pronuncia un discorso in cui afferma che la classe operaia genovese non permetterà ai relitti della sanguinosa avventura mussoliniana di rimettere piede nella città che li ha scacciati il 25 aprile. Alle 19, annuncia Pigna, è convocato l'Attivo sindacale della Provincia per decidere le ulteriori manifestazioni di lotta. 
Centomila persone cominciano a disperdersi, migliaia risalgono via :xx Settembre per portarsi in piazza De Ferrari e di lì a Caricamento, ai capolinea tramviari.

Piazza De Ferrari è di nuovo gremita. Sono le 17 quando, come scrissero l'indomani i giornali, all'improvviso si scatena l'inferno. Le camionette della "celere" aggrediscono i manifestanti con violenza mentre gli idranti cominciano a vomitare acqua. I comandanti partigiani presenti cercano inutilmente di evitare ciò che sta accadendo. Gli aggrediti sono giovani già provati il 25 giugno, e uomini di tutte le età e di tutte le professioni; la reazione comune è analoga, immediata. Una prima camionetta viene rovesciata e incendiata dinanzi alla sede della Società Italia, una seconda nel centro di Piazza De Ferrari, una terza all'imbocco di via Roma. Nove automobili private colpite dalla bombe lacrimogene vengono avvolte dalle fiamme. Le vie laterali a piazza De Ferrari e i vicoli di porta Soprana sono disselciati. I dimostranti rispondono con la violenza alla violenza, ma rivelano di saper distinguere, anche quando l'ira divampa più alta, tra i mandatari e gli esecutori degli ordini: numerosi agenti feriti sono soccorsi e caricati sulle ambulanze dagli stessi antifascisti, un ufficiale colpito cade nella vasca piena di acqua che è al centro di piazza De Ferrari e viene tratto in salvo da alcuni giovani. Altri giovani scortano oltre il luogo dove infuria la mischia un Capitano dei Carabinieri trovatosi isolato e lontano dai propri uomini. 
Sono queste, assieme a tante altre, le cose che né l'on. Tambroni, né l'on. Spataro hanno potuto dire in Parlamento. 

