il problema attuale non è più la lotta della democrazia contro il fascismo ma quello del fascismo nella democrazia (G. Galletta)

Amicus Plato, sed magis amica veritas



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domenica 28 dicembre 2014

“Voi ci uccidete, ma noi non morremo mai” urlò Gelindo di fronte al plotone d’esecuzione…





“Avevo 4 mucche, e adesso sono 54 capi di bestiame, con la produzione del grano che è salita a 5 volte quella del ’35. Eravamo mezzadri, pieni di debiti, e adesso abbiamo ancora debiti da scontare per 30 anni, ma il fondo è dei nipoti e delle nuore (…) in più abbiamo dato sette vite alla Patria. Se c’è bisogno di dare ancora la vita, i Cervi sono pronti, e qualcuno pure sopravviverà, e rimetterà tutto in piedi, meglio di prima. Ecco perché non ci fermeranno più” (Alcide Cervi)

Il 28 Dicembre 1943 al poligono di tiro di Reggio Emilia venivano fucilati i sette fratelli Cervi per rappresaglia.
Il significato nella storia del nostro Paese di questo ulteriore crimine fascista, assume un valore particolare per ciò che la famiglia Cervi rappresentava nella realtà contadina Emiliana e di fatto in quella di tutto un paese ancora legato a quel tipo di cultura.
Passarono dalla mezzadria ad essere affittuari e quindi liberi di decidere cosa e come coltivare la terra, rimanendo comunque sempre legati a quel sistema contadino della cooperazione e delle leghe contadine in quanto solo “assieme” era possibile emancipare se stessi emancipando anche gli altri. Cultura del Lavoro che inesorabilmente si accompagnava alla cultura socialista, la dove il Lavoro significava emancipazione.
Paradigmatico è l’episodio Di Aldo Cervi che sul trattore acquistato per modernizzare il lavoro nei campi porta il mappamondo, a significare che serve guardare fuori del proprio campo per poter migliorare le condizioni di lavoro e di vita.
La scelta antifascista è quindi naturale, intrinseca nella storia della famiglia stessa. Alla caduta del fascismo il 25 luglio i Cervi distribuiscono pasta in piazza per festeggiare e, dopo l’8 settembre, la cascina Cervi diventerà rifugio per sbandati, partigiani e prigionieri sfuggiti ai nazifascisti.
Verso la fine di novembre un rastrellamento, probabilmente una delazione, i sette fratelli e Alcide Cervi vengono catturati insieme a dei fuggiaschi russi e ad altri antifascisti.
Torturati e separati dal padre saranno uccisi la mattina del 28 dicembre.

“Abbiamo dato asilo ai perseguitati, da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, abbiamo conservato i figli alle madri, gli uomini alle spose. Abbiamo predicato la giustizia contro i prepotenti fascisti e ladri, contro i ricchi carnivori di fatica e di sangue” (Alcide Cervi)



l'Italia è una Repubblica Democratica fondata sul Lavoro
...e quel concetto di Lavoro, molto chiaro alla famiglia Cervi ancor prima che fosse sancito sulla nostra Costituzione, non può essere disatteso da nessun governo.

Loris

Link utili : i miei sette figli

giovedì 25 dicembre 2014

Auguri Antifascisti



…All’uscita della messa di Natale del 1943 , in frazione Curenna, sui monti a ridosso tra Albenga e Imperia un gruppo di Partigiani guidati dal Comandante Felice Cascione salutarono i contadini e montanari che si erano recati alla funzione, intonando per la prima volta un canto che raccontava la vita dei Partigiani, le loro aspirazioni, le loro emozioni.
Quell’inusuale canto di Natale era stato scritto dal comandante Cascione  (Megu) stesso, sulle note di un celebre canto russo. 
Cascione sarebbe caduto sotto il fuoco fascista poche settimane più tardi, ma quella canzone di fatto rappresentò un testamento politico del movimento Partigiano.

« Fischia il vento e infuria la bufera
scarpe rotte e pur bisogna andar
a conquistare la rossa primavera
dove sorge il sol dell'avvenir »



Auguri a tutti gli antifascisti, auguri a tutti coloro che oggi continuano a difendere quei "diritti" che il sacrificio di Cascione e di tanti altri giovani come Lui ci hanno lasciato in custodia affinchè li possiamo a nostra volta trasmettere alle generazioni future. Custodiamo, rispettiamo e salvaguardiamo la Nostra Costituzione

Loris

Se ne parla anche : fischia il vento - felice cascione e il canto dei ribelli 

martedì 22 luglio 2014

FISCHIA IL VENTO – Felice Cascione e il canto dei Ribelli

 
FISCHIA IL VENTO:layout… Un sapiente doppio binario viene percorso, da Donatella Alfonso nel suo libro “FISCHIA IL VENTO – Felice Cascione e il canto dei Ribelli” : uno che percorre la parte aneddottica legata al canto Partigiano l'altro legato all'autore di quelle parole “Felice Cascione” prima figlio, poi studente, sportivo, medico e comandante Partigiano.
Se viene accostato alla figura di “Che Guevara” per le peculiarità di essere medico per tutti, soprattutto per chi in quegli anni il medico non se lo poteva permettere e nel contempo comandante partigiano, ho sentito molto l'accostamento tra i due in quel valore che è la coerenza, nel momento delle scelte di vita, sino alle estreme conseguenze.
L'aver descritto, attraverso il rapporto con la madre, un percorso formativo di integrità morale e politica, rende la figura di Felice Cascione un autentico esempio di quella gioventù che seppe scegliere con risolutezza da quale parte bisognava stare, per affermare quei valori di libertà e giustizia di cui era privata l'Italia.
Risulta quindi più semplice interpretare le parole e il contenuto della canzone partigiana “Fischia il vento”, con le condizioni di vita ambientali vissute dai giovani partigiani, e con le loro aspettative, dopo aver vinto contro il fascismo (a conquistare la rossa primavera) .
E' la notte di Natale del 43 quando viene cantata per la prima volta all'uscita della messa di mezzanotte nella frazione di Curenna nell'estremo ponente ligure, e ad ascoltarla c'erano quegli stessi contadini e boscaioli che sostenevano i partigiani .
Il testo subirà durante la sua diffusione adattamenti a secondo delle zone e della collocazione politica delle diverse formazioni partigiane, trovando nella madre di Felice, Maria Baiardo, una ferma difenditrice, anche dopo la fine della guerra, dello spirito e contenuto espresso nel testo originario del figlio.
Sono trascorsi settant'anni dalla morte di Cascione, la Resistenza ha vinto, è stata scritta una Costituzione che si rifaceva ai valori della Resistenza ed oggi ci ritroviamo di fronte al tentativo di riscrivere quel patto tra Stato e cittadini, incuranti di chi diede tutto affinché fossimo in grado di scegliere.
Non nascondo che nella lettura è insorto spesso un senso di fastidio e rabbia considerando quanto lontani siamo nella nostra quotidianità politica da quelle aspettative che per molti di quei ragazzi significò la morte e risulta pertanto inaccettabile ogni forma di revisionismo di quella storia.
 Loris

lunedì 30 giugno 2014

“Signore Presidente vi voglio scrivere questa lettera, che può essere che leggerete se ne avrete il tempo…”


(ANSA) - ROMA, 26 GIU - "Giorgio Almirante è stata espressione di una generazione di leader di partito che, pur da posizioni ideologiche profondamente diverse, hanno saputo confrontarsi mantenendo reciproco rispetto, a dimostrazione di un superiore senso dello Stato che ancora oggi rappresenta un esempio".


