il problema attuale non è più la lotta della democrazia contro il fascismo ma quello del fascismo nella democrazia (G. Galletta)

Amicus Plato, sed magis amica veritas



Visualizzazione post con etichetta 25 aprile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 25 aprile. Mostra tutti i post

venerdì 25 aprile 2014

BUON 25 APRILE

(Clicca sull'immagine per accedere alle diapositive)

... E 'l'odore del Lavoro Quello Che SI Sente Attraversando le officine. Quello dell'articolo 1 della Nostra Costituzione, quello delle deportazioni dei lavoratori Che Hanno difeso il Loro e Nostro Posto di Lavoro Venire "Bene Comune" per le GENERAZIONI Che sarebbero venute.
Una Resistenza Quotidiana ONU Difesa della Dignità di ONU Intero popolo.

BUON 25 APRILE


lunedì 14 aprile 2014

25 Aprile, Ricordo, Memoria, Cultura

me…Pochi giorni al 25 aprile, celebrazioni, corone ai sacrari, ricordo di stragi. Il ricordo è una manifestazione puramente personale, individuale. La memoria invece è il frutto di un ricordo collettivo e di una elaborazione condivisa che va a incidere sulla morale, sull’etica in quanto morale condivisa e conseguentemente su quelli che sono i nostri rapporti quotidiani tra persone, comunità e istituzioni.
Soffermarsi quindi sui ricordi collettivi di cosa fu la Resistenza non è un esercizio nostalgico di chi ha avuto parenti amici o conoscenti coinvolti in quella vicenda, ma è la consapevolezza di ciò che siamo oggi, nel nostro ruolo di “singoli” inseriti in tutti quei contesti di comunità che sono la famiglia, la scuola, il lavoro.. …. lo Stato.
Il confine tra civiltà e barbarie è molto più labile di quello che vorremmo pensare e gli esempi non mancano, dalle pulizie etniche dell’ex Jugoslavia ai genocidi in Africa o alle persecuzioni da parte degli integralisti religiosi in varie parti del mondo.
Per queste ragioni non mi stancherò di ricordare e rendere omaggio a chi ha sacrificato parte di se stesso, spesso la vita, per poterci consentire, percorrendo la linea di confine tra civiltà e barbarie, di poter essere per la civiltà, e, come genitore di poter educare mio figlio a quei valori che consentono oggi di poterci esprimere liberamente.
A pochi mesi dalla fine del conflitto, nel 45,  Elio Vittorini proponeva una grande riflessione che ritengo a quasi settant’anni di distanza assolutamente ancora attuale. Un utile strumento per chi oggi pensa che sono cose del passato e che non ci appartengono più.
Loris

Elio_VittoriniUNA NUOVA CULTURA
Non più una cultura che consoli nelle sofferenze ma una cultu­ra che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini
Per un pezzo sarà difficile dire se qualcuno o qualcosa abbia vinto in questa guerra. Ma certo vi è tanto che ha perduto, e che si vede come abbia perduto. I morti, se li contiamo, sono più di bambini che. di soldati; le macerie sono di città che avevano venticinque secoli di vita; di case e di biblioteche, di monumenti, di cattedrali, di tutte le forme per le quali è passato il progresso civile dell’uomo; e i campi su cui si è sparso più sangue si chiamano Mauthausen, Maidanek, Buchenwald, Dakau. Di chi è la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto? Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva insegnato a considerare sacra l’esistenza dei bambini. Anche di ogni conquista civile dell’uomo ci aveva insegnato ch’era sacra; lo stesso del pane; lo stesso del lavoro. E se ora milioni di bambini sono stati uccisi, se tanto che era sacro è stato lo stesso colpito e distrutto, la sconfitta è anzitutto di questa «cosa» che c’insegnava la inviolabilità loro. Non è anzi­tutto di questa «cosa» che c’insegnava l’inviolabilità loro? Questa «cosa », voglio subito dirlo, non è altro che la cultura; lei che è stata pensiero greco, ellenismo, romanesimo, cristianesimo la­tino, cristianesimo medioevale,. umanesimo, riforma, illuminismo, libe­ralismo, ecc., e che oggi fa massa intorno ai nomi di Thomas Mann e Benedetto Croce, Benda, Huitzinga, Dewey, Maritain, Bernanos e Unamuno, Un Yutang e Santayana, Valéry, Gide e Berdiaev. Non vi è delitto commesso dal fascismo che questa cultura non avesse insegnato ad esecrare già da tempo. E se il fascismo ha avuto modo di commettere tutti i delitti che questa cultura aveva insegnato ad esecrare già da tempo, non dobbiamo chiedere proprio a questa cultura come e perché il fascismo ha potuto commetterli? Dubito che un paladino di questa cultura, alla quale anche noi apparteniamo, possa darci una risposta diversa da quella che pos­siamo darci noi stessi: e non riconoscere con noi che l’insegnamento di questa cultura non ha avuto che scarsa, forse nessuna, influenza civile sugli uomini. Pure, ripetiamo, c’è Platone in questa cultura. E c’è Cristo. Dico: c’è Cristo. Non ha avuto che scarsa influenza Gesù Cristo? Tutt’altro. Egli molta ne ha avuta. Ma è stata influenza, la sua, e di tutta la cultura fino ad oggi, che ha generato mutamenti quasi solo nell'intel­letto degli uomini, che ha generato e rigenerato dunque se stessa, e mai, o quasi mai, rigenerato, dentro: alle possibilità di fare, anche l'uomo. Pensiero greco, pensiero latino, pensiero cristiano di ogni tempo, sembra non abbiano dato agli uomini che il modo di travestire e giustificare, o addirittura di render tecnica, la barbarie dei fatti loro. E qualità naturale della cultura di non poter influire sui fatti degli' uomini? lo lo nego. Se quasi mai (salvo in periodi isolati e oggi nel­l'U.R.S.S.) la cultura ha potuto influire sui fatti degli uomini dipende solo dal -modo in cui la cultura si è manifestata. Essa ha predicato, ha insegnato, ha elaborato princìpi e valori, ha scoperto continenti e costruito macchine, ma non si è identificata con la società, nOn ha governato con la società, non ha condotto eserciti per la società. Da che cosa la cultura trae motivo per elaborare i suoi princìpi e i suoi valori? Dallo spettacolo di ciò che l'uomo soffre nella società. L'uomo ha sofferto nella società, l'uomo soffre. E che cosa fa la cultura per l'uomo che soffre? Cerca di consolarlo. Per questo suo modo di consolatrice in cui si è manifestata fino ad oggi, la cultura non ha potuto impedire gli orrori del fascismo. Nessuna forza sociale era «sua» in Italia o in Germania per impe­dire l'avvento al potere del fascismo, né erano «suoi» i cannoni, gli aeroplani, i carri armati che avrebbero potuto impedire l'avventura d'Etiopia, l'intervento fascista in Spagna, 1'« Anschluss» o il patto di Monaco. Ma di chi se non di lei stessa è la colpa che le forze sociali non siano forze della cultura, e i cannoni, gli aeroplani, i carri armati non siano «suoi»? La società non è cultura perché la cultura non è società. E la cultura non è soçietà perché ha in sé l'eterna rinuncia del «dare a Cesare» e perché i suoi princìpi sono soltanto consolatori, perché non sono tempestivamente rinnovatori ed efficacemente attuali, vi­venti con la società stessa come la società stessa vive. Potremo mai avere una cultura che "'Sappia proteggere l'uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo? Una cultura che le impedisca, che le scon­giuri, che aiuti a eliminare lo sfruttamento e la schiavitù, e a vincere il bisogno, questa è la cultura in cui occorre che si trasformi tutta la vecchia cultura. La cultura italiana è stata particolarmente provata nelle sue illusioni. Non vi è forse nessuno in Italia che ignori che cosa significhi la mortificazione dell'impotenza o un astratto furore. Continueremo, ciò malgrado, a seguire la strada che ancora oggi ci indicano i Thomas Mann e i Benedetto Croce? lo mi rivolgo a tutti gli intellettuali ita­liani che hanno conosciuto il fascismo. Non ai marxisti soltanto, ma anche agli idealisti, anche ai cattolici, anche ai mistici. Vi sono ragioni dell'idealismo o del cattolicesimo che si oppongono alla trasformazione della cultura in una cultura capace di lottare contro la fame e le sofferenze? Occuparsi del pane e del lavoro è ancora occuparsi dell'« anima ». Mentre non volere occuparsi che dell'« anima» lasciando a «Cesare» di occuparsi come gli fa comodo del pane e del lavoro, è limitarsi ad avere una funzione intellettuale e dar modo a «Cesare» (o a Done­gani, a Pirelli, a Valletta) di avere una funzione di dominio «sull'ani­ma» dell'uomo. Può il tentativo di far sorgere una nuova cultura che sia di difesa e non più di consolazione dell'uomo, interessare gli idealisti e i cattolici, meno di quanto interessi noi?
ELIO VITTORINI
(Il Politecnico n. 1, 29 settembre 1945)