Essi non hanno potuto dire, perché le alte gerarchie ecclesiastiche e gli americani che ne hanno appoggiato il governo lo impedivano, che la battaglia antifascista di Genova ha avuto il suo centro di irradiazione sul Sacrario dei Caduti Partigiani, che da questo Sacrario, queste lapidi sono state per giorni e giorni la meta dei democratici genovesi, liguri, italiani, che ad esso si sono diretti tutti i cortei, ogni giorno, come al luogo dove il patto della Resistenza rivive nel non retorico sacrificio dei morti. Tambronì e Spataro non hanno potuto e voluto dire quanti fiori mani di donne di tutte le età, vi hanno deposto, ad ogni ora, in ogni minuto delle giornate di giugno, quante madri, quante sorelle e quante spose hanno attinto a queste lapidi la certezza della giusta lotta dei loro mariti, padri, fratelli. 
Questi rappresentanti di un mondo che crolla, ovunque ancora impone il suo sistema, che dalla Corea , alla Turchia, al Giappone, all'Africa è chiamato alla resa dei conti dalla nuova dignità umana dell'Era del Socialismo e degli Sputnik, hanno dovuto nascondere le proprie vergogne e le proprie colpe dietro il consunto paravento dell'anticomunismo. 
Dieci morti per le strade d'Italia rivestono di tragico le menzogne della "rivoluzione comunista" fallita, degli "attentati comunisti" alle istituzioni democratiche dette da uomini che, al fianco dei fascisti, si sono messi fuori e contro le norme costituzionali. 
Si legga l'elenco degli arrestati delle "giornate genovesi", essi rappresentano tutte le professioni e tutti i mestieri. E si rileggano le dichiarazioni governative rese ai due rami del Parlamento e appariranno, crudele ormai, il paradosso di una "rivoluzione" disarmata, ed eroica la realtà degli antifascisti, comunisti, socialisti, repubblicani, socialdemocratici, senza partito, inermi contro i bastoni e i mitra della polizia. 
Alle 19 la battaglia sta assumendo proporzioni allarmanti. Un parlamentare comunista, l'on. 
Adamoli, tenta di mettersi in comunicazione con la prefettura e la Questura. Un funzionario gli risponde che è "necessario dare una lezione". Alle 20,30, mentre su tutto il centro cittadino grava una pesante nube di gas lacrimogeni e alte colonne di fumo si levano dagli automezzi incendiati, gli appelli al buon senso hanno finalmente buon esito. 
Il presidente dell'ANPI, l'ex partigiano "Gregori" Giorgio Gimelli, a bordo di un'auto sulla quale viaggia anche un funzionario di polizia, raggiunge la zona degli scontri. Dall'alto della stessa automobile "Gregori" parla ai dimostranti. E' sufficiente la sua voce, la voce di un comandante partigiano, l'impegno che le forze di polizia saranno ritirate, per avviare a normalità la situazione. Nulla sarebbe accaduto se la polizia non avesse aggredito gli antifascisti. Ma forse più che di una aggressione si è trattato di un collaudo della propria efficienza in vista delle prossime 48 ore. Un collaudo costato caro: centosessantadue tra funzionari, ufficiali e agenti della "Celere" feriti o contusi, una quarantina di dimostranti feriti, di cui nove ricoverati, un centinaio di fermi che durante la notte si dimezzano. 
Nel centro della città l'aria è ancora irrespirabile per i gas lacrimogeni e piazza De Ferrari ingombra di carcasse annerite di camionette e automobili, di sassi, di putrelle di ferro e di travi, è la scena non ancora deserta della battaglia non ancora conclusa, quando nel salone della Società di Cultura, in via G. D'Annunzio, dinanzi ad un pubblico foltissimo, il primo presidente onorario della Corte di Cassazione, Domenico Peretti Griva, documenta, sulla base della XII disposizione, l'anticostituzionalità del MSI. Dalla Società di Cultura, che nei giorni precedenti è stato un attivo centro antifascista, parte la notte stessa, diretto all'ono Gronchi, un telegramma che chiede la messa al bando del partito esaltatore dei carnefici nazifascisti. 
Anche a Torino, la stessa sera, la polizia carica i partecipanti ad una manifestazione antifascista. 
I fatti di Genova hanno una immediata eco alla Camera. La seduta, nonostante l'ora tarda è ancora in corso, quando l'on. Natta, informa dell'accaduto i deputati presenti. I parlamentari si levano in piedi e gridano: 
"Viva Genova!"




testimonianza di Giordano Bruschi






















lunedì 26 luglio 2010

Da Reggio Emilia a Genova l'ingiustizia di Stato - (G.Giuliani)



Il 7 luglio scorso sono stato a Reggio Emilia. Cinquant’anni trascorsi, e l’unica sentenza emessa è ancora “assolti per non aver commesso il fatto”: si saranno sparati fra loro quei cinque, ai punti cardinali della grande piazza dei Teatri, interi caricatori per lasciare per terra più di cinquecento bossoli. Lo ricordano con tristezza i familiari di Afro, Emilio, Lauro, Marino, Ovidio: tristezza per un Paese che fatica ad accettare la verità, a riconoscere la giustizia. Lo ricordano con l’orgoglio e la convinzione che i loro cari avessero fatto la cosa giusta nel posto giusto. E gli altri? I carabinieri e i poliziotti che hanno sparato le raffiche ad altezza d’uomo, che hanno preso la mira, che hanno sparato per uccidere persone inermi che volevano soltanto manifestare?