Genova 30 giugno


“Signore Presidente vi voglio scrivere questa lettera, che può essere che leggerete se ne avrete il tempo…”**
…Gli uomini col senso dello Stato che non ho potuto conoscere per ragioni anagrafiche sono coloro che al bando firmato da Almirante fecero la scelta, per dignità , di opporsi, guadagnandosi la qualifica di disertori.
Sono i ragazzi della Benedicta, del Turchino… di tutti quei luoghi che hanno bevuto il sangue della meglio gioventù che un Paese poteva sperare: i Cascione, i Pieragostini, gli Alpron i Fillak le Cecilie Doganutti, le Irma Bandiera. I loro nomi sono scolpiti nelle lapidi di tutta Italia sino ad arrivare alla quota orribile di 45 mila.
Un numero talmente elevato da non poter essere citati come meriterebbero uno ad uno per rendergli un doveroso omaggio.
In Loro nome e per non vanificare il Loro sacrificio il 30 giugno del 1960 altri uomini di con il senso dello Stato, anonimi, insorsero per non consentire lo svolgimento a Genova del congresso dell’MSI, il partito di Almirante.
Se oggi, considerati col senso dello Stato vengono definiti coloro che erano “dall’altra parte” evidentemente qualcosa nella scala dei valori non torna. Non torna quando un delinquente diventa interlocutore politico per modificare la Carta Costituzionale nata dalla Resistenza, o quando si danno accelerazioni alla modifica rabberciata di quel patto fondante dello Stato Repubblicano.
Se, avessero vinto gli Almirante, avrebbe vinto la cultura delle leggi razziali, della soppressione degli avversari politici, la soppressione delle libertà individuali. Forse Lei non sarebbe diventato Presidente eletto da un Parlamento Democratico (pur nelle contraddizioni).
Arriva un momento in cui le scelte da che parte stare non possono essere eluse : io sto dalla parte di quei disertori che divennero Partigiani, che fecero la Resistenza e che pagarono per questo un elevato contributo di sangue .
Uno Stato dove Almirante è considerato uomo col senso dello Stato non può essere il mio Stato.
Loris 

**"Monsieur le Président Je vous fais une lettre. Que vous lirez peut-être. Si vous avez le temps" (Boris Vian)

venerdì 25 aprile 2014

BUON 25 APRILE

(Clicca sull'immagine per accedere alle diapositive)

... E 'l'odore del Lavoro Quello Che SI Sente Attraversando le officine. Quello dell'articolo 1 della Nostra Costituzione, quello delle deportazioni dei lavoratori Che Hanno difeso il Loro e Nostro Posto di Lavoro Venire "Bene Comune" per le GENERAZIONI Che sarebbero venute.
Una Resistenza Quotidiana ONU Difesa della Dignità di ONU Intero popolo.

BUON 25 APRILE


lunedì 14 aprile 2014

25 Aprile, Ricordo, Memoria, Cultura

me…Pochi giorni al 25 aprile, celebrazioni, corone ai sacrari, ricordo di stragi. Il ricordo è una manifestazione puramente personale, individuale. La memoria invece è il frutto di un ricordo collettivo e di una elaborazione condivisa che va a incidere sulla morale, sull’etica in quanto morale condivisa e conseguentemente su quelli che sono i nostri rapporti quotidiani tra persone, comunità e istituzioni.
Soffermarsi quindi sui ricordi collettivi di cosa fu la Resistenza non è un esercizio nostalgico di chi ha avuto parenti amici o conoscenti coinvolti in quella vicenda, ma è la consapevolezza di ciò che siamo oggi, nel nostro ruolo di “singoli” inseriti in tutti quei contesti di comunità che sono la famiglia, la scuola, il lavoro.. …. lo Stato.
Il confine tra civiltà e barbarie è molto più labile di quello che vorremmo pensare e gli esempi non mancano, dalle pulizie etniche dell’ex Jugoslavia ai genocidi in Africa o alle persecuzioni da parte degli integralisti religiosi in varie parti del mondo.
Per queste ragioni non mi stancherò di ricordare e rendere omaggio a chi ha sacrificato parte di se stesso, spesso la vita, per poterci consentire, percorrendo la linea di confine tra civiltà e barbarie, di poter essere per la civiltà, e, come genitore di poter educare mio figlio a quei valori che consentono oggi di poterci esprimere liberamente.
A pochi mesi dalla fine del conflitto, nel 45,  Elio Vittorini proponeva una grande riflessione che ritengo a quasi settant’anni di distanza assolutamente ancora attuale. Un utile strumento per chi oggi pensa che sono cose del passato e che non ci appartengono più.
Loris