venerdì 4 aprile 2014

Benedicta 70′anni dopo

Tra le forze partigiane liguri che alla fine del marzo 1944 rendevano insicure ai tedeschi le vie di comunicazione con la valle del Po vi era la terza Brigata «Liguria» e il gruppo «Odino». Il comando tedesco di Alessandria ebbe l'incarico di dirigere e coordinare, in stretta collaborazione con quelli di Genova, Acqui e Ovada, un grande rastrellamento della zona affidato ad un'intera divisione tedesca (ventimila uomini) con aliquote di artiglieria, autoblinde, lanciafiamme ed aerei; ad essa si aggregarono reparti della GNR e delle forze armate di Salò. . All'alba del 6 aprile le forze nazifasciste si pongono in moto e le colonne sviluppano un attacco concentrico che tende a rinserrare i partigiani in sacche senza via di uscita. La maggior parte dei distaccamenti della Brigata «Liguria», però, dopo alcuni tentativi di resistenza, riesce a filtrare attraverso lo schieramento nemico o ad occultarsi sul luogo, sottraendosi alla distruzione. Non così il gruppo «Odino». Esso aveva stabilito nei pressi di Voltaggio, in un vecchio monastero semidistrutto posto sulla Benedicta, un accantonamento di renitenti fra i quali vi era un centinaio di giovani completamente disarmati. Il mattino .del 7 aprile essi vengono sorpresi e catturati da due colonne di fascisti e di tedeschi. Oltre un centinaio di giovani sono fucilati sul luogo, a gruppi di cinque per volta, da un plotone di bersaglieri fascisti: il massacro dura fino a tarda sera. Novantasei corpi furono gettati la sera in fosse comuni, molti altri furono trovati insepolti sulla montagna i giorni seguenti. Altri tredici prigionieri furono fucilati a Masone e sedici a Voltaggio. Un ultimo gruppo, comprendente fra gli altri i comandanti «Odino» e il tenente Pestarino suo aiutante, trasportato a Genova, viene fucilato il 19 maggio al passo del Turchino per rappresaglia. Oltre duecento prigionieri vengono avviati ai campi di concentramento in Germania!'. Complessivamente i caduti tra partigiani e civili, assassinati sul posto, deportati e poi morti nei lager, furono 305.

Sulla vicenda della «Benedicta» c'è la testimonianza di Luigi Laggetta.


Alla prima chiamata alle armi della RSI risposi andando in montagna il 13 dicembre 1943 con il gruppo della Benedicta: In fabbrica avevo conosciuto operai che erano stati perseguitati dai fascisti e ciò mi aveva indirizzato verso l'antifascismo. Mi dicevano che eravamo sotto una dittatura instaurata da Mussolini nel 1922 dopo aver soppresso la democrazia.
Durante la guerra, ascoltavo «Radio Londra» in casa di un amico. Nel gennaio del 1942 commentammo il blocco dell'avanzata tedesca verso Mosca. In montagna fui mandato da Pietro Gabanizza del Partito d'Azione. Andai in montagna assieme ad un figlio della sua cuoca, di nome Walter Corsi, aggregandomi al primo distaccamento della Brigata «Liguria» sotto il monte Tobbio. Il gruppo era formato in maggioranza da comunisti; fra cui era Rino Mandorli che mi diede 11 nome di battaglia -Bob». Comandante del gruppo era Ercole Tosi «Ettore». Da 19 quanti eravamoall'inizio raggiungemmo il numero di 800 nei primi mesi del '44. Fra noi vi erano Giacomo Buranello «Pietro» ed Elio Scano.
Ogni sera Baranello ci faceva scuola di partito. Rino Mandorli «Sergio» aveva 32 anni ed era stato dieci anni in galera per attività antifascista: Con noi c'era anche Goffredo Villa «Ezio» [(1922-1944) medaglia d’argentodella Resistenza) Mandorli fu poi fucilato al passo del Turchino per rappresaglia. Si faceva-una gran fame e come azioni ne ho fatte ben poche. Arrivavano a frotte i giovani renitenti alla leva, in gran parte disarmati; eravamo 7-8 distaccamenti Ricordo che ci fu un lancio degli Alleati che ci procurò 60 Stern.
Nel rastrellamento all'alba del 6 aprile 1944, 96 di noi furono fucilati, mentre 59 vennero fucilati al Turchino per rappresaglia in seguito ad un attentato compiuto al cinema Odeon contro i tedeschi (ne morirono una dozzina). Dopo la rappresaglia venimmo a Genova. Con noi c'era Germano Jori; poi fucilato dai tedeschi. Facevamo azioni come GAP. In una di queste azioni avvenuta il 23 maggio 1944 fui ferito da un fascista e venni curato dalla partigiana Iolanda Cioncolini «Gigia», la quale aiutò moltissimi compagni e fu poi condannata a 25 anni di carcere e deportata a Bolzano, da dove fu liberata il 25 aprile del 1945. Tornato in montagna, subii i rastrellamenti dell'agosto e del dicembre 1944 e partecipai alla battaglia di Pertuso, in cui era comandante Aurelio Ferrando «Scrivia», e vice-comandante G. Battista Lazagna «Carlo».