Sì, gli altri, gli assassini? Hanno solo obbedito a un ordine o ci hanno messo (anche) del loro?Se ne è discusso a Genova sette giorni prima, ricordando il 30 giugno, quando un moto di popolo impedì l’offesa alla città medaglia d’oro della Resistenza di un congresso del MSI celebrato dal gerarca fascista responsabile della uccisione di partigiani e della deportazione nel ’44 di 1600 operai nei lager nazisti. Quello stesso MSI che consentiva col suo voto determinante l’esistenza del primo governo di destra dell’Italia repubblicana, il governo Tambroni. A Genova l’attitudine violenta dei reparti fu sconfitta dalla straordinaria partecipazione giovanile e operaia, incontro di generazioni: i ragazzi dalle magliette a strisce e i padri metalmeccanici e portuali che la Resistenza l’avevano fatta e vissuta. A Reggio Emilia, si è detto, i comandi hanno voluto accreditarsi, e molti lo hanno fatto senza troppi problemi: uno degli esiti non sufficientemente valutati della pacificazione era stato che una serie di vecchi arnesi del fascismo e della repubblica di Salò erano tornati ai loro posti. Ma a sparare sono stati in molti, troppi, e allora non si sfugge alla constatazione che era emersa una voglia diffusa di vendetta per l’umiliazione subita a Genova e che aveva coinvolto anche i celerini e la truppa, quella stessa voglia di vendetta che in quegli stessi giorni fece uccidere Vincenzo a Licata; Andrea, Francesco, Giuseppe e Rosa (aveva 53 anni e stava chiudendo la finestra di casa) a Palermo; Salvatore a Catania.I due decenni successivi vedono un paio di tentativi di colpi di stato ai quali si prestano alcuni reparti; soprattutto inizia la fase dello stragismo, e poi del terrorismo ambiguo, sempre e comunque dalla parte sbagliata. L’inaccettabile elenco dei morti ammazzati (difficile non rischiare di dimenticarne qualcuno) si allunga, rendendo persino banale la distinzione pasoliniana tra proletari (gli agenti) e borghesi (gli studenti). Se non su un punto: che quello dei poliziotti doveva essere considerato un lavoro portatore di diritti. Alle straordinarie conquiste civili e democratiche degli anni settanta (aborto, divorzio, statuto dei lavoratori) si associa quella della democratizzazione della polizia: smilitarizzazione e sindacato. Ricordo ancora quella grande manifestazione della CGIL a Milano, con Luciano Lama. Poi, come succede spesso, una conquista viene considerata come acquisita per sempre: non è così.Lo abbiamo visto a Genova nel luglio 2001. Erano trascorsi 24 anni dalla uccisione di Giorgiana nelle strade di Roma e non era più accaduto che un giovane venisse ammazzato nel corso di una manifestazione. C’è chi ricorda che a Napoli, qualche mese prima, si era corso il rischio, e che i comportamenti nella piazza, alla caserma Raniero, negli ospedali non lasciavano prevedere nulla di buono. Tuttavia a Genova è proprio diverso. Ciò che avviene è preparato, la strategia è studiata. Non per niente al governo c’è di nuovo la destra. Si lasciano agire indisturbati piccoli gruppi di devastatori (molte immagini lasciano pensare che le infiltrazioni abbiano contribuito alle imprese) allo