Elio_VittoriniUNA NUOVA CULTURA
Non più una cultura che consoli nelle sofferenze ma una cultu­ra che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini
Per un pezzo sarà difficile dire se qualcuno o qualcosa abbia vinto in questa guerra. Ma certo vi è tanto che ha perduto, e che si vede come abbia perduto. I morti, se li contiamo, sono più di bambini che. di soldati; le macerie sono di città che avevano venticinque secoli di vita; di case e di biblioteche, di monumenti, di cattedrali, di tutte le forme per le quali è passato il progresso civile dell’uomo; e i campi su cui si è sparso più sangue si chiamano Mauthausen, Maidanek, Buchenwald, Dakau. Di chi è la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto? Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva insegnato a considerare sacra l’esistenza dei bambini. Anche di ogni conquista civile dell’uomo ci aveva insegnato ch’era sacra; lo stesso del pane; lo stesso del lavoro. E se ora milioni di bambini sono stati uccisi, se tanto che era sacro è stato lo stesso colpito e distrutto, la sconfitta è anzitutto di questa «cosa» che c’insegnava la inviolabilità loro. Non è anzi­tutto di questa «cosa» che c’insegnava l’inviolabilità loro? Questa «cosa », voglio subito dirlo, non è altro che la cultura; lei che è stata pensiero greco, ellenismo, romanesimo, cristianesimo la­tino, cristianesimo medioevale,. umanesimo, riforma, illuminismo, libe­ralismo, ecc., e che oggi fa massa intorno ai nomi di Thomas Mann e Benedetto Croce, Benda, Huitzinga, Dewey, Maritain, Bernanos e Unamuno, Un Yutang e Santayana, Valéry, Gide e Berdiaev. Non vi è delitto commesso dal fascismo che questa cultura non avesse insegnato ad esecrare già da tempo. E se il fascismo ha avuto modo di commettere tutti i delitti che questa cultura aveva insegnato ad esecrare già da tempo, non dobbiamo chiedere proprio a questa cultura come e perché il fascismo ha potuto commetterli? Dubito che un paladino di questa cultura, alla quale anche noi apparteniamo, possa darci una risposta diversa da quella che pos­siamo darci noi stessi: e non riconoscere con noi che l’insegnamento di questa cultura non ha avuto che scarsa, forse nessuna, influenza civile sugli uomini. Pure, ripetiamo, c’è Platone in questa cultura. E c’è Cristo. Dico: c’è Cristo. Non ha avuto che scarsa influenza Gesù Cristo? Tutt’altro. Egli molta ne ha avuta. Ma è stata influenza, la sua, e di tutta la cultura fino ad oggi, che ha generato mutamenti quasi solo nell'intel­letto degli uomini, che ha generato e rigenerato dunque se stessa, e mai, o quasi mai, rigenerato, dentro: alle possibilità di fare, anche l'uomo. Pensiero greco, pensiero latino, pensiero cristiano di ogni tempo, sembra non abbiano dato agli uomini che il modo di travestire e giustificare, o addirittura di render tecnica, la barbarie dei fatti loro. E qualità naturale della cultura di non poter influire sui fatti degli' uomini? lo lo nego. Se quasi mai (salvo in periodi isolati e oggi nel­l'U.R.S.S.) la cultura ha potuto influire sui fatti degli uomini dipende solo dal -modo in cui la cultura si è manifestata. Essa ha predicato, ha insegnato, ha elaborato princìpi e valori, ha scoperto continenti e costruito macchine, ma non si è identificata con la società, nOn ha governato con la società, non ha condotto eserciti per la società. Da che cosa la cultura trae motivo per elaborare i suoi princìpi e i suoi valori? Dallo spettacolo di ciò che l'uomo soffre nella società. L'uomo ha sofferto nella società, l'uomo soffre. E che cosa fa la cultura per l'uomo che soffre? Cerca di consolarlo. Per questo suo modo di consolatrice in cui si è manifestata fino ad oggi, la cultura non ha potuto impedire gli orrori del fascismo. Nessuna forza sociale era «sua» in Italia o in Germania per impe­dire l'avvento al potere del fascismo, né erano «suoi» i cannoni, gli aeroplani, i carri armati che avrebbero potuto impedire l'avventura d'Etiopia, l'intervento fascista in Spagna, 1'« Anschluss» o il patto di Monaco. Ma di chi se non di lei stessa è la colpa che le forze sociali non siano forze della cultura, e i cannoni, gli aeroplani, i carri armati non siano «suoi»? La società non è cultura perché la cultura non è società. E la cultura non è soçietà perché ha in sé l'eterna rinuncia del «dare a Cesare» e perché i suoi princìpi sono soltanto consolatori, perché non sono tempestivamente rinnovatori ed efficacemente attuali, vi­venti con la società stessa come la società stessa vive. Potremo mai avere una cultura che "'Sappia proteggere l'uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo? Una cultura che le impedisca, che le scon­giuri, che aiuti a eliminare lo sfruttamento e la schiavitù, e a vincere il bisogno, questa è la cultura in cui occorre che si trasformi tutta la vecchia cultura. La cultura italiana è stata particolarmente provata nelle sue illusioni. Non vi è forse nessuno in Italia che ignori che cosa significhi la mortificazione dell'impotenza o un astratto furore. Continueremo, ciò malgrado, a seguire la strada che ancora oggi ci indicano i Thomas Mann e i Benedetto Croce? lo mi rivolgo a tutti gli intellettuali ita­liani che hanno conosciuto il fascismo. Non ai marxisti soltanto, ma anche agli idealisti, anche ai cattolici, anche ai mistici. Vi sono ragioni dell'idealismo o del cattolicesimo che si oppongono alla trasformazione della cultura in una cultura capace di lottare contro la fame e le sofferenze? Occuparsi del pane e del lavoro è ancora occuparsi dell'« anima ». Mentre non volere occuparsi che dell'« anima» lasciando a «Cesare» di occuparsi come gli fa comodo del pane e del lavoro, è limitarsi ad avere una funzione intellettuale e dar modo a «Cesare» (o a Done­gani, a Pirelli, a Valletta) di avere una funzione di dominio «sull'ani­ma» dell'uomo. Può il tentativo di far sorgere una nuova cultura che sia di difesa e non più di consolazione dell'uomo, interessare gli idealisti e i cattolici, meno di quanto interessi noi?
ELIO VITTORINI
(Il Politecnico n. 1, 29 settembre 1945)

venerdì 4 aprile 2014

Benedicta 70′anni dopo

Tra le forze partigiane liguri che alla fine del marzo 1944 rendevano insicure ai tedeschi le vie di comunicazione con la valle del Po vi era la terza Brigata «Liguria» e il gruppo «Odino». Il comando tedesco di Alessandria ebbe l'incarico di dirigere e coordinare, in stretta collaborazione con quelli di Genova, Acqui e Ovada, un grande rastrellamento della zona affidato ad un'intera divisione tedesca (ventimila uomini) con aliquote di artiglieria, autoblinde, lanciafiamme ed aerei; ad essa si aggregarono reparti della GNR e delle forze armate di Salò. . All'alba del 6 aprile le forze nazifasciste si pongono in moto e le colonne sviluppano un attacco concentrico che tende a rinserrare i partigiani in sacche senza via di uscita. La maggior parte dei distaccamenti della Brigata «Liguria», però, dopo alcuni tentativi di resistenza, riesce a filtrare attraverso lo schieramento nemico o ad occultarsi sul luogo, sottraendosi alla distruzione. Non così il gruppo «Odino». Esso aveva stabilito nei pressi di Voltaggio, in un vecchio monastero semidistrutto posto sulla Benedicta, un accantonamento di renitenti fra i quali vi era un centinaio di giovani completamente disarmati. Il mattino .del 7 aprile essi vengono sorpresi e catturati da due colonne di fascisti e di tedeschi. Oltre un centinaio di giovani sono fucilati sul luogo, a gruppi di cinque per volta, da un plotone di bersaglieri fascisti: il massacro dura fino a tarda sera. Novantasei corpi furono gettati la sera in fosse comuni, molti altri furono trovati insepolti sulla montagna i giorni seguenti. Altri tredici prigionieri furono fucilati a Masone e sedici a Voltaggio. Un ultimo gruppo, comprendente fra gli altri i comandanti «Odino» e il tenente Pestarino suo aiutante, trasportato a Genova, viene fucilato il 19 maggio al passo del Turchino per rappresaglia. Oltre duecento prigionieri vengono avviati ai campi di concentramento in Germania!'. Complessivamente i caduti tra partigiani e civili, assassinati sul posto, deportati e poi morti nei lager, furono 305.