Testo tratto da "Vite da Compagni" edizioni EDIESSE

Dopo i tragici fatti della Benedicta e del Turchino la Resistenza seppe reagire e, facendo tesoro anche degli errori commessi riuscì a serrare nuovamente le file e a pochi mesi da quella primavera si ricompose in quei luoghi quella che sarebbe stata riconosciuta come la Divisione Mingo. Fu tra i partigiani di quella divisione che prese forma una delle canzoni della Resistenza più significative e belle: I Ribelli della Montagna"
Loris


giovedì 25 aprile 2013

25 Aprile 2013 - ...li è nata la nostra Costituzione

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione. »
(Piero Calamandrei, Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria, Milano, 26 gennaio 1955)

lunedì 23 aprile 2012

25 aprile - Ne è valsa la pena? Ecco cosa risponde un Partigiano.


Nell'aprile 2005, in occasione del sessantesimo anniversario della Liberazione usciva il libro di Clara Causa "Il prezzo della Libertà" Storia della lotta Partigiana a Sestri Ponente.
E' la Sestri dei Cantieri Navali, dell'Ansaldo, della San Giorgio. E' la Sestri che difese la sua Camera del lavoro dagli assalti dei fascisti nei primi anni venti. E' la Sestri Ponente della difesa odierna dei suoi cantieri navali e di una identità industriale radicalmente mutata nel tempo.
L'autrice, a conclusione della narrazione di quei mesi di guerra pone un quesito, che, considerando il percorso politico del nostro paese in questi sette anni , resta di una attualità impressionante, sia nel quesito sia nella risposta di un protagonista di quella lotta partigiana.
Loris

A distanza di sessant' anni, oggi ci si pone la domanda: "Ne è valsa la pena?". "Sofferenze, sacrifici, migliaia di caduti, perché? Se tornassero in vita quei poveri ragazzi, lo rifarebbero?", si chiede il partigiano Augusto Pantaleoni e la sua risposta è sicura e determinata: 
lo sono certo, e sento che potrei urlarlo, che tutto quanto è stato fatto durante la Resistenza, compresi gli errori, non solo è stato giusto, ma era necessario fare. Era nei fatti, era nell'aria, era nella volontà, era nella coscienza dei protagonisti. Era ciò che la Nazione e la popolazione, in quel momento, volevano ed era necessario fare. 
Qualcuno lo chiama "l'esercito partigiano". Per me è un errore. Esercito è ciò che lo Stato crea in sua difesa, si costituisce con la "cartolina precetto", mentre noi, senza divisa, eravamo il Corpo Volontari della Libertà. Nessuno aveva ricevuto la "cartolina", ma tutti si erano presentati volontari. Gli stessi combattenti in divisa, che si batterono al fianco degli alleati, erano volontari, ma si chiamavano CIL (Corpo Italiano di Liberazione) ed ebbero, anche loro, migliaia di caduti. 
Morirono a migliaia, in quei venti mesi di dura lotta, ma ne è valsa la pena? Quale Italia avremmo oggi, se avesse vinto l'esercito tedesco con i suoi alleati fascisti? E i campi di sterminio? E gli eccidi di Marzabotto', di Boves', di Sant' Anna ài Stazzema? Quante località in tutta Europa sono costrette a celebrare i Martiri del Turchino, di Cravasco, di Portofino, della Benedicta? 
Noi con i capelli bianchi, ci ricordiamo di quale democrazia e libertà avevamo negli anni precedenti la guerra, con i fascisti al potere. E ciò spiega il perché, imbracciato il fucile per rispondere all'aggressione tedesca (9 settembre 1943), lo rivolgemmo anche contro coloro, che si ersero a difensori dei tedeschi, per il ritorno a quelle libertà inesistenti nel passato. 
Abbiamo combattuto invano? Sono caduti invano i partigiani e i soldati volontari? 
No. Il loro sacrificio, le loro sofferenze e quelle create ai loro familiari, furono compensate e riconosciute con l'entrata in vigore della Carta Costituzionale (ID gennaio 1948). 
Oggi, c'è chi pensa di cancellare la Costituzione, pezzo per pezzo, per farla passare più facilmente, o gruppi di articoli, per rendere il cambiamento più dolce.
Ma la Costituzione esprime soltanto quello che voleva il popolo italiano, nella grandissima maggioranza dei suoi cittadini, espressa, voluta e combattuta dai suoi volontari.
I partigiani non erano tutti comunisti. Costoro, erano forse la maggioranza, ma vi erano anche gli azionisti, i socialisti, i cattolici, i repubblicani, i liberali. Vi erano le donne, i contadini,lavoratori, gli intellettuali. Vi era il popolo italiano. 
Dopo sessant'anni ormai, di quelli non ce ne sono più. E’ passato il tempo, si può cambiare. E’ troppo comodo. Non è così. Perché ci sono i veri protagonisti: i Caduti . 
Quelli non si possono cambiare. Sono caduti per questa Costituzione. Buranello o Bisagno, il comunista o il cattolico, non volevano solo l'art. 11 contro la guerra, non volevano solo l'art. 3 per il lavoro.
NO. Volevano la Costituzione. Ecco perché ne è valsa la pena'combattere, soffrire e anche morite. Volevano un'Italia diversa, più giusta, dove la solidarietà, la fraternità fossero l'anima dei cittadini. Volevano la libertà, senza la quale non vi è giustizia. 
Infangare la Resistenza è infangare la Costituzione. Toccare la Costituzione è toccare la Resistenza. Adeguare, aggiornare, si, ma non stravolgere ciò che con tanto sangue venne conquistato per il nostro Paese. I Caduti di ogni colore o partito, senza colore o partito, sono i testimoni più vivi, saranno i giudici più fermi nella condanna agli usurpatori. 
Noi ci auguriamo che in questo Sessantesimo Anniversario della Lotta di Liberazione, ancora una volta, la popolazione si esprima, e confermi, come allora, la volontà di libertà, cosi caldamente esaltata in ogni parola dal nostro Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi."

