il problema attuale non è più la lotta della democrazia contro il fascismo ma quello del fascismo nella democrazia (G. Galletta)

Amicus Plato, sed magis amica veritas



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mercoledì 11 giugno 2014

11 giugno 1984 Ci manchi



non credo sia necessario aggiungere altro alle due fotografie: la dignità di un uomo e il dolore di un Popolo

«E ora compagne e compagni, vi invito a impegnarvi tutti, in questi pochi giorni che ci separano dal voto, con lo slancio che sempre i comunisti hanno dimostrato nei momenti cruciali. Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati e siamo… è possibile conquistare nuovi e più vasti consensi alle nostre liste, alla nostra causa, che è la causa della pace, della libertà, del lavoro, del progresso della nostra civiltà»
Padova 7 giugno 1984

martedì 11 giugno 2013

La Questione Morale (Repubblica, 1981) Intervista a Enrico Berlinguer

l'11 giugno 1984 si spegneva a Padova Enrico Berlinguer. La memoria di chi fu e cosa fu la affido a questa intervista di Eugenio Scalfari su Repubblica del 1981. Naturalmente potrebbero essere molti gli spunti per una spolverata alla memoria, credo però che nelle parole dell'intervista si possa cogliere "la cifra" tra due concezioni "epocali" del fare politica : Quella del tempo di Berlinguer e quella attuale.
Altre considerazioni, il giorno dopo il trionfo dell'astensionismo, ancor prima che l'affermazione nelle amministrative di un "centro-sinistra" dalle varie anime risulta superflua .
Ripetere incessantemente  " Enrico ci manchi" non è un attestato di stima e amore dal carattere nostalgico, ma un preciso atto d'accusa nei confronti di chi ha dilapidato un patrimonio morale e culturale che oggi viviamo materialmente sulla nostra pelle.
admin: Loris




La questione morale
Enrico Berlinguer - Repubblica, 1981 
Intervista a Enrico Berlinguer

«I partiti sono diventati macchine di potere» 

«I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer.

«I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».


di : Eugenio Scalfari


* * *


La passione è finita?

Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

È quello che io penso.

Per quale motivo?

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

E secondo lei non corrisponde alla situazione?

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.

La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.

In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?

Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Veniamo alla seconda diversità.

Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.

Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

Non voi soltanto.

È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.

Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

Dunque, siete un partito socialista serio...

...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?

No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?

Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?

Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.


Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...

Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?

Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.


«La Repubblica», 28 luglio 1981 



martedì 12 marzo 2013

"La cosa più importante della nostra vita è aver scelto la nostra parte"


tristemente profetico è stato il precedente post sull'8 marzo dove tra le altre cose si ricordavano le 21 donne della Costituente.
Ci ha lasciati Teresa Mattei, la più giovane delle donne in quella assemblea e l'ultima che era rimasta in vita.
L'eredità che ci ha lasciato è quel "BENE COMUNE" che si chiama Costituzione.
Partigiana e Comunista fu duramente colpita negli affetti dal regime fascista, che torturò, sino ad indurre al suicidio per non rivelare nomi, il fratello nelle stanze di via Tasso a Roma.

che la terra ti sia lieve Partigiana Chicchi



lascio alle pagine di Altraeconomia il ricordo di questa mia concittadina di nascita.

“Noi salutiamo quindi con speranza e con fiducia la figura di donna che nasce dalla solenne affermazione costituzionale e viene finalmente riconosciuta nella sua nuova dignità, nella conquistata pienezza dei suoi diritti, questa figura di donna italiana finalmente cittadina della nuova repubblica. Ancora poche costituzioni nel mondo riconoscono così esplicitamente alla donna la raggiunta affermazione dei suoi pieni diritti. >>... leggi tutto


link utli
wikipedia - Teresa Mattei

giovedì 1 dicembre 2011

Di Sinistra di comunisti e del vedere lontano



In questi giorni, più di una volta sono entrato nel Blog di Kamala “Prima e dopo il 68” per rileggere il post “lettera agli ex-comunisti”. Più di una volta sono stato tentato anche di commentare. Infine, rendendomi conto che un commento mi risultava riduttivo rispetto a quelli che erano i miei pensieri il post l’ho fatto pure io, augurandomi di dare risposta a Kamala, ma nello stesso tempo, forse, proporre sotto altre angolature lo stesso “tema”. 

