il problema attuale non è più la lotta della democrazia contro il fascismo ma quello del fascismo nella democrazia (G. Galletta)

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lunedì 6 febbraio 2012

Dia un posto di lavoro a questi giovani con una casa e uno stipendio e benefit come ha lei,o come ha avuto come prefetto signor ministro e le assicuro che questi giovani non esiteranno a lasciare mamma e papà


“Il centro storico di Genova per la sua stessa configurazione alterna zone bellissime a vicoli dove la sera la situazione dell’ordine pubblico può diventare problematica.Impossibile militarizzalo o sorvegliarlo tutto, occorre un controllo anche sociale e bisognerebbe avere il coraggio di compiere azioni forti come abbattere alcuni palazzi inutilizzati”.

Forse se a Roma uscisse fuori un problema, dei gatti, solo per fare un esempio, la soluzione prospettata potrebbe essere quella dell’abbattere il colosseo? 

Mentre la prima considerazione è reale la seconda è una mia conclusione con una certa logicità conseguente alla prima considerazione. 

Uno dei più belli , pieni di storia e cultura, centri storici del mondo, si sacrificano con coraggio in funzione della sicurezza. Non si cerca di recuperarlo, valorizzarlo e consentire del fatto che possa rendere servizi. Si abbatte e basta. 

L'esternazione "reale" fu raccolta dall’emittente locale Primo Canale, di Genova nel giugno 2008 in una intervista all’allora prefetto di Genova Anna Maria Cancellieri, attuale ministro degli interni. 

Come si vede la signora non è nuova ad uscite poco felici, ma soprattutto, incompatibili al ruolo che esercita. Non dovrebbe quindi stupirci nella sua uscita odierna, anche se l’indignazione e lo sconcerto è cosa non solo inevitabile ma assolutamente dovuta. 

«Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà». 

Risulta quindi pretestuoso, con un presupposto fortemente ideologico, e nel senso più negativo del concetto, ogni accostamento tra presunta flessibilità del lavoro e articolo 18 dello statuto dei lavoratori, considerando che sull’economia del mercato del lavoro l’articolo 18 non interviene non trattando il tema del licenziamento in quanto tale, ma trattando il conseguente reintegro in termini antidiscriminatori e non solo politico o sindacale ma in tutte le forme siano razziali, sessuali, religiose parentali…o altro. 

Risulta oltremodo offensiva la frase , detta in un paese dove la percentuale di disoccupazione giovanile supera il 30% e dove il mercato del lavoro ha subito un processo di precarizzazione senza uguali con conseguente precarizzazione dello stesso welfare sino ad un impoverimento generale e generalizzato del “sistema Paese”. 
Dia un posto di lavoro a questi giovani con una casa e uno stipendio e benefit come ha lei,o come ha avuto come prefetto signor ministro e le assicuro che questi giovani non esiteranno a lasciare mamma e papà per progettare la propria vita. 
Forse avrebbe anche la sorpresa di scoprire che non parlerebbero a vanvera disprezzando i propri datori di lavoro, perché se non lo ricordasse, siamo noi, che manteniamo voi “servitori dello stato” e non gli istituti bancari finanziari o industriali.
Loris


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venerdì 3 febbraio 2012

Art. 18. Reintegrazione nel posto di lavoro. - per sapere di cosa stiamo parlando

facendo un po di copia e incolla ho messo insieme un po di documentazione per fare comprendere meglio l'attacco sferrato all'art.18 dello Statuto dei Lavoratori da parte di questo Governo e del padronato, ripulendo soprattutto di luoghi comuni su cui far presa nei confronti delle persone che ignorano il reale oggetto del contendere.
Loris


Art. 18. Reintegrazione nel posto di lavoro.

1. Ferme restando l'esperibilità delle procedure previste dall'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell'articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell'ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole  e nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro




Legge 15 luglio 1966, n. 604 
Norme sui licenziamenti individuali.

Art. 1

1. Nel rapporto di lavoro a tempo indeterminato, intercedente con datori di lavoro privati o con enti  pubblici, ove la stabilità non sia assicurata da norme di legge, di regolamento e di contratto collettivo o individuale, il licenziamento del prestatore di lavoro non può avvenire che per giusta causa ai sensi dell'art. 2119 del codice civile o per giustificato motivo.
Art. 2 

1. Il datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, deve comunicare per iscritto il licenziamento al prestatore di lavoro. 
2. Il prestatore di lavoro può chiedere, entro quindici giorni dalla comunicazione, i motivi che hanno determinato il recesso: in tal caso il datore di lavoro deve, nei sette giorni dalla richiesta, comunicarli per iscritto. 
3. Il licenziamento intimato senza l'osservanza delle disposizioni di cui ai commi 1 e 2 è inefficace. 
4. Le disposizioni di cui al comma 1 e di cui all'art. 9 si applicano anche ai dirigenti (1). 

.............................................................

Art. 7 

1. Quando il prestatore di lavoro non possa avvalersi delle procedure previste dai contratti collettivi o dagli accordi sindacali, può promuovere, entro venti giorni dalla comunicazione del licenziamento ovvero dalla comunicazione dei motivi ove questa non sia contestuale a quella del licenziamento, il tentativo di conciliazione presso l'ufficio provinciale del lavoro e della massima occupazione. (4)
2. …… 
3. …… 
4. …… 
5. …...



il seguente articolo è stato prelevato integralmente da left

Licenziamenti a mano libera
 di MANUELE BONACCORSI


Rendere più facili i licenziamenti e liberalizzare il mercato del lavoro produce crescita economica e favorisce i giovani; anche perché in Italia è quasi impossibile licenziare i vecchi assunti, mentre i nuovi l’articolo 18 non sanno neppure cos’è. Due assiomi ripetuti senza sosta nel dibattito pubblico. Eppure basta solo dare un occhio a leggi e dati per accorgersi che si tratta di falsità colossali.

Milioni di licenziati con l’articolo 18. Licenziare non è impossibile a causa dell’articolo 18. Altrimenti le lavoratrici della Omsa starebbero ancora producendo calze e gli operai della Fiat di Termini Imerese automobili. I metalmeccanici della Innse non sarebbero dovuti salire su una gru per difendere il proprio posto di lavoro. Messo a rischio senz’altro ingiustamente, da un punto di vista morale ed economico, ma in maniera ineccepibile dal punto di vista legale. «Attualmente ci saranno alcune centinaia di migliaia di lavoratori licenziati che erano difesi dall’articolo 18. E milioni sono stati coloro che hanno perso il posto con le ristrutturazioni degli anni Novanta», afferma Carlo Guglielmi, giuslavorista del Forum Diritti-lavoro. L’articolo 18, insomma, non è certo un problema per le imprese che vogliano disfarsi dei propri dipendenti. Lo Statuto dei lavoratori, messo in forse dal governo, semplicemente obbliga le imprese sopra i 15 dipendenti a reintegrare i singoli lavoratori licenziati «senza giusta causa» o «giustificato motivo» (in questo caso si parla di “tutela reale”). Sotto i 15 dipendenti, dinanzi a un licenziamento immotivato, il giudice non può obbligare l’azienda a rimettere in produzione il dipendente, ma può solo ordinare un indennizzo economico. Infatti l’articolo 18 non si applica nella miriade di piccole e piccolissime imprese che costituiscono l’ossatura del sistema produttivo italiano. «Su una platea di oltre 20 milioni di dipendenti meno della metà è protetto dall’articolo 18», spiega Guglielmi. Ma attenzione, l’articolo 18 difende i lavoratori dai licenziamenti individuali. Se i licenziamenti sono collettivi (a partire da cinque dipendenti) lo Statuto dei lavoratori non ha alcun impatto. In questo caso il giudice non può entrare nel merito delle libere scelte dell’azienda. L’unico obbligo è che l’imprenditore si attenga a una precisa procedura (comunicazioni e incontri coi sindacati e il ministero del Lavoro) e che rispetti precisi criteri nell’indicare i dipendenti da mettere fuori dall’azienda (anzianità, carichi familiari). Il datore di lavoro, cioè, nel caso di licenziamenti collettivi non può scegliere chi licenziare. Non può salvare, ad esempio, un amico del caposquadra, e condannare il delegato del sindacato più “fastidioso”.