fonte : IL PREZZO DELLA LIBERTA' (storia della lotta partigiana a Sestri Ponente) di Clara Causa edito da "ANPI Associazione Nazionale Partigiani D'Italia - sezione di Sestri Ponente"


venerdì 20 aprile 2012

verso il 25 aprile - La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare



Oltre all'attacco dell'art.18 dello Statuto dei Lavoratori, questo Governo con l'ABC della politica (Alfano Bersani e Casini), indirizza l'aggressione direttamente alla Carta Costituzionale con la modifica dell'art.81, con l'introduzione del pareggio di bilancio.
Non credo che il sacrificio di chi è caduto durante la Resistenza mirasse a rendere schiavo il nostro paese alle leggi di mercato dettate dalle banche e dagli speculatori.
Non credo che il sacrificio dei partigiani greci o dei repubblicani spagnoli avesse la finalità di lasciare all'Europa delle banche il potere di garrotare i lavoratori europei.
Per citare Calamandrei, credo che il senso di asfissia stia sempre più attanagliando gli italiani.
Loris

"..la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perchè questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica…" (Piero Calamandrei - ai giovani 1955)



Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok . Grazie Mille! Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

lunedì 25 aprile 2011

In Genova il giorno 25 aprile 1945 alle ore 19:30

TESTO DELLA RESA

In Genova il giorno 25 aprile 1945 alle ore 19:30;

tra il sig. Generale Meinhold,quale Comandante delle Forze Armate Germaniche del settore Meinhold, assistito dal Cap. Asmus, Capo di Stato Maggiore, da una parte;

il Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria, sig. Remo Scappini, assistito dall'avv. Errico Martino e dott. Giovanni Savoretti, membri del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria e dal Magg. Mauro Aloni, Comandante della Piazza di Genova, dall'altra;

è stato convenuto:

1) Tutte le Forze Armate Germaniche di terra e di mare alle dipendenze del sig. Generale Meinhold si arrendono alle Forze Armate del Corpo Volontari della Libertà alle dipendenze del Comando Militare per la Liguria;

2) la resa avviene mediante presentazione ai reparti partigiani più vicini con le consuete modalità e in primo luogo con la consegna delle armi;

3) il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si impegna ad usare ai prigionieri il trattamento secondo le leggi internazionali, con particolare riguardo alla loro proprietà personale e alle condizioni di internamento;

4) il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si riserva di consegnare i prigionieri al Comando Alleato anglo-Americano operante in Italia.

Fatto in quattro esemplari di cui due in italiano e due in tedesco.

Scappini Remo

Meinhold

avv. Errico Martino

Giovanni Savoretti

Asmus

martedì 20 aprile 2010

STORIA DI UN GIOVANE PARTIGIANO GENOVESE D'ADOZIONE, DALLA LOTTA NELLE FABBRICHE, NEI QUARTIERI, ALLA LIBERTA'

Circa una decina di anni fa feci una ricerca in rete sulla “Divisione Mingo” che operò durante la Resistenza nell’immediato entroterra genovese.

Trovai una tesi di laurea che in modo meticoloso ricostruì la storia di quella divisione e soprattutto l’elenco dei nomi di chi in quella divisione operò, chi perì in combattimento e chi perì nelle feroci rappresaglie nazifasciste che furono messe in atto in quel periodo.

Tra i nomi in elenco c’era quello di Luigi Mercuri che io conobbi e frequentai negli anni di militanza nel PCI con il quale mantenni ,comunque anche negli anni in cui il PCI non c’era più, un rapporto di amicizia.

Feci omaggio al Mercuri di una stampa di quella tesi, che parlava della lotta partigiana alla quale Lui aveva attivamente partecipato insieme a tanti altri compagni sestresi.

Dopo un po di tempo da parte di Mercuri si manifestò la volontà di raccontare la sua storia personale, ed io, mi offrii di impostargli un libricino molto artigianale nel quale nella semplicità più assoluta, senza nessuna pretesa letteraria, raccontando la Sua storia , in realtà raccontava una porzione importante della Storia d’Italia.

La vigilia di Natale del 2004 il compagno Mercuri ci ha lasciato definitivamente.Attraverso questa sua testimonianza, penso, ci si impone una riflessione su quali Valori si è fondata la nascita di questa nostra Repubblica. In un momento di buio come quello attuale questo semplice scritto aiuta a ritrovare un po’ di luce, o quanto meno, a farci comprendere che dipende da noi ritrovare le corrette strade del confronto politico a difesa delle Istituzioni Democratiche.

Loris – 22 aprile 2010

Nota – Mi scuso della lunghezza ma non avrebbe avuto senso pubblicarlo in più riprese. In coda pubblico quello che nel libricino originale fu la prefazione redatta dal compagno e amico Benito Benati che troverete citato nei ricordi di Mercuri


.

Le mie memorie

(di Luigi Mercuri)

Nato a Marina di Nicotera (CZ) il 29.1.1925 da famiglia artigiana con laboratorio di falegnameria, frequentai le scuole elementari. Mio padre voleva che continuassi, ma io non ero d’accordo e lui per potermi piegare mi mandò a lavorare da un suo amico muratore.

Non riuscendo nel suo intento con questo lavoro, nel periodo estivo mi mandò a lavorare da un fabbro presso il quale lavorai sino all’età di 14 anni.

Nel frattempo conobbi una ragazza che creò dei problemi fra me, mio padre e la famiglia di lei, tanto che si stava creando una situazione molto seria. Mio padre, per evitare guai peggiori, prese contatto con il padrone di una ditta commerciale di Genova, il quale aveva un fratello ingegnere all'Ansaldo allestimento navi.

Nel 1939, arrivai a Genova con mio padre, che era militare a Sestri in una batteria antiaerea sistemata a Sant'Alberto, qui vissi con lui per qualche mese, facendo amicizia con i ragazzi delle famiglie della zona: questo mi aiutò ad inserirmi nel modo di vivere dei Genovesi.

Nel 1940, dopo una lunga battaglia sostenuta da mio padre e me , ottenni il nulla osta per lavorare all'allestimento navi dell'Ansaldo, sottostando però al pagamento della tessera di "balilla". Nell'officina aggiustatori lavorai come aiutante di un gruppo di operai di Sestri (Gazzano, Pianelli, Castello, Chiappori Romolo).

Subito dopo l'occupazione all'Ansaldo, non potendo stare più con mio padre, sia per motivi militari che per motivi di lontananza dal luogo di lavoro, visto che nel frattempo mi avevano spostato a Sampierdarena, dovetti trovare una sistemazione presso una famiglia. Dopo vari tentativi ebbi la fortuna di trovare una brava persona, operaio all'Ansaldo pure lui, di nome Silvio Negro e fui accolto nella sua famiglia insieme a suo padre ed a sua moglie Giulia.

Nel 1941, venni convocato all'ufficio personale per il rinnovo della tessera del fascio, ma rifiutai, sostenendo a scusante che lo stipendio era appena sufficiente a pagare l'affitto, la colazione e la cena. Il pranzo di mezzogiorno veniva consumato in fabbrica mangiando, nella gavetta come i militari, una semplice minestra e trovando sistemazione per terra.

Nel 1942, avendo raggiunto l'età del premilitare, dovetti frequentare la scuola apprendisti di Calcinara, dove veniva insegnato l'uso delle armi.