Sulla vicenda della «Benedicta» c'è la testimonianza di Luigi Laggetta.


Alla prima chiamata alle armi della RSI risposi andando in montagna il 13 dicembre 1943 con il gruppo della Benedicta: In fabbrica avevo conosciuto operai che erano stati perseguitati dai fascisti e ciò mi aveva indirizzato verso l'antifascismo. Mi dicevano che eravamo sotto una dittatura instaurata da Mussolini nel 1922 dopo aver soppresso la democrazia.
Durante la guerra, ascoltavo «Radio Londra» in casa di un amico. Nel gennaio del 1942 commentammo il blocco dell'avanzata tedesca verso Mosca. In montagna fui mandato da Pietro Gabanizza del Partito d'Azione. Andai in montagna assieme ad un figlio della sua cuoca, di nome Walter Corsi, aggregandomi al primo distaccamento della Brigata «Liguria» sotto il monte Tobbio. Il gruppo era formato in maggioranza da comunisti; fra cui era Rino Mandorli che mi diede 11 nome di battaglia -Bob». Comandante del gruppo era Ercole Tosi «Ettore». Da 19 quanti eravamoall'inizio raggiungemmo il numero di 800 nei primi mesi del '44. Fra noi vi erano Giacomo Buranello «Pietro» ed Elio Scano.
Ogni sera Baranello ci faceva scuola di partito. Rino Mandorli «Sergio» aveva 32 anni ed era stato dieci anni in galera per attività antifascista: Con noi c'era anche Goffredo Villa «Ezio» [(1922-1944) medaglia d’argentodella Resistenza) Mandorli fu poi fucilato al passo del Turchino per rappresaglia. Si faceva-una gran fame e come azioni ne ho fatte ben poche. Arrivavano a frotte i giovani renitenti alla leva, in gran parte disarmati; eravamo 7-8 distaccamenti Ricordo che ci fu un lancio degli Alleati che ci procurò 60 Stern.
Nel rastrellamento all'alba del 6 aprile 1944, 96 di noi furono fucilati, mentre 59 vennero fucilati al Turchino per rappresaglia in seguito ad un attentato compiuto al cinema Odeon contro i tedeschi (ne morirono una dozzina). Dopo la rappresaglia venimmo a Genova. Con noi c'era Germano Jori; poi fucilato dai tedeschi. Facevamo azioni come GAP. In una di queste azioni avvenuta il 23 maggio 1944 fui ferito da un fascista e venni curato dalla partigiana Iolanda Cioncolini «Gigia», la quale aiutò moltissimi compagni e fu poi condannata a 25 anni di carcere e deportata a Bolzano, da dove fu liberata il 25 aprile del 1945. Tornato in montagna, subii i rastrellamenti dell'agosto e del dicembre 1944 e partecipai alla battaglia di Pertuso, in cui era comandante Aurelio Ferrando «Scrivia», e vice-comandante G. Battista Lazagna «Carlo».

Testo tratto da "Vite da Compagni" edizioni EDIESSE

Dopo i tragici fatti della Benedicta e del Turchino la Resistenza seppe reagire e, facendo tesoro anche degli errori commessi riuscì a serrare nuovamente le file e a pochi mesi da quella primavera si ricompose in quei luoghi quella che sarebbe stata riconosciuta come la Divisione Mingo. Fu tra i partigiani di quella divisione che prese forma una delle canzoni della Resistenza più significative e belle: I Ribelli della Montagna"
Loris


lunedì 24 marzo 2014

perchè antifascista


Di recente ho creato un gruppo facebook di carattere locale che si chiama "Sei di Sestri Ponente se..... sei antifascista, antirazzista, tollerante .." nato in risposta a quei gruppi locali che vietano la trattazione di tematiche politiche, sociali e a volte anche ambientali appellandosi ai ricordi.
Dopo pochi giorni ricevo su fb un messaggio privato da un certo Sergio (il cognome lo ometto per garantire la privacy) che mi scrive così:

"In merito al gruppo di cui lei è amministratore " sei di Sestri Ponente se sei antifascista ; antirazzista ; anti...bla...bla.." ; le faccio notare che si puo' essere Sestresi doc. ( come lo sono io ) senza essere dotati dei suffissi " anti " . Non sono antifascista orgogliosamente eppure son di Sestri Ponente !"

C'ho pensato su qualche ora e infine ho risposto così, privatamente e pubblicamente:

....La lista inizia con Alpron Sergio 34 anni fucilato a Savona di famiglia ebrea residente a Sestri.
Barigione Sergio, Benvenuto Alfredo, Bertoglio Antonio, Bianchi , Bigatti,….Oddone Giacomo e Oddone Giuseppe….Stanchi Dario e Stanchi Walter…per chiudersi al 101 elencato con Zucchelli Luigi .
…E’ l’elenco dei caduti sestresi ricordati nel sacrario del cimitero dei Pini Storti. A loro si sommano gli assassinati al Turchino, alla Benedica, a Portofino, a Cravasco…..purtroppo in tante altre parti della Liguria e d’Italia dove la ferocia sanguinaria fascista non ha lasciato dubbio su quale progetto sociale perseguisse.
L’esito finale ha dato ragione a chi quel regime l’ha combattuto in ogni dove e che piaccia o no furono restituiti gli strumenti che consentissero a tutti, nella legalità di esprimere le proprie opinioni senza il pericolo di essere soppressi vigliaccamente dallo Stato stesso senza doverne pagare le conseguenze come accadde durante tutto il regime fascista. Ho sottolineato che il primo della lista era di famiglia ebrea in quanto in quel folle e criminale progetto furono coinvolti 6 milioni di Ebrei, zingari, omosessuali, … era anche un regime razzista. 
Che lei signor “Sergio” rivendichi di non essere contro tutto questo a me personalmente fa solamente nascere la riflessione che se le regole che ci stavano prima avessero valore anche oggi non si potrebbe permettere non solo di esprimerle queste sue idee, ma neanche pensarle in quanto i fascisti erano troppo vigliacchi per ipotizzare di confrontarsi con gli altri.
Quando passa per piazza Baracca sul muro davanti all’edicola(*) legga quei nomi e li ringrazi anche se non la pensa come loro perché anche se la democrazia ha questi inconvenienti , quei ragazzi sono morti per consentire anche a gente come lei di esprimere il suo pensiero.
Il suo orgoglio se lo conservi per qualcosa di più pregevole
Senza alcuna stima 
Loris Viari