Giustificato motivo. Il datore di lavoro può scegliere i dipendenti da licenziare solo se essi sono meno di 5. E potrà farlo solo per una «giusta causa» o un «giustificato motivo ». È questo il caso del licenziamento individuale quello difeso nelle medie e grandi aziende dall’articolo 18. Val la pena però comprendere il significato di queste due parolette. La «giusta causa» è il caso del cosiddetto “licenziamento in tronco”: avviene quando il dipendente assume un comportamento particolarmente grave, tale da rendere impossibile il proseguimento del rapporto di lavoro. Un ingegnere che riveli segreti industriali a un concorrente, ad esempio, o un operaio che sia condannato per reati molto gravi. Se invece il lavoratore viola le parti del contratto, ad esempio si assenta in maniera reiterata senza addurre motivazioni o non rispetta gli ordini di servizio, egli può essere licenziato per un giustificato motivo “soggettivo”, ossia per un motivo dipendente da un suo comportamento individuale. L’altro caso di licenziamento individuale è quello di giustificato motivo “oggettivo”. Ossia, spiega il Roccella, uno dei più noti manuali di diritto del lavoro, l’imprenditore deve dimostrare «l’effettività delle ragioni economiche- produttive adottate a fondamento del licenziamento ». Qualora il licenziato ricorra al giudice, l’imprenditore dovrà dimostrare che quel posto di lavoro è soppresso per valide ragioni e che il dipendente non può essere ricollocato altrove. Anche i nemici dell’articolo 18, a partire dal senatore Pd Pietro Ichino, sostengono di voler far salvo il caso di “licenziamento discriminatorio”, dovuto a motivazioni politiche o razziali, rispetto al quale l’obbligo del reintegro vale nelle imprese di tutte le dimensioni. «È una presa in giro, il licenziamento discriminatorio è una foglia di fico», tuona Carlo Guglielmi. «Condanne o giudizi su questo sono rarissimi. Infatti se l’imprenditore vuole licenziare un dipendente perché è comunista o nero o iscritto al sindacato, non lo ammetterà mai. Dirà al giudice che esistono altre valide ragioni, disciplinari o organizzative. Ora, se un lavoratore licenziato ricorre al giudice per l’assenza di una giusta causa l’onere di provare le motivazioni del licenziamento spetta all’azienda. Mentre nel caso del licenziamento discriminatorio a provare la discriminazione deve essere il lavoratore. E questo, a meno che al padroncino non scappi di dire al giudice “qui i negri non li vogliamo” è pressoché impossibile nella realtà». Cancellare l’articolo 18, quindi, vuol dire rendere possibili anche i licenziamenti discriminatori? «Ichino non lo ammetterà mai, ma è così», chiosa Guglielmi. «È una partita reale, non ideologica. La posta è se l’imprenditore è o meno colui che ha l’ultima parola. Se può licenziare il dipendente che si lamenta per l’assenza delle norme sulla salute e la sicurezza o che chiede il rispetto delle mansioni. Senza articolo 18 il sindacato si riduce al recupero crediti, a chiedere un risarcimento economico a chi licenzia ingiustamente».


L’articolo 18 che aiuta i precari. «È falso che l’articolo 18 non protegge i precari. Vale per tutti, per chi ne è difeso e per coloro che ne sono esclusi», spiega Guglielmi. «Nel caso di un precario assunto con un contratto atipico in maniera irregolare l’avvocato può mandare una lettera all’azienda dicendo: il vostro contratto è irregolare, quindi per noi è a tempo indeterminato. Bene, se non ci fosse l’articolo 18 l’azienda se ne fregherebbe. E risponderebbe così: per noi il contratto è regolare, però, per cautelarci, qui c’è la lettera di licenziamento. E tanti saluti». Insomma, è l’articolo 18 che permette anche al precario di far valere i propri diritti. Vale per il falso contratto a progetto, per i dipendenti obbligati ad aprire una partita Iva, per il titolare di un contratto a tempo determinato rinnovato per anni senza soluzione di continuità. «Chi, come Ichino, dice di voler togliere l’articolo 18 ai padri per far uscire dalla precarietà i figli dice una stupidaggine», dice Gugliemi. Senza articolo 18 siamo tutti precari.


Lo scambio. Eppure proprio di questo si discute: di ridurre o cancellare un diritto, l’articolo 18, che evita gli abusi di potere e non impedisce i licenziamenti economici. Tramite uno scambio: licenziamenti più facili in cambio di meno tipologie di precariato. Sul tema esistono in Parlamento almeno 5 diverse posizioni. Di cui 4 convivono all’interno del Pd. C‘è quella di Pietro Ichino, molto amata dal governo, che prevede l’istituzione del cosiddetto «contratto unico », senza articolo 18 per i nuovi assunti. Attenzione, nuovi assunti, dice il progetto di Ichino. Quindi anche i lavoratori di Termini Imerese, se riassunti in un’altra azienda, non avranno l’articolo 18. Ed è un contratto unico fino a un certo punto, perché resterebbero valide alcune tipologie di lavoro precario (interinale, partite Iva). C’è poi la proposta del senatore ex Cgil Paolo Nerozzi, che istituirebbe un «contratto unico di ingresso» nel quale l’articolo 18 non varrebbe per tre anni. E la proposta dell’ex ministro del lavoro del Pd Cesare Damiano che istituirebbe un«contratto unico di inserimento formativo», anche in questo caso senza articolo 18 per un periodo che va dai sei mesi ai tre anni, secondo quanto deciso nei contratti nazionali. Il vantaggio di queste ultime due proposte è però quello di stabilire limiti più stringenti nell’uso dei contratti a progetto e di quelli a tempo determinato. Infine c’è la proposta ufficiale del Pd, quella del responsabile Economia e lavoro Stefano Fassina, che non prevede modifiche all’articolo 18 e si basa sulla parola d’ordine: «Il lavoro atipico deve costare di più di quello a tempo indeterminato». E poi, la posizione del Pdl, ben espressa da Michele Tiraboschi, tecnico di Maurzio Sacconi, che non vuole ritocchi alla legge 30 e alle sue 46 diverse tipologie di lavoro.