Il primo sabato, mi misi in fila con gli altri ed il comandante iniziò l'appello. Arrivato in fondo il mio nome non venne chiamato; allora mi presentai.

Il secondo sabato avvenne la stessa cosa, così, dietro consiglio dei miei maestri di lavoro, i quali avevano capito che questo avveniva perché non avevo pagato la tessera fascista e di conseguenza non risultavo negli elenchi, non mi presentai più; visto che la mezza giornata veniva pagata comunque, me ne andavo in giro o al cinema.

Questa mia situazione ormai di dichiarato antifascista, convinse i compagni ad avere fiducia nei miei confronti e così, quando parlavano di questioni antifasciste, mi facevano partecipare, cosa che aiutò a far crescere in me una coscienza di classe.

Partecipando sempre più a queste riunioni clandestine, un giorno il compagno Romolo mi fece aderire al P.C.I. . Ora ero veramente uno di loro, un compagno!

Il 25 luglio 1943 partecipai alla lotta contro i fascisti. L'otto settembre anche mio padre disertò e si trasferì a Vittorio Veneto presso una famiglia di Nicotera.

Per tutta la durata della guerra, mio padre ed io, non abbiamo più avuto alcun contatto.

Settembre 1943, primo sciopero per rivendicare migliori condizioni di lavoro e di vita per tutti i lavoratori.

Nei mesi successivi le parti più attive nello sciopero ricevettero la cartolina di trasferimento in Germania e in Austria, io ero destinato a Graz in Austria, per cui a questo punto i compagni mi consigliarono di allontanarmi dallo stabilimento.

Allora il compagno Romolo mi accompagnò dal compagno Caviglia (Nando) che, a sua volta stabilì dei contatti con i responsabili delle G.A.P. (Gruppi Azioni Partigiane) e fissò con loro un appuntamento sotto l'orologio dell'orefice Torriani. Qui fui presentato al compagno Petazzoni Massimo (Ballin) ed a Zurnetti Sergio (Caramella). Il compagno Petazzoni mi portò in casa sua e lì vi trovai il gappista Pantaleone Augusto (Cina).

Era il mese di novembre 1943.

Fui assegnato alla squadra G.A.P. (Leggeroni) ed il gruppo con cui lavoravo era così composto:

Panciroli G. (Gildo) - Traverso S. - Galliani E. - Calcagno (Pantera) - Bianchi N. - Benati B.

Nel luglio 1944 ero ricercato dai tedeschi, dalle brigate nere, dalla polizia, dai carabinieri e dai bersaglieri.

Il comando G.A.P. decise di farmi lasciare la zona di Sestri per andare in montagna, ma io non volevo lasciare i compagni e così Panciroli mi fece scortare da un gruppo di S.A.P. - di cui ricordo Benso B. e Boccardo A. - sino a Voltri, dove mi aspettava il compagno Mingo di Crevari. Pernottammo in casa sua e la mattina seguente ci avviammo verso una cascina sotto il passo del Faiallo. Qui trovammo il compagno ruta e con lui rimasi circa 10 - 15 giorni e questi furono giorni di riposo.

Agosto 1944, arrivò dal fondo valle la staffetta (Giorgio), quindi, salutato e ringraziato Truta per sua ospitalità, prendemmo il sentiero per una nuova destinazione.

Strada facendo, il partigiano Giorgio mi guardò le scarpe e, vedendole in cattive condizioni, espresse i suoi dubbi sulla possibilità di farcela, perché il cammino era lungo.

Camminammo verso Acquabianca, poi giù verso la Maddalena di Campoligure, attraversammo la provinciale, prendemmo il sentiero che ci portò al monte Berlino, salimmo fino alle Capanne di Marcarolo e da qui con una marcia di sei ore raggiungemmo la zona Palazzo dove era collocato il Comando Partigiano.

Fui presentato al comandante Carlo ed a Boro al quale comunicai la mia provenienza dai G.A.P. di Sestri Ponente e subito dopo arrivò il compagno commissario della Brigata (Giacomo). Questi il giorno seguente mi comunicò che sarei rimasto al comando a sua disposizione per lavori di carattere delicato.

Verso la fine di agosto, se non erro, giunsero altri compagni di mia conoscenza, (Pippo) di Cornigliano, (Milena) di Sestri e (Pirata) da Marassi anch'essi provenienti dai G.A.P. e S.A.P. Insieme a loro venne formata una squadra che lavorava al servizio del comando di Brigata.

Settembre 1944, il comando ricevette l'ordine di fare dei prigionieri fascisti per effettuare uno scambio con dei compagni in carceri fasciste.

Il compagno Milena ed io partimmo in divisa repubblichina armati di mitra, dopo aver avvertito il comando del fondo valle della zona di Ovada della nostra presenza in zona, per svolgere il lavoro a noi affidato.

Al termine dell'operazione, durata diversi giorni, rientrammo alla base solo dopo aver raggiunto il numero necessario di prigionieri.

Alla data stabilita per lo scambio, il comandante Carlo, il commissario Giacomo ed io, con un distaccamento ci recammo nel posto concordato. Ci schierammo in stato di guerra. Dalla parte opposta della valle si schierò il reparto di repubblichini. Subito dopo, il comandante Carlo ed io, ci portammo al centro della valle, nello stesso istante ci raggiunse un capitano e un milite.

Iniziò, fra i due comandanti, la discussione per concordare il momento dello scambio, ma nel contempo, da parte repubblichina, partirono alcuni colpi di fucile. Il capitano gridò ai suoi militari: "Figli di puttana, chi vi ha dato l'ordine di sparare?!!".

Chiuso l'incidente, iniziò lo scambio. Tra i prigionieri fascisti, c'era una donna, che, nel momento in cui passava dall'altra parte, salutò fascistamente il capitano e gridò: "Sono una fascista, ma se mi sposo, sposo un partigiano!".

Finito lo scambio tornammo ognuno alla propria base.

Non ricordo il giorno preciso, ma vi racconto l'arrivo di Santin con un nuovo partigiano.

Eravamo in attesa del rancio e, avvicinandosi, vedemmo che il nuovo partigiano portava sul giubbetto la croce rossa. Subito pensammo che fosse un dottore ma, al momento della presentazione, Carlo ci disse : “Vi presento il cappellano Don Berto”.

Lì per lì rimanemmo un po’ sorpresi, non capivamo cosa ci potesse fare un prete in montagna, ma in seguito capimmo che anche lui, a suo modo, dava un aiuto alla lotta contro i nazifascisti.

Nei giorni seguenti ci comunicarono che un giovane "brigata nera" aveva ucciso il nostro caro compagno Febo. Il brigatista venne catturato e, portato in montagna, in considerazione della sua giovane età si decise di formare un piccolo tribunale. Don Berto svolse con molta tenacia e sincerità la parte del difensore. Il comandante Carlo svolse la parte accusatrice.