gruppo fb Sei di Sestri Ponente se..... sei antifascista, antirazzista, tollerante
la foto fa riferimento all'inaugurazione del sacrario ai caduti Sestresi nella Resistenza (1950)

giovedì 26 dicembre 2013

I sette Fratelli Cervi - Il Film

Alcide Cervi
Arrestati durante un rastrellamento a fine novembre, uccisi il 28 dicembre al poligono di Reggio Emilia rappresenta quanto di più odioso e criminale potesse esprimere il regime fascista.
Mantenere viva la memoria di chi furono i 7 fratelli Cervi credo sia il compito di tutti coloro che hanno creduto e credono in "un mondo migliore"
Il film linkato non è come qualità dell'immagine tra i migliori, ma le interpretazioni di grandi come Volontè o Cucciolla esprimono al meglio quella cultura contadina, socialmente e politicamente impegnata che ha contribuito alla sconfitta nazifascista e ha messo le basi di una "Italia" che affonda le sue radici in quella "Repubblica Democratica fondata sul lavoro" della nostra Costituzione


Documentazione dettagliata sulla storia della famiglia Cervi nelle pagine dell'"Istituto Alcide Cervi"

ricordando i 7 fratelli Cervi


Era la notte tra il 24 e il 25 dicembre 1943 quando i fascisti catturarono i sette fratelli Cervi e tre giorni dopo, il 28, li portarono al poligono di tiro di Reggio Emilia mettendoli al muro. Sono trascorsi settant’anni da quell’eccidio, uno degli episodi che più è rimasto scolpito nella storia dell’antifascismo.
Per ricordare quei fatti il Museo Cervi di Gattatico ha organizzato due appuntamenti attraverso i quali “studiare come si sono formati e consolidati memorie e miti attorno a quei fatti”.
Il 21 dicembre, “un paradigma di democrazia”: un dibattito che ha visto prendere la parola nella sala del consiglio provinciale di Reggio Emilia il presidente Gianluca Chierici, il sindaco vicario Ugo Ferrari, la presidente dell’Istituto Alcide Cervi Rossella Cantoni e un’altra esponente del museo, Paola Varesi, oltre il docente bologneseLuciano Casali. Il secondo appuntamento, invece, è per il 28 dicembre, giorno in cui Cervi furono uccisi. Si chiamavano Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore ed avevano tra i 42 e i 22 anni. La loro famiglia era di estrazione contadina e a iniziare dagli insegnamenti di Alcide e Genoeffa Cocconi, genitori dei fratelli trucidati, in casa si erano sempre respirate aria antifascista e simpatie democratiche.
Quando scoppiò la seconda guerra mondiale, casa Cervi non è più solo un luogo di lavoro disperato e incessante contro la povertà, ma un centro nevralgico nel quale si cominciava a organizzare un dissenso concreto contro il regime mussoliniano. E Alcide, insieme a due dei suoi figli, va oltre creando anche la banda partigiana che prenderà parte attiva alla Resistenza

giovedì 24 ottobre 2013

Lettera ai Senatori e Deputati del Partito Democratico Ligure

Ai Senatori liguri del PD
ALBANO Donatella, CALEO Massimo, GUERRIERI PALEOTTI Paolo , PINOTTI Roberta,  VATTUONE Vito



Ai Deputati liguri del PD
BASSO Lorenzo, CAROCCI Mara, GIACOBBE Anna, MARIANI Raffaella, MELONI Marco, ORLANDO Andrea, PASTORINO Luca, TULLO Mario, VAZIO Franco

Furono circa 45.000 i caduti tra gli uomini e le donne della Resistenza nella lotta al nazifascismo. La loro provenienza sociale e politica era assolutamente trasversale. Cattolici, comunisti, liberali e molti altri. Ebbero il solo obbiettivo di restituirci un Paese diverso e per questo sacrificarono la loro vita. Chi fu protagonista del 25 aprile 1945 raccolse quel testimone e attraverso l'assemblea Costituente, che rappresentava tutti gli italiani, scrisse un patto tra i cittadini e la neo Repubblica che parla di Lavoro, di Pace di Equità sociale e di Solidarietà; di quali sono i nostri Doveri e come esercitare i nostri Diritti attraverso le rappresentanze parlamentari, lasciando comunque ai cittadini la possibilità dell' ultima parola su quelle che sono le modifiche a questo patto tra Cittadini e Stato.
Fu un atto di grande generosità e di altissimo senso civico.
Voi Senatori e Deputati liguri, provenite da una terra che questa storia l'ha scritta alla Benedicta, al Turchino a Portofino a Cravasco e in tanti altri luoghi tristemente noti. Per molti di voi è stato fondamentale l'apporto elettorale dei famigliari di quei ragazzi perchè nel partito che vi ha inserito nelle liste elettorali hanno pensato di rivedere gli stessi valori dei loro Padri,nonni o zii.
Se al Senato non si è voluto rispettare quella volontà di democrazia che ha ispirato i Padri Costituenti chiediamo che ciò accada alla Camera. Quei ragazzi non possono essere traditi. Lasciate ai cittadini la possibilità di poter decidere del futuro del proprio Paese esattamente come Pieragostini, Jori o Longhi hanno voluto prima di cadere sotto i colpi nazifascisti.

Non viene chiesto un voto “contro” ma molto più semplicemente il non raggiungere quei due terzi che se avevano un senso in un sistema “proporzionale” oggi sono un atto di arroganza in un sistema con premio di maggioranza e sbarramenti che esproprierebbe la partecipazione di tutti gli italiani a decidere del destino dello Stato in cui vivono lavorano e danno futuro con i loro figli.