La Cgil non si piega. Meno articolo 18, meno precariato, è lo scambio su cui si tratta. «Non ci convince nessuna di queste proposte, esclusa quella di Fassina, su cui si può ragionare», afferma Claudio Treves, responsabile del dipartimento mercato del lavoro della Cgil. «Il tema dell’articolo 18 non si può e non si deve porre. È una maniera per rovinare il negoziato. L’articolo 18 è un deterrente, serve a scoraggiare licenziamenti indiscriminati. È una norma di civiltà. Per questo, sin dai tre milioni del Circo massimo nel 2002, la Cgil lo difende». I veri problemi sono altri: «Non c’è alcuna relazione tra libertà di licenziamento e crescita economica. La stessa Ocse, che negli anni Novanta fu paladina della teoria secondo la quale minori protezioni sul lavoro equivalgono a maggiore crescita economica, è stata costretta ad ammettere che a sostegno di questa tesi non esiste alcuna evidenza econometrica», spiega Treves. La crisi, per il sindacato, si affronta in un’altra maniera: «La discussione deve partire da un dato di realtà: siamo in una fase recessiva, ci sono 800mila posti di lavoro a rischio. E quindi il problema è universalizzare le tutele e gli ammortizzatori sociali, e sostenere le imprese che assumono a tempo indeterminato», afferma Treves. Sul tema la Cgil ha presentato una proposta: riunificare ed estendere a tutti i settori (oggi vale solo per l’industria) la cassa integrazione. Dare a tutti il diritto di accedere all’indennità di disoccupazione. «E diciamo anche come finanziare questa riforma. Il costo dev’essere assicurativo, cioè a pagare gli ammortizzatori devono essere i contributi. Chiediamo alla finanza pubblica solo una cifra di 5-600milioni di euro, più o meno quanto si spendeva per gli ammortizzatori in deroga prima dello scoppio della crisi. E questo si può fare con una semplificazione dei diversi 37 regimi contributivi che esistono in Italia. Chi pagava meno contributi per il welfare ne pagherà di più, chi ne pagava molti pagherà di meno». In poche parole, aumenterebbe di poco il costo del lavoro nei servizi e nelle piccole imprese (dove oggi esistono meno protezioni), si ridurrebbe di poco nell’industria. Ma tutti, precari e no, dipendenti della Fiat o della fabbrichetta sotto casa, sarebbero protetti. «La trattativa col governo parte con un problema di metodo. Dev’esserci la possibilità di un confronto nel merito delle proposte che miri a un accordo tra tutte le parti», spiega Treves.


Incontri separati. In altre parole: niente incontri separati tra le singole sigle e il governo, questa la strategia della Cgil. Su cui pesa l’incognita della Cisli che in questi anni non ha lesinato colpi bassi alla Cgil. «La Cisl, dopo aver avallato l’impianto di Sacconi, in un periodo di recessione come questo non può che mettere il problema della salvaguardia dell’occupazione al centro delle sue richieste. Spero in una convergenza», afferma Treves. Tra le diverse posizioni del Pd, gli stop del Pdl, le divergenze tra i sindacati, la strada di un accordo che vada bene per tutti, per il governo Monti è molto stretta. E il ritornello «ce lo chiede l’Europa », dopo una manovra durissima e con lo spreed fisso a quota 500, ormai suona stonato.

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sabato 28 gennaio 2012

La guerra di classe in Italia, chi la fa, chi la subisce e chi ne vorrebbe approfittare


In Italia ci sono due soggetti sociali, uno fa la guerra di classe e uno ne parla. La destra delle banche, dei finanzieri dei puttanieri degli evasori è quella che la guerra la fa, ricattando, impoverendo, licenziando, rubando il futuro e condizionando la vita e il futuro della maggioranza dei cittadini italiani.
Una buona parte della sinistra che guarda e vorrebbe rappresentare quei soggetti che subiscono le manovre, che perdono il lavoro, che perdono i diritti duramente conquistati in passato e non hanno certezze per il futuro, riesce a malapena a parlarne.
Vedere infine una destra che si insinua nelle proteste di massa e pezzi di apparati che si smarcano credo sia quanto di più allarmante possa risuonare in quello che fu un "regime Democratico". Forse è giunto il momento di smetterla di coltivare il proprio orticello, sia a Vasto che Roma, o in Val di Susa piuttosto che a Vicenza e si ipotizzi seriamente una risposta unitaria nei contenuti e di massa per la difesa della Carta Costituzionale e dei diritti della grande maggioranza degli italiani.

Aggiungo il link a questa notizia apparsa in rete, perchè dietro c'è tutta l'emergenza che da economica si trasforma in politica e democratica (clicca sulla foto).
Loris

giovedì 26 gennaio 2012

Il manganello come risposta al disagio sociale provocato dalle misure del Governo.




E’ a questo punto evidente che al crescente disagio sociale determinato da crisi e dalle inique legiferazioni del governo Monti, la risposta che l’esecutivo da a chi non è allineato al servile assenso è quella della reazione e della repressione poliziesca.
Come più volte rimarcato in questi giorni il feticcio della “libera circolazione delle merci” è comunque a prescindere dai diritti dei cittadini, dei lavoratori e dei consumatori stessi .
La risposta , con le cariche e i manganelli, data davanti a Montecitorio ai lavoratori della pesca è un chiaro messaggio di quale linguaggio il governo ha intenzione di usare nel redimere le conflittualità con i lavoratori.
Con questi presupposti è doverosa la solidarietà al movimento No Tav che attraverso gli arresti di oggi, subisce un tentativo di delegittimazione da parte di quei poteri che non conoscono altra morale che “il mercato” e i profitti derivati dalla devastazione dei territori con le “grandi opere” .
Come fu a Genova nel 2001, la militarizzazione di interi territori a spregio della libera circolazione delle persone resta un attentato grave alla nostra Democrazia insieme a un governo voluto dalle banche e dalle lobbies finanziarie.



11 febbraio la società civile in piazza con la FIOM

11 febbraio, la società civile in piazza con la Fiom - Firma l'appello


In una «Repubblica democratica fondata sul lavoro» quale l’Italia deve costituzionalmente essere, la libertà operaia è la libertà di tutti, la sicurezza del disoccupato e del precario è la sicurezza di tutti. 

Ecco perché siamo convinti che la manifestazione nazionale indetta dalla Fiom per sabato 11 febbraio debba raccogliere attorno alle bandiere dei metalmeccanici tutte le forze vive della società civile. 
Ecco perché invitiamo ogni cittadino che senta ancora come propri i valori della Costituzione, non solo ad aderire ma a farsi promotore e protagonista di questa manifestazione, partecipando ad organizzarla. 
Ecco perché invitiamo ogni testata giornalistica e ogni sito che ritengano irrinunciabili i princìpi della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista a mobilitare la propria forza di comunicazione e informazione, contro il muro di gomma di un monopolio massmediatico che sceglierà il silenzio.