Personalmente aborro il termine “ex”, perché da il senso dell’aver fatto proprio il pensiero dominante dei “Vincitori”. In questo caso, oltre ad “ex” ci troviamo di fronte, anche al concetto di “vinti. Posso ritenermi sconfitto, ma non vinto. 

Se il post di Kamala si rivolge agli “ex-comunisti” io ritengo che la riflessione debba coinvolgere in maniera più ampia tutta la “sinistra”, e che debba interessare tutte le mutazioni, sociali, economiche e tecnologiche che sono maturate nel tempo. 

Leggendo nel “Manifesto” di ieri (30 nov) tra i diversi ricordi di Lucio Magri, in quello di Ingrao, trovo forse le ragioni più semplici, più trasparenti ed immediate per motivare un “essere” che non potrà mai coniugarsi con l’aggettivo “ex” e che ci alimenta proprio nel momento che riusciamo ad interpretare quei mutamenti che producono comunque da una parte profitti e dall’altra chi il profitto lo produce senza beneficiarne. 
Nessuna remora e nessun pentimento quindi, ma la consapevolezza che la quotidianità della storia, ad oggi, pur nelle sconfitte e nelle mutevoli condizioni storiche e sociali, abbisogna di una sinistra capace di interpretare e lottare per quei bisogni di giustizia sociale e ambientale in cui milioni di individui si identificano. 
Sono molti i sarti che si sfracellanno al suolo per far vedere che si può volare, a loro il merito di aver visto dove altri per mancanza di coraggio, o per oggettiva incapacità non hanno osato vedere e spesso neanche guardare ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti.



Dal "il Manifesto del 30 novembre 2011


…..Oggi Lucio ci ha lasciati, in giorni bui dominati da gelide dispute sulla Borsa e i bilanci. 

Un altro ricordo: era il maggio del 1962, in un convegno dell'Istituto Gramsci sulle tendenze del capitalismo. Si discusse animatamente, la nostra critica alla relazione di Amendola fu uno dei prìmì segni visibili della nostra ricerca di un nuovo sguardo sul mondo. In quell' occasione, Lucio parlò del bisogno di una critica a quella che lui chiamò "la società opulenta": la pervasività del mito dell' opulenza in ogni luogo della vita, a colpire l'autonomia dei bisogni umani. In questo presente così aspro e difficile, in cui la politica sembra aver ceduto le armi di fronte aì luoghi della finanza, ho risentito l'eco. di quelle parole: non più solo nei miei ricordi, ma negli slogan di chi si accampa davanti a WalI Street. Caro Lucio, carìssìmo compagno di tante lotte e di tante sconfitte: nessuna sconfitta è definitiva, finchè gli echi delle nostre passioni riescono a rinascere in forme nuove, perfino di fronte al tempio del capitalismo mondiale…”  P.Ingrao






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giovedì 10 giugno 2010

Voi fascisti porterete l'Italia alla rovina, e a noi comunisti spetterà salvarla! (A.Gramsci)