Loris
tessera ANPI 20094

sabato 7 settembre 2013

la Costituzione non puo' essere un pretesto


"Potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco per miei manipoli
Era il 16 novembre 1922 quando Mussolini interviene in aula a un mese dalla marcia su Roma e alla sua investitura come Primo Ministro. Il disprezzo e la minaccia per la democrazia è evidente, ciò nonostante, deve passare“formalmente” da quell'aula, che è il terreno di confronto parlamentare,, anche se di li a poco stravolgerà ogni regola, calpesterà i diritti parlamentari, farà assassinare i parlamentari di opposizione, li metterà fuori legge e li imprigionerà o li costringerà, perseguitati, all'esilio.
Occorreranno più di 20 anni, riempiti di atrocità e ignominie e sangue di valorosi, prima di restituire a quell'aula la dignità e l'autorevolezza che gli competeva.
La Costituzione Repubblicana sancirà la sacralità per la democrazia di quei luoghi di confronto politico e le modalità di confronto al loro interno.
Ieri, 6 settembre, a Montecitorio un manipolo pentastellato ha “occupato” il tetto del palazzo esibendo striscioni, in un tentativo becero di “difesa della Costituzione” dalle manipolazioni della scellerata maggioranza delle “larghe intese”.
Come si può pretendere di volere il rispetto delle regole, quando non si è in grado di rispettare le regole e i luoghi dove le regole stesse vengono scritte?
Ci sarebbe stata ben più che indignazione se altri si fossero minimamente permessi comportamenti analoghi, coinvolgendo o utilizzando i luoghi “principi” delle istituzoni. Incapacità e inettitudine non sono scusanti ammissibili per le performance pentastellate.
Non ci si può trincerare dietro la logica “craxiana” che infrangere le regole se lo fanno tutti, diventa accettabile. Quella regola ci ha portato oggi ad avere in Parlamento figure come il pregiudicato Berlusconi e la cavillosa ricerca di una più o meno grossolana possibilità di mantenergli una agibilità politica.
Non si può neanche non considerare che azioni come quella di ieri siano proprio il frutto di quella cultura berlusconiana sulla visibilità quando i contenuti sono risibili. Sicuramente può diventare un cavallo di troia per legittimare una più o meno regola a salvaguardia di Berlusconi stesso.
Infine una considerazione sulla difesa della Costituzione. Il tentativo di modifica dell'art. 138 è senza ombra di dubbio un grave tentativo di intervento proprio sui meccanismi di riforma della Costituzione stessa. Il tentativo di sottrarre al giudizio popolare le eventuali modifiche è altresì evidente e la dice lunga sul tenore delle modifiche che vorrebbero apportare.
Sono, fortunatamente molti i soggetti che si sono attivati a salvaguardia della Carta, alcuni però, e il M5S sono poco credibili. La vocazione presidenzialista non è neanche velatamente nascosta e gli strumenti di legame dei cittadini con lo Stato sono per il M5S quelle cose da aprire con l'apriscatole.

Sostanza è anche forma, e oggi possiamo dire che la forma ci ha ricordato molto quella sostanza con cui gli italiani hanno avuto a che fare dal 1922 al 1945.
Loris

lunedì 12 agosto 2013

e poi venne il silenzio - Sant'Anna di Stazzema 12 agosto 1944




L'eccidio di S.Anna di Stazzema fu un crimine di guerra commesso dai soldati tedeschi della 16esima SS Panzergrenadier Division "Reichsführer SS", comandata dal generale (Gruppenführer) Max Simon, il 12 agosto 1944 e continuato in altre località fino alla fine del mese. Ai primi di agosto 1944 S.Anna di Stazzema era stata qualificata dal comando tedesco "zona bianca", ossia una località adatta ad accogliere sfollati: per questo la popolazione in quell'estate aveva superato le mille unità. Inoltre sempre in quei giorni i partigiani avevano abbandonato la zona senza aver svolto operazioni militari di particolare entità contro i tedeschi. Nonostante ciò all'alba del 12 agosto 1944 tre reparti di SS salirono a S.Anna, mentre un quarto chiudeva ogni via di fuga a valle sopra il paese di Valdicastello. Alle sette il paese era circondato. Quando le SS giunsero a S.Anna, accompagnati da fascisti collaborazionisti che fecero da guide, gli uomini del paese si rifugiarono nei boschi per non essere deportati, mentre donne, vecchi e bambini, sicuri che nulla sarebbe capitato loro, in quanto civili inermi, restarono nelle loro case. In poco più di tre ore vennero massacrati 560 innocenti, in gran parte bambini, donne e anziani. I nazisti li rastrellarono, li chiusero nelle stalle, o nelle cucine delle case, li uccisero con colpi di mitra e bombe a mano, compiendo atti di efferata barbarie. La vittima più giovane, Anna Pardini, aveva solo 20 giorni. Sebbene fosse viva era gravemente ferita. A trovare la piccola fu una sorella che, miracolosamente superstite, la rinvenne tra le braccia della madre ormai morta. Morì pochi giorni dopo nell'ospedale di Valdicastello. Fu quindi il fuoco a distruggere e cancellare tutto. Non si trattò di rappresaglia. Come è emerso dalle indagini della Procura Militare di La Spezia si trattò di un atto terroristico, di una azione premeditata e curata in ogni minimo dettaglio. L'obiettivo era quello di distruggere il paese e sterminare la popolazione per rompere ogni collegamento fra le popolazioni civili e le formazioni partigiane presenti nella zona.

Questo video comprende il documentario trasmesso dalla RAI, prodotto nel 2009, "E poi venne il silenzio" del regista Irish Braschi.


sabato 27 aprile 2013

gli scariolanti - un secolo di Resistenza

In attesa della registrazione e pubblicazione della prima parte ecco la parte restante della narrazione musicale degli scariolanti






venerdì 26 aprile 2013

Genova 25 aprile 2013 - Video



Per la sua attività antifascista la città di Genova è insignita, il 1° Agosto 1947, della medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione:

«Amor di Patria, dolore di popolo oppresso, fiero spirito di ribellione, animarono la sua gente nei venti mesi di dura lotta il cui martirologio è nuova fulgida gemma all’aureo serto di gloria della "Superba" repubblica marinara, i 1863 caduti il cui sangue non è sparso invano, i 2250 deportati il cui martirio brucia ancora nelle carni dei superstiti, costituiscono il vessillo che alita sulla Città martoriata e che infervorò i partigiani del massiccio suo Appennino e delle impervie valli, tenute dalla V zona operativa, a proseguire nell’epica gesta sino al giorno in cui il suo popolo suonò la diana dell’insurrezione generale. Piegata la tracotanza nemica otteneva la resa del forte presidio tedesco, salvando così il porto, le industrie e l’onore. Il valore, il sacrificio e la volontà dei suoi figli ridettero alla madre sanguinante la concussa libertà e dalle sue fumanti rovine è sorta nuova vita santificata dall’eroismo e dall’olocausto dei suoi martiri. 9 settembre 1943 - aprile 1945. »


Atto di resa

atto di resa In Genova, il giorno 25 aprile 1945 alle ore 19,30; tra il Sig. Generale Meinhold, quale Comandante delle Forze Armate Germaniche del Settore Meinhold, assisitito dal Cap. Asmus, Capo di Stato Maggiore, da una parte; il Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale della Liguria, sig. Remo Scappini, assistito dall'avv. Errico Martino e dal dottor Giovanni Savoretti, membri del Comitato di Liberazione Nazionale della Liguria e dal Magg. Mauro Aloni, Comandante della Piazza di Genova;

è s t a t o c o n v e n u t o :

1) Tutte le Forze Armate Germaniche di terra e di mare alle dipendenze del Sig. Generale Meinhold si arrendono alle Forze Armate del Corpo Volontari della Libertà alle dipendenze del Comando Militare per la Liguria.