L’Italia democratica ha bisogno di speranza, e solo la lotta tiene viva la speranza. L’impegno dei cittadini. Il tuo impegno.

Paolo Flores d’Arcais, Andrea Camilleri, Margherita Hack, Dario Fo, Antonio Tabucchi, don Andrea Gallo, Carlo Lucarelli, Fiorella Mannoia, Erri De Luca, Ascanio Celestini, Franca Rame, Stefano Rodotà, Luciano Gallino, Gustavo Zagrebelsky, Telmo Pievani, Moni Ovadia, Furio Colombo, Fabrizio Gifuni, Valerio Magrelli, Pierfranco Pellizzetti, Angelo d’Orsi, Roberto Esposito, Luciano Canfora, Massimiliano Fuksas, Carlo Galli, Franco ‘Bifo’ Berardi, Adriano Prosperi, Nadia Urbinati, Andrea Scanzi, Valerio Evangelisti, Carlo Formenti, Marco Revelli

per firmare clicca su 


mercoledì 25 gennaio 2012

Questo debito non s'ha da pagare

Questo debito non s'ha da pagare
Il 26 gennaio ore 17.30
 all'ex Manifattura Tabacchi di Sestri Ponente 
con Loretta Napoleoni 
e Francesco Gesualdi 
per parlare di economia e di risposte alla crisi



la saggista e giornalista Loretta Napoleoni ed il coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo Francesco Gesualdi, autore di vari libri tra cui la Guida al Consumo Critico e Sobrietà, saranno ospiti d'eccezione di "Questo debito non s'ha da pagare. Proposte molto concrete per uscire dalla crisi finanziaria con la politica e la cittadinanza attiva". L'incontro, che è promosso con il patrocinio del Municipio Medio Ponente e con il contributo della Regione Liguria, è organizzato da Fair e da Manifattura Etica, l'emporio della sostenibilità di Sestri Ponente.
"Un debito imponente ed una campagna mediatica martellante vorrebbero farci credere che solo l'austerità potrà salvarci" spiega Deborah Lucchetti di Fair, che dell'incontro è organizzatrice e moderatrice, "eppure esistono altre vie per uscire dalla crisi, e parlano di equità, di sostenibilità, di un modello diverso di società".
L'incontro di giovedì è il primo di una serie di attività di sensibilizzazione, di approfondimento ma anche di laboratori per bimbi ed adulti che Manifattura Etica svilupperà nelle prossime settimane.
Maggiori informazioni su www.manifatturaetica.it.

giovedì 27 ottobre 2011

Riflessioni sul 15 ottobre (2 parte) – Protagonisti e comprimari


…prima di cadere in equivoci­­­ è opportuno ricordare che la chiamata del 15 ottobre parte dal movimento degli indignados che rifiuta per sua natura l’etichettamento.
Rispondendo a chi imputava agli indignati spagnoli l’apoliticità e la responsabilità della perdita di consenso di Zapatero, favorendo la destra, affermavo che il disagio sociale e politico che veniva evidenziato da questo movimento era il conflitto che la sinistra per sua stessa natura doveva avere la capacità di gestire.
Tanto per fare un esempio dei nostri giorni, i lamentosi amano scagliarsi contro il movimento 5 stelle di Beppe Grillo accusandolo di sottrarre voti al centrosinistra favorendo quindi le coalizioni di centro-destra, mentre personalmente penso che se la qualità della proposta politica è buona, senza sovrapposizioni e ambiguità, oltre al 5 stelle potrebbe esserci anche il 6 il 7 o l’otto stelle che le coalizioni di centro sinistra non si porrebbero il problema del grillismo.
Tornando agli indignati del 15 ottobre, diverse sigle della sinistra, riunite sulle tematiche dei social forum ai primi di settembre lanciavano una chiamata al fine di facilitare, come sinistra diffusa, la partecipazione alla giornata del 15.
Nell’ulteriore allargamento dei soggetti, ritengo che avere avuto la presunzione di gestire come sigle, una chiamata che nasceva ed era valorizzata dagli individui, sia stato un grave errore.
Quello che era indubbiamente il necessario strumento per la costruzione di una grossa mobilitazione si è trasformato in un boomerang dagli effetti imprevedibili.
Se qualcuno ha pensato che dopo il decennale di Genova era possibile riproporre un coordinamento “stile Genova” per il 15 ottobre, ha evidentemente sottovalutato che dietro al risultato della manifestazione/corteo del 23 luglio, pur nelle sue contraddizioni, quel coordinamento, aveva cementato, nel lavoro di un anno un monolito che non lasciava spazi ad ambiguità (pressioni e forzature medianiche sono state presenti sino alla partenza del corteo, con false notizie di scontri nel centro storico genovese) mentre per la giornata degli indignati i tempi hanno limitato il lavoro ad una adesione formale e a un liberi tutte sulle pratiche ai margini del corteo.
L’evidente cura del proprio settore, delle proprie pratiche e delle proprie alleanze, è stato un corto circuito che ha depotenziato sin dal nascere una delle più imponenti manifestazioni popolari nate e volute dal basso.
Altro errore è stato quello di alcuni ambiti della sinistra di sovrapporre alle parole d’ordine del movimento degli indignati le proprie parole d’ordine.
Non è un caso se l’aggressione al corteo non è avvenuta su uno spezzone, ma tra gli spezzoni tanto sapientemente inquadrati . Non è un caso se le esternazioni postume sull’accaduto sono state fatte dagli organismi delle singole sigle piuttosto che collettivamente.
Forse però nell’amarezza dell’epilogo di quella manifestazione una ragione in più per indignarsi,  indignarsi di questa sinistra cercando di ridare voce a quei valori di solidarietà, condivisione e lotta tanto cari alla tradizione storica e culturale della sinistra italiana, ridare voce all’esserci e non al comparire.
L’aver fatto sclerotizzare all’interno del movimento italiano le tensioni e i conflitti all’interno del microcosmo della sinistra italiana, sono stati un regalo, per i più involontario al Governo italiano e al potere politico finanziario europeo.
Come un disco incantato ripeterò ciò che in altri momenti è stato detto: pratiche nuove di partecipazione e linguaggio nuovo. Se nel bucare lo schermo sta il “modernismo”, espressione del berlusconismo, colmiamo il buco culturale con i contenuti che non sono ne narrazioni ne litanie superate dagli sconvolgimenti sociali degli ultimi decenni.
Ritorniamo a leggere i soggetti sociali senza ne spaventarci  ne snobbando le manifestazioni di disagio espresse dalle centinaia di migliaia di indignados nel mondo e più che al protagonismo di un posto in prima fila torniamo al protagonismo nella gestione dei conflitti.
Sicuramente dopo il 15 ottobre sarà più difficile, ma forse riprendendo dai territori, dove il rapporto ritorna ad essere necessariamente diretto e personale una rete può trovare i nodi giusti sui quali ordire una trama di una nuova politica a sinistra e di sinistra.
Loris




mi astengo dal commentare il filmato. Le posizioni sono molto diverse tra loro e rappresentano comunque delle posizioni. Sulla effettiva rappresentanza in termini "numerici" mi porrei dei seri quesiti. Nell'ambito dell'associazionismo le problematicità restano nel tentativo di rispettare equilibri funambolici

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domenica 23 ottobre 2011

Riflessioni sul 15 ottobre (1 parte) - Vincitori e sconfitti


…è passata una settimana dal 15 dicembre di Roma, e considerando il livello di dibattito che è scaturito, alcune riflessioni ritengo siano necessarie e opportune. 