scopo di far accogliere la successiva repressione di manifestanti con l’applauso da parte di una opinione pubblica narcotizzata dai media di regime. Insomma, avviene quello che, in un’intervista concessa al Quotidiano nazionale il 23 ottobre 2008, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che se ne intende, descriverà con dovizia di particolari: “Ritirare le forze di polizia dalle strade, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città”. “Dopo di che?”, chiede l’intervistatore. “Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri.”Della violenza di Genova colpiscono la brutalità con la quale gruppi di carabinieri, poliziotti e finanzieri si accaniscono per strada su singoli manifestanti inermi e indifesi, e anche la sproporzione numerica fra i picchiatori e chi cerca in qualche modo di riportarli alla ragione. E’ solo uno sfogo di frustrazioni o c’è un nesso con la formazione e l’orientamento? Perché a Carlo, dopo averlo colpito a morte, spaccano la fronte con una pietrata per poter accusare un manifestante di averlo ucciso con il suo sasso? Perché i carabinieri dei reparti speciali festeggiano nel loro acquartieramento la giornata del 20 luglio cantando “faccetta nera” e nessuno dice niente? Perché a Bolzaneto torturano? Perché alla scuola Diaz il reparto mobile di Roma pratica la “macelleria messicana”? La chiave interpretativa sta nella testimonianza di un capitano dei carabinieri che il 20 luglio, in Piazza Alimonda, era solo tenente. In tribunale, durante il processo a 25 manifestanti, continua a parlare di guerra e quando l’avvocato gli fa notare che lui, certo, ha una mentalità militare, ma che lì non si tratta di guerra ma di ordine pubblico, risponde a voce alta: “E’ uguale, è uguale, cambiano solo gli strumenti dell’offesa”, e nel caso non si fosse capito lo ripete con foga.Chi sta sotto a volte guarda in alto. Non ricava l’esempio migliore, anzi. Tutti promossi, premiati, decorati. Quelli in carriera militare con le stellette d’oro e d’argento e le onorificenze al merito. Gli altri con incarichi prestigiosi ai vertici dei servizi. E anche quando arrivano le condanne di appello scattano subito le manifestazioni di stima da parte della destra di governo. Non c’è che ricavarne una indicazione di impunità, meglio ancora, di impunibilità.Dall’inizio dell’anno il carcere ne ha suicidati più di trenta. Sui muri di Roma un manifesto sollecita inquietudine. Ci sono le fotografie di Carlo, Federico, Gabriele, Stefano, e una scritta: il prossimo potresti essere tu. Poi picchiano i terremotati dell’Aquila e gli operai di Milano. E ci si comincia finalmente a chiedere perché. Poi il tribunale di Milano ha condannato in primo grado a 14 anni di carcere il generale dei carabinieri Giampaolo Ganzer, due stelle, capo dei ROS (Reparti Operativi Speciali), per traffici di stupefacenti dal 1991 al 1997. Uno così a Genova non poteva mancare, e infatti c’era. A uno così la fiducia del governo non poteva mancare, e infatti Maroni gliela ha accordata.Occorre ritornare agli anni del rilancio democratico. Deve farlo la politica, ma la buona politica, oggi, è merce rara.