La giuria composta da un gruppo di partigiani, dopo lunga discussione, lo condannò a morte.

Un pomeriggio di settembre io e il compagno Milena ci avviammo verso la Cirimilla e giunti in zona Isola avvistammo una pattuglia di tedeschi che ci veniva incontro. Ci nascondemmo ai margini del bosco e, appena capimmo che erano a tiro delle nostre armi automatiche, io armato di una mitraglietta francese e Milena di un mitra, aprimmo il fuoco. Caddero a terra alcuni tedeschi, gli altri buttarono le armi e si misero a correre all'indietro. Noi raccogliemmo le armi e guardammo i militari per terra, constatando che uno era un ufficiale, comprendemmo il perché della loro fuga.

Ci accingemmo a ritornare in zona dove trovammo i compagni in allarme, ma la notte passò tranquilla; all'alba il comandante rafforzò la guardia nei punti principali.

Passammo i giorni facendo le cose di ordinaria necessità.

Verso la fine di settembre, il compagno addetto alla radio da campo, ricevette la parola d'ordine che ci comunicava di prepararci ad accogliere un lancio di armi, viveri, coperte e vestiario.

Per la sera accendemmo tre fuochi a triangolo come da parola d'ordine e restammo in attesa dell'arrivo degli aerei. Arrivarono, ma invece di venire giù i paracadute con le casse , lanciarono due piccole bombe.

Il Comando, convinto che fossero aerei tedeschi, diede l'ordine ai distaccamenti di prepararsi per lo spostamento in altra zona. Camminammo tutta la notte, e fatto giorno ci trovammo sui monti di Ronco Scrivia. Sotto di noi a valle vedevamo la stazione ferroviaria e il giorno seguente assistemmo al bombardamento da parte degli aerei inglesi dello scalo ferroviario. Il terzo giorno rientrammo alla base di partenza, zona Palazzo (monte Colma).

Valutando gli ultimi avvenimenti, il Comando decise di spostare la brigata in una zona operativa diversa, così alla fine di settembre ci mettemmo in marcia verso la nuova sede, Olbicella. Il Comando venne sistemato in casa del sig. Ivaldi, i distaccamenti vennero così collocati: uno al bivio Binella, uno a San Luca, uno in zona Garrone ed uno verso Piancastagna.

All'alba del 10 ottobre 1944, la brigata venne attaccata da forze tedesche, fasciste e bersaglieri.

L'attacco ebbe inizio a Piancastagna e bivio Binella. La battaglia fu dura , i compagni difesero le posizioni coraggiosamente, ma le forze avversarie dotate di carri armati, autoblindati e armi pesanti, sfondò gli avamposti costringendo i compagni a correre al riparo nei boschi in ordine sparso lasciando sul campo di battaglia diversi morti e alcuni prigionieri.

Don Berto, un gruppo di partigiani e io ci avviammo verso il bivio della Binella per portare il nostro aiuto ai compagni, ma lungo la strada, in una curva, ci trovammo di fronte gli autoblindati, sparammo alcune raffiche, poi anche noi in ordine sparso prendemmo riparo nei boschi; Don Berto con un gruppo verso le Garrone, io con l'altro gruppo verso San Luca da dove, verso l'imbrunire, ci avviammo in direzione di Olbicella. Guardando in direzione della strada , vedemmo le forze armate tedesche e fasciste che scendevano verso Molare.

Nel mio gruppo c'era il compagno Sten dotato di una mitragliatrice, valutammo che il momento era a noi favorevole per l'arrivo del buio, così decidemmo di sparare prima alcune raffiche e poi di andare ad Olbicella per vedere se ci fossero altri partigiani. Arrivati sulla piazza, trovammo alcuni abitanti, che ci comunicarono la notizia dell'impiccagione di sei compagni e la morte del comandante Mingo, che era stato portato in chiesa con gli onori militari.

I sei compagni erano ancora appesi all'albero e i tedeschi avevano portato con loro il giovanissimo partigiano Aria.

Tagliammo il cappio al collo dei compagni, li adagiammo per terra e invitammo un gruppo di persone che era presente, a portarli in chiesa, dove già si trovava il comandante Mingo.

Proseguimmo il nostro cammino verso le Garrone e qui vi trovammo Boro Lux con altri partigiani.

Con Boro si decise di formare un piccolo distaccamento volante, che operasse nel fondo valle da Rossiglione a Ovada e venne così composto: Pirata, Francia, Sten, io Leone ed infine si unì a noi il giovanissimo Aria che era riuscito a fuggire dai tedeschi.

Avendo bisogno di un'auto per spostarci da Rossiglione nella provincia di Alessandria, Pirata ed io ci recammo alla Direzione del cotonificio di Rossiglione chiedendo in dotazione una delle loro macchine. Il direttore subito si oppose, ma noi con le buone maniere lo convincemmo. Egli ci chiese se avessimo la patente, rispondemmo di no, ma io dissi che andavo in moto per cui chiesi di farmi vedere la posizione delle marce, misi in moto e andammo per la nostra strada.

La nostra attività durò dalla fine di ottobre 1944 alla fine di gennaio 1945, fu intensa e si concluse in un modo triste. Ci venne segnalato il passaggio di diversi camion carichi di armi e così la squadra si portò in frazione Gnocchetto, al loro giungere fu dato il segnale di alt, ma dal primo camion scesero militari tedeschi che uccisero subito il compagno Sten. Pirata, Francia e io ci portammo verso il bosco e Pirata, vedendo un tedesco che ci veniva dietro, si girò per sparare, ma venne colpito da una raffica di machinenpistole e cadde sul colpo. Con la perdita di questi due compagni il nostro piccolo distaccamento volante si sciolse e i pochi compagni rimasti ritornarono alla Brigata Buranello.

Qui ebbi un diverbio col comandante Boro, per un fatto avvenuto nello scontro con i tedeschi al Gnocchetto, che mi aveva lasciato alquanto perplesso. Infatti un componente del gruppo, di nome Sandro (ex brigata nera) e parente della partigiana Mirca di Rossiglione , che si trovava sulla strada insieme a Sten, venne caricato sul camion dei tedeschi, portato a Campoligure e alla sera dello stesso giorno fu liberato.

Questo dimostrava che era un infiltrato al servizio dei tedeschi, ma da parte del comando questa situazione non era stata presa in considerazione, per cui dissi al comandante Boro e agli altri compagni del comando che, per questo e altri motivi, preferivo ritornare a Sestri per continuare la lotta con quei compagni con i quali avevo combattuto dal novembre 1943 al luglio 1944.