Vincitori e sconfitti - E’ evidente a tutti che il grande sconfitto della giornata del 15, risulta in tutta la sua miscellanea, il movimento nella sua totalità, nella lotta contro chi ha causato la crisi e contro chi ha deciso che la crisi non l’avrebbero pagata i responsabili dei flussi finanziari, le banche con le loro politiche sopranazionali e gli elusori ed evasori fiscali che sono a tutti gli effetti una cifra considerevole del “debito” 

Se la manifestazione avesse trovato il suo epilogo, in Piazza San Giovanni, molti, come del resto era stato annunciato, non sarebbero tornati a casa e San Giovanni sarebbe diventata una delle piazze “indignate”. Considerando i numeri che sono ballati il 15, forse la più grossa piazza indignata del mondo, e, lunedì, forse sarebbero partite le piazze indignate di Genova, Milano, Pisa. E chissà quante altre,erano pronte a calarsi nel conflitto. 

Vittoria bipartisan, del governo che è il gran protagonista passivo dei diktat della BCE e dell’opposizione parlamentare, che non essendo stata in grado di formulare alcunché nella demarcazione tra chi il debito debba pagarlo e chi non se lo accolla perché gia comunque con scarse coperture sia salariali che di stato sociale, cerca legittimazione nell’ipotesi di un cambio di guardia nella maggioranza parlamentare presso le Banche centrali e tutti gli organismi bancari internazionali. 

Non eravamo arrivati a Roma per una passeggiata rituale, ma per fermarci. L’unico modo per impedircelo è stato renderci impraticabile il luogo simbolo della nostra contestazione, e per chi era in quella piazza è stato evidente come i così detti violenti siano stati sospinti verso chi violento non era e non aveva ne cappucci ne armi atte ad offendere.
Loris



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mercoledì 19 ottobre 2011

Comunicato - da Genova sul 15 ottobre



Comunicato
Noi, che siamo stati parte del coordinamento nazionale 15 ottobre, ribadiamo che quel giorno ha segnato in tutto il mondo la nascita di un nuovo gigantesco protagonismo sociale. Milioni di cittadini ovunque in tutti i continenti hanno manifestato per difendere la democrazia ed i diritti, messi a rischio dall’arroganza dei governi, delle banche, dalla finanza speculativa e dalle istituzioni finanziarie come il FMI che vorrebbero fare pagare la crisi ai cittadini ed alle cittadine.
A Roma si è registrato il numero più alto di partecipazione, a dimostrazione della straordinaria vitalità dei movimenti e della società civile italiana. Cinquecentomila persone sono venute a Roma con le loro proposte e la loro indignazione, con l’obiettivo di riprendersi quegli spazi di partecipazione e parola che sono stati loro negati in questi anni.
Famiglie, lavoratori e lavoratici, studenti, ricercatori, precari, pensionati, artisti, associazioni, comitati territoriali, parrocchie, forze politiche, sindacali e sociali: un’Italia plurale ieri si è manifestata contro le politiche di austerità e per cambiare le politiche economiche in Italia ed in Europa.
Il diritto alla parola ci è stato invece negato da parte di chi ha aggredito il corteo e la città. Centinaia di persone hanno fatto la gravissima scelta di violentare la nostra manifestazione ed hanno in realtà manifestato contro di noi. Il corteo ha reagito, si è ribellato, difendendo il proprio diritto alla partecipazione.
Denunciamo le gravissime responsabilità delle forze dell’ordine che, in Piazza San Giovanni, hanno seminato panico con le cariche dei furgoni fra i manifestanti, riportandoci alle situazioni e alle immagini di Genova 2001.
Durante e dopo il corteo si sarebbero dovute produrre, promosse da diverse organizzazioni, performance e azioni diverse. In molti si sarebbero accampati per la notte a San Giovanni, al Colosseo e ai Fori Imperiali per simboleggiare –attraverso la riappropriazione delle piazze e delle strade- la volontà di riprendersi il diritto alla partecipazione, la democrazia, i diritti di cittadinanza.
Le ragioni che ci portano a continuare il nostro impegno sono sempre più presenti. La gravità della crisi e le ricette sbagliate che continuano a imporci sono i motivi che ci spingono a continuare la nostra lotta. Per il bene comune. Per il bene di tutti e tutte.
Genova – 18 ottobre 2011

Antonio Bruno (del Forum della Sinistra Europea Genova)
Giuseppe Gonella (dell'Ass. Culturale Punto Rosso Genova)
Rita Lavaggi (della Rete 15 ottobre Genova)
Loris Viari (della Rete 15 ottobre Genova)


rete15ottobre.genova@gmail.com 
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mercoledì 12 ottobre 2011

15 ottobre - GENOVA INDIGNATA CHIAMA



15 OTTOBRE MANIFESTAZIONE NAZIONALE  A ROMA


PEOPLES OF EUROPE, RISE UP!



“gli esseri umani prima dei profitti, non siamo merce nelle mani di politici e banchieri, chi pretende di governarci non ci rappresenta, l’alternativa c’è ed è nelle nostre mani, democrazia reale ora!”



GENOVA INDIGNATA CHIAMA !

PRESIDIO
SABATO 15 ore 15.00
DAVANTI A BANCA D’ITALIA
Via Dante 3

PER TUTTI COLORO CHE NON HANNO TROVATO POSTO SUI 10 PULMAN PER ROMA

APPUNTAMENTO CITTADINO



rete15ottobre.genova@gmail.com


scarica il volantino e il comunicato
volantino               comunicato



            

domenica 2 ottobre 2011

Lettera BCE - Noi la respingiamo al mittente



Cliccando sulla busta si può leggere il testo che la BCE ha inviato a Berlusconi il 5 agosto dettando al governucolo da lui guidato le linee per le manovre che si sono succedute.
Non mi risulta che gli italiani nel momento che sono stati chiamati a votare abbiano messo la croce sul partito delle banche, e ancor di meno che ci sia la disponibilità a pagare i debiti provocati dalle speculazioni finanziarie delle piccole e grandi banche. I debiti provocati dall' evasione fiscale e dal sistema di corruzione diffusa.

Per queste ragioni NOI la lettera la rimandiamo al mittente !!!!