2) La resa avviene mediante presentazione ai reparti partigiani più vicini con le consuete modalità ed in primo luogo con la consegna delle armi.

3) Il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si impegna ad usare ai rpigionieri il trattamento secondo le leggi internazionali, con particolare riguardo alla loro proprietà personale e alle condizoni di internamento.

4) Il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si riserva di consegnare i prigionieri al Comando Alleato Anglo-Americano operante in Italia.

5) La resa avrà decorrenza dalle ore 9 del giorno 26 aprile 1945.

Fatto in quattro esemplari di cui due in italiano e due in tedesco.


Remo Scappini     Meinhold   Errico Martino  Giovanni Savoretti  Mauro Aloni Asmus


giovedì 25 aprile 2013

25 Aprile 2013 - ...li è nata la nostra Costituzione

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione. »
(Piero Calamandrei, Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria, Milano, 26 gennaio 1955)

lunedì 15 aprile 2013

Non è un eroe né un martire - 15 Aprile 2011


«Non è un eroe né un martire, solo un ragazzo che credeva nei diritti umani. Eravamo lontani, ma più che mai vicini.
Come ora, con la sua presenza viva che ingigantisce di ora in ora, come un vento che da Gaza, dal suo amato mar Mediterraneo, soffiando impetuoso ci consegni le sue speranze e il suo amore per i senza voce, per i deboli, per gli oppressi, passando il testimone. Restiamo umani.»

Egidia Beretta Arrigoni

tratto da "il viaggio di Vittorio" di   Egidia Beretta Arrigoni


...due anni diventano un'eternità se chi ci ha lasciato lascia un vuoto incolmabile di umanità.
Restiamo Umani.

martedì 12 marzo 2013

"La cosa più importante della nostra vita è aver scelto la nostra parte"


tristemente profetico è stato il precedente post sull'8 marzo dove tra le altre cose si ricordavano le 21 donne della Costituente.
Ci ha lasciati Teresa Mattei, la più giovane delle donne in quella assemblea e l'ultima che era rimasta in vita.
L'eredità che ci ha lasciato è quel "BENE COMUNE" che si chiama Costituzione.
Partigiana e Comunista fu duramente colpita negli affetti dal regime fascista, che torturò, sino ad indurre al suicidio per non rivelare nomi, il fratello nelle stanze di via Tasso a Roma.

che la terra ti sia lieve Partigiana Chicchi



lascio alle pagine di Altraeconomia il ricordo di questa mia concittadina di nascita.

“Noi salutiamo quindi con speranza e con fiducia la figura di donna che nasce dalla solenne affermazione costituzionale e viene finalmente riconosciuta nella sua nuova dignità, nella conquistata pienezza dei suoi diritti, questa figura di donna italiana finalmente cittadina della nuova repubblica. Ancora poche costituzioni nel mondo riconoscono così esplicitamente alla donna la raggiunta affermazione dei suoi pieni diritti. >>... leggi tutto


link utli
wikipedia - Teresa Mattei

giovedì 7 marzo 2013

8 marzo giornata internazionale della donna. Non è una festa - Malala Yousufzai e Irma Bandiera

La tradizione popolare racconta che l'8 marzo 1908 Mr. Johnson , proprietario dell’industria “Cotton” chiude a chiave all’interno della sua azienda le lavoratrici impegnate in una rivendicazione sindacale e che un incendio farà perire, arse vive, 129 lavoratrici. Ricerche negli archivi di quel tempo non avvalorano questa storia.Alcuni anni dopo, il 25 marzo 1911, alla Triangle Shirtwaist Company, situata nel cuore di Manhattan, che produce abbigliamento, un incendio causa la morte di 146 operai della Triangle, in gran parte giovani donne immigrate di origini italiane ed ebree, perlo più di età compresa fra i 13 e i 22 anni.In diversi paesi, ci furono in quegli anni iniziative che cercavano di mettere al centro la questione femminile ma in date diverse dall'8 marzo a secondo dei paesi e dai gruppi organizzati femminili. L'8 marzo 1917 a San Pietroburgo una grande manifestazione di donne chiedeva con forza la fine della guerra. Quella manifestazione e successive determineranno il crollo del regime zarista. Per questo motivo, il 14 giugno 1921, la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, tenuta a Mosca, su proposta di Rosa Luxemburg fissò all’8 marzo la «Giornata internazionale dell’operaia», trasformata in:"La Giornata Internazionale della Donna."


...Non troverete nessuna festa in queste pagine, una filo ininterrotto da quel marzo 1908 vede le donne in prima linea nelle lotte per l'emancipazione, per i diritti, per il lavoro e per la libertà.
Per queste ragioni voglio in occasione di questo 8 marzo ricordare alcune di queste donne, solo alcune perchè sarebbe impossibile ricordarle tutte anche se ogni giorno dell'anno dalle mura domestiche ai più diversi luoghi di lavoro e nei più diversi ruoli nella società c'è sempre una donna impegnata nell'emancipazione.



Questo 8 marzo "a sinistra" vuole ricordare Malala Yousufzai, la giovane Pakistana ferita gravemente dai talebani per punirla nella sua rivendicazione del diritto all'istruzione per le giovani Pakistane.
Ecco alcuni stralci del suo diario prima che venisse colpita dai proiettili dei talebani:


Sabato 3 gennaio: “Ho paura”

Ho fatto un sogno terribile ieri, con gli elicotteri militari e i talebani. Faccio questi incubi dall’inizio dell’operazione dell’esercito a Swat. Mia madre mi ha preparato la colazione, e sono andata a scuola. Avevo paura di andare perché i talebani hanno emanato un editto che proibisce a tutte le ragazze di frequentare la scuola.

Solo 11 compagne su 27 sono venute in classe. Il numero è diminuito a causa dell’editto dei talebani. Per la stessa ragione, le mie tre amiche sono partite per Peshawar, Lahore e Rawalpindi con le famiglie.

Mentre tornavo a casa, ho sentito un uomo che diceva “Ti ucciderò”. Ho affrettato il passo, guardandomi alle spalle per vedere se mi seguiva. Ma con grande sollievo mi sono resa conto che parlava al cellulare. Minacciava qualcun altro.