Così feci, mi presentai in località Fabbriche al compagno Panciroli G. e lì rimasi sino alla fine di gennaio , insieme ad alcuni compagni di Sestri, tra i quali anche il 'Pantera', in attesa di andare in montagna. Un pomeriggio eravamo seduti in un posto di ritrovo con Panciroli , quando arrivò una staffetta di Voltri avvisandoci che un camion carico di brigate nere stava venendo verso le Fabbriche. Panciroli ci consigliò di avviarci di corsa verso il bosco e di raggiungere la zona, perché lì eravamo in pericolo. Mentre correvo verso il bosco, mi sentii chiamare dal compagno 'Pantera' perché non ce la faceva più, mi fermai per dargli una mano e gli dissi: "Dai che siamo quasi al sicuro, poi lasciali pure venire in su, che gli facciamo una bella accoglienza a suon di pallottole ".

Ma i vili brigatisti neri non rischiarono e, appena iniziò a venire buio, se ne andarono da dove erano venuti.

Ritornammo al ritrovo, ma il nostro amato compagno Panciroli non c'era, perché le brigate nere lo avevano portato con loro. All'alba iniziammo il cammino verso il passo del Faiallo, Palazzina, Vara Superiore e Marasca, qui mi recai al comando di polizia partigiana, dove trovai i compagni Zunetti, Pantaleone e Bana. Ebbi con loro un chiarimento sui fatti e mi fermai alcuni giorni per compiere delle azioni. Fui poi assegnato al distaccamento del compagno Grosso (Don) di Sestri, in qualità di commissario. Alla fine di marzo, insieme ai compagni di distaccamento, compimmo diverse azioni contro il nemico tedesco. Racconto solo un episodio, forse il più importante, in quanto non sono d'accordo con il cappellano Don Berto sul modo in cui si svolse l'azione, per quanto riguarda anche la presenza del compagno Bozzano nell'azione stessa.

Il 20 o 21 marzo1945, al nostro distaccamento venne assegnata l'azione d'attacco al fortino della Cappelletta di Masone, ci mettemmo in cammino dalla sede, che si trovava in casolare tra Marasca e Acquabianca, prendemmo il sentiero verso La Masca e raggiungemmo la cappelletta verso la mezzanotte. Circondammo la zona, dotati quasi tutti di armi automatiche, di un bazooka e di una mitraglia, utilizzata da un compagno partigiano di nazionalità germanica, scappato dal presidio tedesco di Campoligure, perché aveva dato un pugno in faccia al capitano che gli aveva rifiutato una licenza per recarsi in Germania, dove aveva perso tutta la famiglia in un bombardamento. Dotato di una statura imponente portava la piccola mitraglietta francese.

All'ora del cambio della sentinella, mentre stava per uscire dalla porta, si vide un piccolo fascio di luce, il partigiano armato di bazooka sferrò il primo colpo che creò scompiglio nelle forze tedesche; a questo punto aprimmo il fuoco con le armi leggere, trovandoci a distanza ravvicinata, sentimmo gridare l'ufficiale tedesco che si arrendeva. Il nostro partigiano tedesco gli dettò le condizioni, ma nello stesso momento partì verso di noi una raffica di machinenpistole a cui rispondemmo con tutta la nostra artiglieria. Non sentendo alcuna risposta, capimmo che si erano dati alla fuga, lasciando diversi morti sul terreno. A questo punto decidemmo la ritirata sul sentiero del ritorno, verso La Masca, camminando sul versante al riparo di eventuali attacchi, infatti a distanza di un'ora iniziarono a sparare da Campoligure con l'artiglieria, ma i proiettili finivano in fondo al vallone per cui rientrammo senza perdite.

Alla fine di marzo 1945, per il flusso di prigionieri, si rese necessaria la realizzazione di un centro di raccolta per i nuovi arrivati, di conseguenza il comando di Brigata scelse: il compagno Andrea (ufficiale dell'esercito slavo) e me 'Leone', lui come comandante, io come commissario.

Il 25 aprile 1945, tutti i prigionieri vennero consegnati alle forze alleate.

Finita la guerra, ritornai a lavorare all'Ansaldo (Allestimento Navi), da qui mi feci trasferire al cantiere navale di Sestri, per poter tornare alla mia attività politica presso la sezione del P.C.I. 'Boido-Longhi'. Nel 1952 dopo una lotta di settanta giorni, venni licenziato, rimanendo senza lavoro per diversi mesi.

Nel 1953, l'organizzazione del partito in provincia venne divisa in zone e il ponente andava da Sestri fino a Cogoleto. Fu costituito un comitato e fui chiamato a farne parte. Il partito, sempre nel 1953, mi mandò a lavorare nella federazione di Trento, dove rimasi per un periodo di 4 mesi. Rientrato mi avvisarono che la Direzione del partito chiedeva dei compagni da inviare in Calabria e in Sardegna. Scelsi la Calabria, poiché era la mia regione di origine, così venni assegnato alla Federazione di Catanzaro, dove ebbi la fortuna di conoscere il compagno Alicata, Responsabile Regionale.

Mi venne assegnata una zona della Pre Sila, con paesi come Sersale, Cropine, Cirò, Cirò Marina, dove, oltre al lavoro di partito, davo una mano al sindacato per organizzare l'occupazione dei terreni incolti. In questa attività ebbi problemi con la polizia. Una sera, mentre stavo consumando la cena nella sala da pranzo della locanda, arrivò di corsa un compagno per avvisarmi che la polizia mi stava cercando. Gli risposi che due poliziotti erano già lì. Finito di mangiare mi alzai tranquillo, facendo credere ai due che andavo al bagno, ben sapendo che a fianco del bagno c'era una porta che dava sul retro della trattoria. Appena fuori, mi recai presso la sartoria di un compagno, dove dormii fino all'ora della partenza per l'occupazione dei terreni.

Giunti sul posto, vi trovammo i carabinieri, che iniziarono a picchiare e a sparare lasciando per terra due compagni morti.

Passati alcuni giorni, mentre ero in camera che mi facevo la barba, si presentò un brigadiere, con due carabinieri, che mi chiese di andare in caserma con loro. Arrivati, il maresciallo mi comunicò che c'era il foglio di via, come persona indesiderata. Uscendo dalla caserma mi recai in comune dal sindaco socialista e gli raccontai il fatto. Egli mi disse di stare tranquillo, che sarebbe andato lui dal maresciallo a chiedergli di lasciarmi stare al paese sotto la sua responsabilità. Evitai così il ritorno a Genova e tutte le conseguenze del caso, ma non potendo svolgere il mio lavoro in quella zona, avendo sempre dietro i carabinieri, la Federazione decise di farmi rientrare a Catanzaro dove svolsi i miei compiti nella sezione di Nicastro per tutta la durata della mia permanenza in Calabria.

Rientrato in Federazione a Genova, ebbi un colloquio con il compagno Ceravolo, allora segretario della Federazione, il quale mi informò che la Direzione del Partito proponeva il mio ritorno a Catanzaro, ma io rifiutai perché non mi sentivo di assumermi una tale responsabilità.

Allora decisero di inviarmi in provincia nella zona di Fontanabuona, dove lavorai per circa un anno.