Loris



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mercoledì 28 settembre 2011

15 OTTOBRE - GIORNATA EUROPEA E INTERNAZIONALE DI MOBILITAZIONE





APPELLO

IL 15 OTTOBRE SARÀ UNA GIORNATA EUROPEA E INTERNAZIONALE DI MOBILITAZIONE

“gli esseri umani prima dei profitti, non siamo merce nelle mani di politici e banchieri,
chi pretende di governarci non ci rappresenta, l’alternativa c’è ed è nelle nostre mani, democrazia reale ora!”
Commissione Europea, governi europei, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, multinazionali e poteri forti ci presentano come dogmi intoccabili il pagamento del debito, il pareggio del bilancio pubblico, gli interessi dei mercati finanziari, le privatizzazioni, i tagli alla spesa, la precarizzazione del lavoro e della vita.
Sono ricette inique e sbagliate, utili a difendere rendite e privilegi, e renderci tutti schiavi. Distruggono il lavoro e i suoi diritti, i sindacati, il contratto nazionale, le pensioni, l’istruzione, la cultura, i beni comuni, il territorio, la società e le comunità, tutti i diritti garantiti dalla nostra Costituzione. Opprimono il presente di una popolazione sempre più impoverita, negano il futuro ai giovani.
Non è vero che siano scelte obbligate. Noi le rifiutiamo. Qualunque schieramento politico le voglia imporre, avrà come unico effetto un’ulteriore devastazione sociale, ambientale, democratica. Ci sono altre strade, e quelle vogliamo percorrere, riprendendoci pienamente il nostro potere di cittadinanza che è fondamento di qualunque democrazia reale.
Non vogliamo fare un passo di più verso il baratro in cui l’Europa e l’Italia si stanno dirigendo e che la manovra del Governo, così come le politiche economiche europee, continuano ad avvicinare.
Vogliamo una vera alternativa di sistema. Si deve uscire dalla crisi con il cambiamento e l’innovazione. Le risorse ci sono.
Si deve investire sulla riconversione ecologica, la giustizia sociale, l’altra economia, sui saperi, la cultura, il territorio, la partecipazione. Si deve redistribuire radicalmente la ricchezza. Vogliamo ripartire dal risultato dei referendum del 12 e 13 giugno, per restituire alle comunità i beni comuni ed il loro diritto alla partecipazione. Si devono recuperare risorse dal taglio delle spese militari. Si deve smettere di fare le guerre e bisogna accogliere i migranti.
Le alternative vanno conquistate, insieme. In Europa, in Italia, nel Mediterraneo, nel mondo. In tanti e tante, diversi e diverse, uniti. E’ il solo modo per vincere.
Il Coordinamento 15 ottobre, luogo di convergenza organizzativa dei soggetti sociali impegnati, invita tutti e tutte a preparare la mobilitazione e a essere in piazza a Roma, riempiendo la manifestazione con i propri appelli, con i propri contenuti, con le proprie lotte e proposte


PER LA NOSTRA DIGNITÀ E PER CAMBIARE DAVVERO

COORDINAMENTO 15 OTTOBRE

Fanno parte del Coordinamento 15 ottobre:
A Sud, Action, Altramente, Arci, Atenei in Rivolta, Attac Italia, CIB – Unicobas, Comitato 1° ottobre, Confederazione COBAS, Controlacrisi.org, CPU – Coord. Precari dell’Università, CUB – Confederazione Unitaria di Base, ESC, Fair Watch, Fed. Anarchica Italiana – Roma, Federazione della Sinistra, FGCI – Federazione Giovanile Comunisti Italiani, FIOM, Flare, Forum Diritti Lavoro, Giovani Comunisti, Gruppo Abele, Laboratorio Politico “Alternativa”, Legambiente, Liberazione, LINK – Coordinamento Universitario, Osservatorio Europa, Partito Comunista dei Lavoratori, P. CARC, PDCI, Popolo Viola, PRC, Radio Vostok, R@P - Rete per l’Autorganizzazione Popolare , Rete@a Sinistra, Rete 28 Aprile – CGIL, Rete dei Comunisti, Rete della Conoscenza, Rete Salernitana per il 15 ottobre, Rete Viola, RIBALTA – Alternativa Ribelle, Sinistra Critica, Sinistra Euromediterranea, Snater, Terra del Fuoco, Tilt, UDS – Unione degli Studenti, Un ponte per, Unicommon, Uniti per l’Alternativa, USB


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CAMBIAMO L'EUROPA, CAMBIAMO L'ITALIA PEOPLE OF EUROPE, RISE UP!

COORDINAMENTO 15 OTTOBRE


COORDINAMENTO 15 OTTOBRE
http://15ottobre.wordpress.com



CAMBIAMO L'EUROPA, CAMBIAMO L'ITALIA
PEOPLE OF EUROPE, RISE UP

* * *
MANIFESTAZIONE NAZIONALE 
sabato 15 ottobre ROMA - ore 14


La giornata del 15 ottobre vedrà mobilitazioni in tutta Europa, nel Mediterraneo e in altre regioni del mondo, contro la distruzione dei diritti, dei beni comuni, del lavoro e della democrazia compiuta, con le politiche anticrisi, a difesa dei profitti e della speculazione finanziaria. Le persone non sono un debito.

Anche in Italia è già stata raccolta da tanti soggetti organizzati, alleanze sociali, gruppi informali e persone che hanno dato vita al Coordinamento 15 ottobre . Non vogliamo fare un passo di più verso il baratro in cui l’Europa e l’Italia si stanno dirigendo e che la manovra del Governo continua ad avvicinare. Vogliamo un’altra economia, un’altra società e una democrazia vera.

Il Coordinamento 15 ottobre si mette al servizio della riuscita della mobilitazione. Curerà unitariamente le caratteristiche, la logistica e l’organizzazione della manifestazione nazionale di Roma e ne definirà le sue parti comuni. 

Il suo obiettivo è favorire la massima inclusione, convergenza, convivenza e cooperazione delle molteplici e plurali forze sociali, reti, energie individuali e collettive che stanno preparando e prepareranno la mobilitazione con i propri appelli, le proprie alleanze, i propri contenuti.

Ci impegniamo insieme a costruire una manifestazione partecipata, pacifica, inclusiva, plurale e di massa, il cui obiettivo è raccogliere e dare massimo spazio alla opposizione popolare, alle lotte e alle pratiche alternative diffuse nel nostro paese.

La manifestazione partirà alle ore 14.00 da Piazza della Repubblica e arriverà a Piazza San Giovanni.

Sarà una tappa della ripresa di spazio pubblico di mobilitazione permanente, come si sta realizzando in tutta Europa e nel Mediterraneo, che è necessario mettere in campo per cambiare l’Italia e il nostro continente.
Invitiamo i cittadini e le cittadine, nativi e migranti, le lavoratrici e i lavoratori, i soggetti organizzati, i gruppi, le reti formali e informali a partecipare attivamente al 15 ottobre, a coinvolgere le proprie comunità, a organizzare la partecipazione al corteo di Roma.

Il Coordinamento 15 ottobre invita a costruire in tutto il territorio la partecipazione italiana alla giornata europea e internazionale "UNITED FOR GLOBAL CHANGE" e a convergere nella giornata nazionale di mobilitazione a Roma.