In una delle giornate più brutte della storia politica Repubblicana non posso fare a meno di ricordare la frase di Gramsci rivolta ai Giudici del tribunale speciale fascista.
La deriva antidemocratica e antiliberale nella quale il governo a guida della tessera 1816 della P2 e di altri fra massoni della stessa loggia non sta trovando argine.
La volontà di stravolgere il patto costitutivo della democrazia italiana da parte di questa destra becera e faccendiera è un obiettivo sfacciatamente dichiarato.
Purtroppo dobbiamo registrare le responsabilità di un ceto dirigente, non solo dell’ala centrista moderata, ma della stessa sinistra, incapace in questi anni di proporre un progetto di società che potesse raccogliere i consensi . Come lo stesso Prodi dichiarava circa un anno fa , l’errore compiuto fu di essere i prosecutori della politica liberista Regan/tacheriana e di non riuscire ad essere alternativi a quella politica scellerata che già tanti danni aveva profuso.
Se oggi risulta difficile individuare, figure politiche di rigore morale e politico, come i comunisti a cui fa riferimento Gramsci, credo però che quella cultura continui ad appartenere a molti che in questi anni hanno continuato, un po’ da disadattati , a sentirsi parte integrante di un “sogno” di equità sociale e di giustizia. Una visione di società, e non di spartizione del potere.
Sulla base di quella eredità Gramsciana e di Enrico Berlinguer, di cui domani 11 giugno ricorre il ventiseiesimo anniversario della morte, oggi più che mai necessita un patto su quei valori che in altri tristi momenti della storia italiana vide coalizzarsi tutte le componenti sane della democrazia italiana.
Una esortazione, non ai dirigenti, ma agli uomini e donne del PD, di Rifondazione, di Sinistra e Libertà, e di tutte le altre componenti che in questi anni hanno subito la “scomposizione dell’atomo” in balia delle proprie dirigenze.
Loris


Ripropongo il filmato dell’ultimo discorso di Enrico Berlinguer a Padova, per il grande valore delle parole pronunciate, che saranno, le ultime parole dell’ultimo vero leader della sinistra italiana.



lunedì 6 luglio 2009

Le Falci e Martello che non puzzano


Ancora sangue in terra cinese: un’altra rivolta popolare è finita con un massacro, e dei numeri ufficiali che parlano di 140 vittime conosciamo la scarsa attendibilità. Cosa mantiene di “popolare” la Repubblica Popolare Cinese a questo punto è cosa realmente ardita da definire. Tibet, Tienammen e ora la provincia dello Xinjiang..
Già diverse volte ho denunciato da Comunista come non c’è niente da spartire con chi sfrutta manodopera minorile e priva i lavoratori dei minimali diritti di tutela, con una pratica Comunista che predilige il riscatto delle classi storicamente più deboli dal punto di vista sociale ed economico.
Non riesco a non rimanere basito nel sentire le parole del Capo dello Stato che rivolto al Presidente cinese mostra sensibilità e preoccupazione nei confronti dei diritti umani in Cina nel rispetto dell’autonomia cinese. (Studierò sul significato di autonomia)
Ma il vero colpo di scena è con un impomatato tronfio nostro premier che con sorriso degno della pubblicità di un qualche dentrificio (ma su giornali che non parlino della crisi) accoglie con tanto di”taccabanda” non solo lo stesso presidente cinese ma una folta schiera di poco proletari imprenditori cinesi per chiudere qualche accordo commerciale a basso prezzo sulla pelle di quei lavoratori e di quei minori a cui non è data possibilità di rivendicare diritti.
Respingo pertanto al mittente l’invito a Vergognarmi rivoltomi dal Premier per essere di Sinistra e Comunista ancora pochi giorni fa a Napoli e Viareggio. Su alcuni valori non svendo la mia dignità umana e politica.
Mi sono sempre chiesto come facesse a definire confidenzialmente “l’amico Putin” di cui la provenienza dal vecchio apparato dell’URSS e in particolare del KGB era assai nota. Saranno i miracoli dei soggiorni a Villa Certosa.
Sono le falci e martello che non puzzano, che consentono comunque l’arricchimento di pochi e della sofferenza di molti. Le conosce bene il nostro Premier e se ne guarda bene dall’entrare in conflitto, anche solo verbale, con questi “amici”.
In fondo per lui questo fetore dei soldi è pari a raffinati profumi.Ma sul letame puoi rovesciarci tonnellate di profumo che rimarrà sempre letame anche se forse a quel punto non servirà più neanche come concimante.





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