Giuliano Giuliani


giovedì 8 luglio 2010

"nel momento giusto nel posto giusto"

Genova 8 luglio 2010
Una giornata quasi “profetica”, quella di ieri 7 luglio 2010.
Mi riesce persino difficile riannodare tutti gli elementi che concorrono nel comporre una istantanea della quotidianità politica italiana dai toni foschi.
Nelle prime ore del pomeriggio ho saputo degli scontri a Roma che hanno coinvolto i terremotati dell’Aquila. Non l’ho saputo ne in diretta ne con le tempistiche di internet perché ero a Reggio Emilia a seguire le manifestazioni del 50esimo anniversario dei fatti del 7 luglio 1960 dove polizia e carabinieri alle dipendenze politiche del governo retto da Tambroni con l’appoggio dei fascisti dell’MSI Assassinavano cinque lavoratori disarmati rei di partecipare allo sciopero generale indetto dalla CGIL.
Una strage che avrebbe potuto avere cifre assai più tragiche, visto che furono raccolti successivamente 500 bossoli sparati dalle forze di polizia, per lo più ad altezza uomo, considerando che i manifestanti furono sottoposti ad un fuoco incrociato avendo gli agenti chiuso anche con nidi di mitragliarici i diversi accessi, quindi anche vie di fuga, della piazza.
Fu la vendetta preordinata e vigliacca di quel governo alla sconfitta che aveva subito pochi giorni prima a Genova, dove fu impedita dai lavoratori e antifascisti genovesi, la celebrazione del congresso dell’MSI, con il possibile ritorno nella città medaglia d’oro della resistenza, del torturatore e deportatore nei campi tedeschi di migliaia di lavoratori genovesi Basile.
Nonostante i servi di regime si siano prodigati nell’ultimo anno a fornire una immagine degli interventi nelle zone terremotate d’Abruzzo da parte del governo quasi miracolistiche, oggi che, grazie anche alle intercettazioni esce fuori un vergognoso connubio tra allegri affaristi e strutture dello stato, la risposta che lo Stato da a chi vuole andare a chieder conto della reale inefficienza e incuria all’Aquila, la risposta che viene data è il manganello. Per l’olio di ricino è lecito pensare che sia solo questione di tempo.
Scrivevo di difficoltà a riannodare perché ieri volendo dare il suo contributo, il nostro Ministro degli esteri affermava : “Francamente si sentivano solo un po’ di fischietti, niente di più.” Parli degli Eritrei signor Ministro! Non vagheggi, le liste degli aventi diritto, se i suoi funzionari non sono in grado di redigerla, come ben sa le può essere fornita da chi la ha con la dovuta riservatezza, a tutela dei famigliari degli aventi diritto all’asilo politico. Le risposte inoltre non deve a questo punto darle solo agli italiani ma allo stesso commissario al consiglio d’Europa per i diritti umani.
Erano passati pochi mesi da quando era stato aperto il blog “a sinistra” che l’Unità mi menzionava, insieme ad altri blogger, in merito ad una mia preoccupazione sull’esautorazione del Parlamento di questo governo. Il mio pensiero era rivolto alle numerose richieste di fiducia da parte del governo. Della mancanza quindi di confronto parlamentare. Sono passati circa due anni e la situazione è decisamente peggiorata. Sulla manovra “anticrisi” che colpisce in maniera unilaterale servizi e fasce economicamente deboli sarà posta la doppia fiducia, alla camera e al senato. L’importante per questo governo è che sia soddisfatta la Marcegaglia e ciò che rappresenta. Non è un caso che a Reggio Emilia ieri ci fosse una delegazione di lavoratori genovesi e che tra gli interventi anche quello di un delegato di Pomigliano. Uno di quelli che ha votato No per difendere prima di ogni altra cosa la dignità del lavoro. Quel lavoro del nostro articolo 1 della Costituzione.
Tambroni rassegnò le dimissioni il 9 luglio 1960 e il 26 luglio un nuovo Primo Ministro fu insediato e ufficialmente si aprì una nuova stagione politica.
Domani 9 luglio la FNSI ha proclamato sciopero con manifestazioni ed iniziative in tutta Italia contro quella che ormai viene definita “legge bavaglio” in quanto attacca violentemente la libertà di stampa e di espressione oltre a togliere importanti strumenti di indagine nei casi di criminalità organizzata e di corruzione.
Non a caso ieri a Reggio Emilia era presente Roberto Natale presidente della Federazione Nazionale della Stampa.
Non so se il 9 luglio Berlusconi rassegnerà le dimissioni. So che i danni al tessuto democratico che sta arrecando sono notevoli. Cinquant’anni fa furono i lavoratori e i giovani dalle magliette a strisce a difendere a caro prezzo la nostra Democrazia lasciando un contributo di sangue da Reggio Emilia fino in Sicilia.
Furono nel momento giusto nel posto giusto.
Loris 
Ps. Ero a Reggio Emilia con G. Giuliani, perché nel 2001 a Genova la democrazia fu “sospesa” dal precedente governo Berlusconi e nelle giornate del G8, il 20 luglio in Piazza Alimonda Carlo Giuliani veniva ucciso dai carabinieri. Ero a Reggio Emilia perché in quel contesto Giuliano Giuliani rappresentava le vittime del G8 del 2001 dove importanti funzionari dello Stato come il capo della Polizia hanno subito condanne per i loro comportamenti.
Sarò il 20 luglio a Genova in piazza Alimonda non solo a ricordare la morte di Carlo Giuliani e l’offesa procurata alla città di Genova, sarò il 20 luglio in piazza Alimonda perché è il momento giusto nel posto giusto.



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