MANIFESTAZIONE NAZIONALE 
sabato 15 ottobre
Partenza ore 14 - Piazza della Repubblica
ROMA



A Sud, Action, Altramente, Arci, Atenei in Rivolta, Attac Italia, CIB - Unicobas, Comitato 1° ottobre, Confederazione COBAS, Controlacrisi.org, CPU - Coord. Precari dell'Università, CUB - Confederazione Unitaria di Base, ESC, Fair Watch, Fed. Anarchica Italiana - Roma, Federazione della Sinistra, FGCI - Federazione Giovanile Comunisti Italiani, FIOM, Flare,  Forum Diritti Lavoro, Giovani Comunisti, Gruppo Abele, Laboratorio Politico "Alternativa", Legambiente, Liberazione, LINK - Coordinamento Universitario, Osservatorio Europa, Partito Comunista dei Lavoratori, P. CARC, PDCI, Popolo Viola, PRC, Radio Vostok, R@P - Rete per l'Autorganizzazione Popolare, Rete 28 Aprile - CGIL, Rete dei Comunisti, Rete della Conoscenza, Rete Salernitana per il 15 ottobre, Rete Viola, RIBALTA - Alternativa Ribelle, Sinistra Critica, Snater, Terra del Fuoco, Tilt, UDS - Unione degli Studenti, Un ponte per, Unicommon, Uniti per l'Alternativa, USB


Per aderire alla mobilitazione
adesioni15ottobre@gmail.com



Leggi l'Appello Unitario del Coordinamento 15 ottobre


UFFICI STAMPA

Andreina Albano
albano@arci.it
348.3419402

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
348.6861204

Rossella Lamina
ufficiostampa@usb.it
347.4212769

Anna D'Ascenzio
dascenzio.anna@gmail.com
349.4634405

Alex Miozzi
ufficiostampa@cub.it
346.6326088



http://15ottobre.wordpress.com






lunedì 26 settembre 2011

Perchè il 1° ottobre.


   






(articolo di Giorgio Cremaschi pubblicato su Liberazione il 22.9.2011) (...) 

Da Standard&Poor’s, alla Confindustria, al Corriere della Sera, è un coro unico. Berlusconi se ne deve andare. Non è paradossale che l’uomo più ricco d’Italia, colui che ha governato il sistema politico italiano negli ultimi vent’anni nel nome dell’impresa e del mercato, sia sfiduciato da questi ultimi. Per il capitale gli stati sono come aziende, e se gli amministratori delegati sono inaffidabili e impresentabili devono essere licenziati. La crisi della democrazia italiana sta anche in questo: che gli enormi guasti sociali, civili, morali, che l’hanno colpita, per opera decisiva di Silvio Berlusconi, non sarebbero stati sufficienti a farlo cadere se non ci fosse stata la crisi del debito. Berlusconi viene licenziato dai suoi colleghi padroni, ma è ancora lì a far danni, perché i virus autoritari della seconda repubblica non hanno vaccini sufficienti. Almeno per ora. Nella tanto vituperata prima repubblica dei grandi partiti e delle organizzazioni di massa, del proporzionale, del conflitto politico e della lotta di classe, un capo di governo indegno e indecente come Berlusconi sarebbe già stato liquidato dalla sua stessa parte. Così non è oggi ed è per questo che cacciare Berlusconi è condizione necessaria, ma assolutamente non sufficiente per riprendere un percorso realmente democratico. Dovremo scendere in piazza, mobilitarci, perché l’uomo delle escort e la sua corte ci liberino del loro ridicolo. Ma dobbiamo nello stesso tempo sin d’ora preparare l’alternativa a chi vuole cacciarlo e pensa di farci pagare tutti i conti del suo disastro. Abbiamo due avversari. L’attuale governo e il governo unico delle banche e della finanza europee e mondiali, che stanno distruggendo con le loro ricette liberiste lo stato sociale e i diritti in tutta Europa. Il primo avversario è oramai in crisi, il secondo invece aumenta prepotenza e arroganza, nonostante sia altrettanto responsabile dei nostri guai. Nel nome della cacciata di Berlusconi si chiedono ancora tagli alle pensioni, privatizzazioni, liberalizzazioni, ulteriori flessibilità nel mercato del lavoro. E’ un terribile accanimento terapeutico contro un corpo sociale massacrato da anni di flessibilità, bassi salari, distruzione dei diritti sociali e dei beni comuni. Eppure pare l’unica strada. Anche la Cgil cede ad essa firmando, senza neppure la consultazione dei lavoratori, l’accordo del 28 giugno. Accordo da cui ha preso spunto quell’articolo 8 della manovra che cancella contratti e Statuto dei lavoratori. Pare che Berlusconi debba essere cacciato perché non è stato sufficientemente di destra e antisociale. A tutto questo dobbiamo porre rimedio con le sole armi a nostra disposizione: la costruzione di un altro punto di vista, di un’altra via per uscire dalla crisi e la mobilitazione per percorrerla. Oggi il debito non può essere pagato. La Grecia è arrivata ai sacrifici umani pur di far contenti gli strozzini della Banca Europea (che poi sono le banche francesi e tedesche) e del Fondo Monetario Internazionale. Taglia, taglia e non basta mai perché il debito cresce. Più tagli, più lo alimenti. L’Italia è sulla stessa via. Gli interessi sul debito sono pari a 80 miliardi di euro all’anno, le attuali catastrofiche manovre ne finanziano forse due terzi. Quindi anche noi continuiamo a tagliare mentre il debito cresce. Non si può più andare avanti per questa via e tutte e tutti coloro che anche nel centrosinistra si piegano ad essa, preparano, dopo la catastrofe di Berlusconi, un altro disastro. Bisogna fermare la schiavitù del debito e rompere radicalmente con la politica economica liberista. La lotta all’evasione fiscale, la tassa patrimoniale, devono servire a finanziare la ripresa dei salari, dei diritti, della crescita fondata sui beni comuni e non finanziare gli interessi delle banche. Se si facesse solo questo, anche una patrimoniale severa sarebbe solo una partita di giro, che tornerebbe al mondo dei ricchi attraverso la speculazione finanziaria. Bisogna rompere la macchina infernale del debito e delle politiche liberiste che l’alimentano e per questo occorre una svolta radicale. La politica italiana di oggi non è in grado di farlo. Pensa di sostituire Berlusconi con qualche banchiere più affidabile ed estraneo al mondo della prostituzione di lusso. Ma così la crisi sociale si aggrava. E i drammatici segnali di catastrofe civile che vediamo oggi a Lampedusa potrebbero estendersi ben oltre quell’isola. Bisogna ricostruire una politica democratica basata sull’uguaglianza sociale e pertanto fondata sulla distruzione delle politiche economiche liberiste. Altro che le filosofie bocconiane ben strapazzate ieri da Dino Greco su queste pagine. Per questo in 1.500 abbiamo firmato un appello per trovarci a Roma il 1° ottobre, per lanciare anche in Italia, così come sta avvenendo in tutta Europa, un movimento contro la schiavitù del debito, per far pagare davvero la crisi ai ricchi e soprattutto per non pagarla più noi. La piccola Islanda ci ha insegnato la via da percorrere. Bisogna partire da qui, bisogna partire da una piattaforma alternativa a quella di chi ha sfiduciato Berlusconi in nome degli interessi del grande capitale. Bisogna che la successiva manifestazione del 15 ottobre esprima una profonda sintonia con l’appello degli “indignados” spagnoli, che non chiedono semplicemente un cambio di governo (da loro le politiche dei tagli li amministra il governo socialista), ma vogliono ripristinare la democrazia distrutta da trent’anni di politica economica liberista. L’alternativa a Berlusconi e al liberismo si comincia a costruire sin d’ora, mentre si lotta per cacciarlo, solo così non finiremo dalla padella nella brace. Non siamo tutti nella stessa barca.