Rientrato a Genova mi fu affidata un'attività in Federazione, ma qui mi scontrai con il compagno Pessi, allora segretario, su problemi di carattere operativo all'interno della Federazione stessa. Subito dopo mi chiamò il compagno Bugliani (Lucio), vicesegretario, che mi consigliò, data la mia giovane età, di andare a lavorare presso la filiale degli Editori Riuniti, come responsabile del magazzino, insieme al compagno Amerio, responsabile della filiale, e il compagno Stagi; il lavoro andava bene, ma in seguito, a causa del poco impegno del compagno Amerio, l'organizzazione ne risentì, di conseguenza arrivò una lettera della Direzione Amministrativa, che proponeva, a Stagi e me, una soluzione che ci andava bene, ma solo in parte. Prendemmo subito contatto con la Direzione Amministrativa, manifestando il nostro disaccordo sulla loro proposta di dare al compagno Amerio una percentuale sul venduto per invogliarlo a lavorare. Nel frattempo arrivò da Roma, un compagno Ispettore per chiarire meglio la questione, ma questo incontro diventò molto animato a causa di una sua dichiarazione, con cui disse che la situazione era cambiata, quindi le nostre opinioni non gli interessavano, perché gli Editori Riuniti non dipendevano più dall' Amministrazione del Partito.

A questo punto, vista la situazione, dissi che avrei dato l'avviso necessario e mi sarei cercato un nuovo padrone da solo. Dopo pochi giorni, arrivò una lettera, che ci invitava a convocare una nuova riunione, anche con i compagni produttori, dato che sarebbe stato presente il compagno Secchia, nuovo presidente della Casa Editrice.

Al momento della riunione, mi rifiutai di partecipare, perché rimanevo fermo sulla mia decisione.

Il compagno Secchia cercò di convincermi, ma io, forse sbagliando, non tornai sulla mia decisione e al termine stabilito mi auto-lincenziai.

Continuavo a dare la mia attività, presso la sezione "Boido-Longhi", come volontario.

Non trovando lavoro presso alcuna fabbrica per la mia attività politica, decisi si sfruttare la mia passione (la fotografia).

Questa mia attività iniziò sulle spiagge di Sestri e Multedo, in seguito presi contatto con alcuni negozi di ottica e foto, ritirando i rullini dei loro clienti, per lo sviluppo e la stampa.

Come fotoreporter facevo servizi di sposi, manifestazioni politiche e altro. Un giorno mi trovai a fare foto in una manifestazione in Federazione, con la presenza del compagno Togliatti e mi venne proposto, da parte di un compagno di Vie Nuove, di andare a lavorare con loro come fotoreporter, perché avevano bisogno di un compagno da mandare in Cina, ma, non avendo avuto il consenso da parte di mia moglie, dovetti rifiutare.

Nel 1959 rilevai un negozio in Via Merano, dove svolsi la mia attività di ottica e fotografia (sviluppando da solo le foto sia in bianco e nero che a colori).

Nel 1980 avendo raggiunto l'età per la pensione, cedetti il negozio e…….sino alla fine della mia vita farò il pensionato.

Mercuri Luigi

Nome di battaglia (Calabria-Leone)

Marina di Nicotera (CZ) il 29.01.1925 - Genova 24.12.2004


*************************************************************************************


Ho letto con sincero interesse questo Tuo scritto. Un sintetico tracciato , del percorso della Tua vita. Dall'infanzia (gioventù) al trasferimento in Genova, l'inserimento in fabbrica, la fiducia conquistata dal gruppo operaio: esperienza che ha consentito il rifiuto alla baldanza propagandistica del regime.

Come comprendere, confrontarsi, scegliere, sono aspetti che avvengono soprattutto in ragione delle contraddizioni del regime ed ai metodi prepotenti adottati dall'insieme della realtà del tempo.

Ci siamo conosciuti nel lontano 1943, in piena guerra. Abbiamo via via saldato la nostra amicizia. Assieme e con altri compagni ci siamo impegnati con iniziative ed azioni a contribuire alla caduta del fascismo, 25 Luglio, seguito poi dall' 8 Settembre: Governo Badoglio.

La guerra continua, i tedeschi un tempo alleati sono divenuti di fatto anche forza di occupazione. Contraddizioni seguivano ed aumentavano di giorno in giorno. Giovani esuberanti, ribelli contro la crescente ingiustizia, e benché noi fossimo privi di esperienza e formazione politica, abbiamo fatto la nostra scelta.

Unitamente al malumore generale, la crescita del movimento e la volontà di pace e di libertà. Si Sono rafforzati, sia per l'impegno dei compagni e la grande volontà di lottare contro I 'oppressore.

Questa amicizia iniziata al tempo della nostra gioventù, ci ha provati, uniti nel percorso da Te ricordato e descritto.

Soltanto una parte del tempo cospirativo abbiamo percorso insieme.

Situazioni, pericoli del tempo ci hanno separati fino alla conquista della liberazione,

Amicizia, intesa, impegni che seguivano hanno contribuito a consolidare la nostra amicizia a tuttora. Amicizia che vorrei indicare con la A maiuscola.

Il Tuo scritto ci consente di ricordare. oltre a noi stessi, il valore, il coraggio, i sacrifici durante la guerra nelle organizzazioni operative di città e montagna.

Ci fa ricordare i gruppi operanti, i compagni che sono caduti ed altri che con I 'avanzare dell'età non sono più tra noi.

Tanti sono i testi scritti di quel triste tempo, ricordato con superficialità nei testi di Insegnamento, educazione e formazione scolastica.

Mi sembra che Tu abbia tracciato un valido percorso in questa Tua “memoria”. Aiuta chi vuol capire che tra i grandi avvenimenti ed i grandi dirigenti, c'erano anche altre persone semplici, decise, operanti, che hanno combattuto ed hanno consentito la conquista della liberazione del nostro Paese.

Le mogli, i figli in parte hanno capito e sentito l'importanza delle decisioni del tempo.

Il percorso vissuto e descritto non solo ha il mio parere positivo, ma lo ritengo favorevolmente utile, senza alcuna superbia, alla conoscenza dei giovanissimi. Una occasione di approfondimento se voluto. Una riflessione sulla necessità di fare delle scelte, anche individuali, che si incontrano nel percorso della vita.

Complimenti. L'amico, compagno.

( Benito Benati )

4 Novembre 1998










BEGIN

Share |

Lettori fissi

networkedblogs

DISCLAIMER


Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001.
L'autore del blog non è responsabile del contenuto dei commenti ai post, nè del contenuto dei siti "linkati".

Alcuni testi o immagini inserite in questo blog sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, vogliate comunicarlo via E-mail. Saranno immediatamente rimosse.

Some text or image, in this blog, were obtained via internet and, for that reason, considered of public domain. I have no intention of infringing copyright. In the case, send me an E-mail and I will provide immediately.