Domenica 4 gennaio: “Devo andare a scuola”

Oggi è vacanza, e mi sono svegliata tardi, alle 10 circa. Ho sentito mio padre che parlava di altri tre cadaveri trovati a Green Chowk (al valico). Mi sono sentita male sentendo questa notizia. Prima del lancio dell’operazione militare, andavamo spesso a Marghazar, Fiza Ghat e Kanju per il picnic della domenica. Ma ora la situazione è tale che da un anno e mezzo non facciamo più un picnic.

Andavamo sempre anche a passeggiare dopo cena, ma adesso torniamo a casa prima del tramonto. Oggi ho aiutato un po’ in casa, ho fatto i compiti e ho giocato con mio fratello. Ma il mio cuore batteva forte — perché devo andare a scuola domani.



Lunedì 5 gennaio: “Non indossare vestiti colorati”

Mi stavo preparando per la scuola e stavo per indossare la divisa, quando mi sono ricordata di ciò che il preside ci ha detto: “Non indossate le divise, e venite a scuola in abiti normali”. Perciò ho deciso di mettermi il mio vestito rosa preferito. Anche altre ragazze indossavano abiti colorati, per cui c’era un clima molto casalingo in classe.

Una mia amica è venuta a chiedermi: “Dio mio, dimmi la verità, la nostra scuola sarà attaccata dai talebani?”. Durante l’assemblea del mattino, ci è stato detto di non indossare più vestiti colorati, perché i talebani sono contrari. 

Dopo pranzo, a casa, ho studiato ancora un po’, e poi la sera ho acceso la tv. Ho sentito che a Shakarda viene rimosso il coprifuoco che era stato imposto 15 giorni fa. Sono contenta perché la nostra insegnante di inglese vive nella zona e adesso forse riuscirà a venire a scuola.


tratto dal Corriere della Sera

***
In giorni come quelli attuali in cui viene fatto scempio del parlamento, viene calpestato il sacrificio di chi per darci libertà e democrazia sacrificò la propria vita, il ricordo vada a quelle donne che col sangue contribuirono a scrivere quel patto con lo Stato e tra cittadini che si chiama Costituzione.
Loris



Irma Bandiera

Nata a Bologna l'8 aprile 1915, fucilata al Meloncello di Bologna il 14 agosto 1944, Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.
Di famiglia benestante, moglie e madre affettuosa, il suo amore per la libertà la spinse a schierarsi contro gli oppressori. Staffetta nella 7a G.A.P., divenne presto un'audace combattente, pronta alle azioni più rischiose. Fu catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco, mentre si apprestava a rientrare a casa, dopo aver trasportato armi nella base di Castelmaggiore della sua formazione. Con sé Irma aveva anche dei documenti compromettenti e per sei giorni i fascisti la seviziarono, senza riuscire a farle confessare i nomi dei suoi compagni di lotta.
L'ultimo giorno la portarono di fronte a casa sua: "Lì ci sono i tuoi - le dissero - non li vedrai più, se non parli", ma Irma non parlò. I fascisti infierirono ancora sul suo corpo martoriato, la accecarono e poi la trasportarono ai piedi della collina di San Luca, dove le scaricarono addosso i loro mitra.
Il corpo di quella che, nella motivazione della massima onorificenza militare italiana, è indicata come "Prima fra le donne bolognesi ad impugnare le armi per la lotta nel nome della libertà... ", fu lasciato come ammonimento per un intero giorno sulla pubblica via.

fonte ANPI

***
le 21 Donne alla Costituente

clicca sull'immagine per accedere al documento


martedì 19 febbraio 2013

Con i Partigiani della Costituzione

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani..."

Questo blog iniziava le pubblicazioni poco dopo la sconfitta della “sinistra arcobaleno”. Cinque anni non sono pochi, e in questi cinque anni non è mai venuto meno un impegno politico che ha voluto guardare soprattutto ad una ricostruzione, prima culturale e conseguentemente politica della sinistra in Italia.
Cinque anni in salita, a cercare di arginare le derive liberiste e le conseguenti emarginazioni di interi ceti sociali schiacciati da una crisi economica e finanziaria che come nelle migliori tradizioni del liberismo scarica nel “pubblico” le perdite accumulate per essere pronti ad incamerare nel “privato” delle banche e di holding finanziarie i profitti.

Cinque anni a cercare di difendere conquiste democratiche come lo statuto dei diritti dei lavoratori e il suo articolo 18 o la sacrosanta rivendicazione di uno stato sociale che ci siamo pagati e che oggi ci vogliono espropriare in virtù di una modernizzazione o di una presunta aspettativa di vita; in realtà anche in questo caso, uno scaricare le perdite di una mancanza di piani industriali sui lavoratori, dopo che hanno incamerato i profitti generati dalla produzione, dal consumo e dalla ridistribuzione.
Cinque anni a difesa dell’ambiente, contro la politica delle cementificazioni selvagge con i conseguenti dissesti e le tragedie come alluvioni e frane o la difesa della salute come a Taranto, che deve comunque coniugarsi con la difesa del lavoro. Contro la politica delle grandi opere, di cui dimostrata l’inutilità resta il quesito di chi ci guadagna.
Cinque anni fa, attraverso il blog, esternavo la preoccupazione di una esautorazione del Parlamento, per il continuo ricorso al voto di fiducia da parte di Berlusconi. Oggi denuncio il forte pericolo di tenuta di un sistema politico che ha fatto dello sperpero del denaro pubblico una religione, e dell’autoimmunità una ragione di sopravvivenza.
Dopo aver sentito un comico per due ore urlare, non posso non pensare ad un imbianchino, che oltre ai suoi di urli ha portato ad un urlo di massa, talmente assordante da sembrare muto  tra le ceneri di milioni di uomini e donne rei di essere diversi: sessualmente, politicamente o di razza.
L’emergenza democratica ed economica non è una mia invenzione e la riprova sono le conflittualità che nascono e si generano all’interno dei sempre più radi posti di lavoro, o nelle aule che dovrebbero dispensare cultura ed invece nella propria condizione di subalternità alimentano la mancanza di un progetto ed anche l’assenza completa di una prospettiva per i nostri figli.

Per queste ragioni oggi sostengo senza esitazione la lista di Rivoluzione Civile e Ingroia che è il suo candidato Premier.
Essere “Partigiani della Costituzione” vuol dire riaffermare il valore fondante di una comunità che nel lavoro, la pace e nella capacità di rappresentanza politica ha ricostruito una Nazione.
Essere “Partigiani della Costituzione” vuol dire impedire di sacrificare la propria sovranità per soddisfare gli appetiti di banchieri vari e/o società finanziarie.
Il mio invito al voto, attraverso le pagine di questo blog va a Rivoluzione Civile e ai suoi Partigiani della Costituzione”

Loris
admin “a sinistra”

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