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martedì 13 settembre 2011

15 ottobre - Giornata europea e internazionale di mobilitazione



Il 15 ottobre sarà una giornata europea e internazionale di mobilitazione: 

“gli esseri umani prima dei profitti, non siamo merce nelle mani di politici e banchieri, chi pretende di governarci non ci rappresenta, l’alternativa c’è ed è nelle nostre mani, democrazia reale ora!”

Commissione Europea, governi europei, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, multinazionali e poteri forti ci presentano come dogmi intoccabili il pagamento del debito, il pareggio del bilancio pubblico, gli interessi dei mercati finanziari, le privatizzazioni, i tagli alla spesa, la precarizzazione del lavoro e della vita.
Sono ricette inique e sbagliate, utili a difendere rendite e privilegi, e renderci tutti più schiavi. Distruggono il lavoro e i suoi diritti, i sindacati, il contratto nazionale, le pensioni, l’istruzione, la cultura, i beni comuni, il territorio, la società e le comunità, tutti i diritti garantiti dalla nostra Costituzione. Opprimono il presente di una popolazione sempre più impoverita, negano il futuro ai giovani.
Non è vero che siano scelte obbligate. Noi le rifiutiamo. Qualunque schieramento politico le voglia imporre, avrà come unico effetto un’ulteriore devastazione sociale, ambientale, democratica. Ci sono altre strade, e quelle vogliamo percorrere, riprendendoci pienamente il nostro potere di cittadinanza che è fondamento di qualunque democrazia reale. 
Non vogliamo fare un passo di più verso il baratro in cui l’Europa e l’Italia si stanno dirigendo e che la manovra del Governo, così come le politiche economiche europee, continuano ad avvicinare. 
Vogliamo una vera alternativa di sistema. Si deve uscire dalla crisi con il cambiamento e l’innovazione. Le risorse ci sono. Si deve investire sulla riconversione ecologica, la giustizia sociale, l’altra economia, sui saperi, la cultura, il territorio, la partecipazione. Si deve redistribuire radicalmente la ricchezza. Vogliamo ripartire dal risultato dei referendum del 12 e 13 giugno, per restituire alle comunità i beni comuni ed il loro diritto alla partecipazione. Si devono recuperare risorse dal taglio delle spese militari. Si deve smettere di fare le guerre e bisogna accogliere i migranti.
Le alternative vanno conquistate, insieme. In Europa, in Italia, nel Mediterraneo, nel mondo. In tanti e tante, diversi e diverse, uniti. E’ il solo modo per vincere. 
Il Coordinamento 15 ottobre, luogo di convergenza organizzativa dei soggetti sociali impegnati, invita tutti e tutte a preparare la mobilitazione e a essere in piazza a Roma, riempiendo la manifestazione con i propri appelli, con i propri contenuti, con le proprie lotte e proposte
per la nostra dignità e per cambiare davvero 

Coordinamento 15 ottobre

Roma - martedì 13 settembre 2011



Si è costituito il Coordinamento 15 ottobre, luogo aperto di tanti e plurali attori sociali impegnati a costruire la partecipazione italiana alla giornata europea e internazionale di mobilitazione.
La giornata del 15 vedrà mobilitazioni in tutta Europa, nel Mediterraneo e in altre regioni del mondo. Anche in Italia è già stata raccolta da tanti soggetti organizzati, alleanze sociali, gruppi informali e persone.
Il Coordinamento si mette al servizio della riuscita della mobilitazione. Curerà unitariamente le caratteristiche, la logistica e l’organizzazione della manifestazione nazionale di Roma e ne definirà le sue parti comuni.
Il suo obiettivo è favorire la massima inclusione, convergenza, convivenza e cooperazione delle molteplici e plurali forze sociali, reti, energie individuali e collettive che stanno preparando e prepareranno la mobilitazione con i propri appelli, le proprie alleanze, i propri contenuti.
La prossima riunione del Coordinamento 15 ottobre è convocata a Roma, mercoledì 21 settembre, alle ore 10, in via dei Monti di Pietralata 16

venerdì 9 settembre 2011

La Rivoluzione Islandese

girando in rete, su GQ.com ho trovato questo articolo che spiega che tipo di risposta è stata data in Islanda alla crisi che sta accumunando in questo periodo molti paesi europei.
sul blog "ORA DI BASTA!!!! PANE SAPERE LIBERTA' !!!" ho invece trovato il filmato.
Loris






LA RIVOLUZIONE ISLANDESE: LA RIVOLTA, IL CANTANTE-GUIDA, LA PREMIER LESBICA. E LE MANETTE PER I COLPEVOLI


tratto da GQ.com parte 1 e parte 2

di Davide Casati -
Questa è la storia di una rivoluzione. Sta accadendo ora, in Europa: anche se ad accorgersene sono pochissimi. Forse perché a farle da sfondo è l'Islanda: 103 mila chilometri quadrati, 320mila abitanti, una capitale grande come Reggio Emilia, cognomi impossibili. Eppure di rivoluzione si tratta: governo costretto alle dimissioni, banche nazionalizzate, banchieri arrestati, democrazia popolare. Roba pericolosa, penserà qualcuno. Forse, ma bisognerebbe capire per chi: non per gli islandesi, che così hanno salvato il loro Paese dalla crisi economica (nella quale l'Italia, ad esempio, resta impantanata), e lo stanno trasformando in un esperimento senza precedenti. Vale la pena dare un'occhiata, a una rivoluzione così. Ecco la sua storia. Tutto inizia nel 2001. È allora che il governo islandese inizia a privatizzare il settore bancario. La mossa avrà la sua conclusione due anni dopo, nel 2003. Le tre banche principali - Landbanki, Kapthing e Glitnir - offrono alti interessi attraverso un programma chiamato IceSave. I soldi iniziano ad arrivare, specie da Inghilterra e Olanda. Tra il 2002 e il 2008 la Borsa islandese sale del 900 per cento, il prodotto interno lordo cresce del 5.5 per cento l'anno. Ritmi impossibili per qualunque altro Paese occidentale. Ma crescono anche i debiti delle banche: nel 2007 arrivano al 900% del PIL islandese. Ed è a quel punto, nel 2008, che il geyser della crisi economica esplode. Gli investitori stranieri chiedono alle banche di rendere loro il denaro. Il governo non ha le risorse per salvarle, e così finiscono in bancarotta. Per gli islandesi si tratta di un danno enorme: il governo è costretto a nazionalizzare gli istituti bancari e a promettere che i cittadini non perderanno gli investimenti in denaro, ma il valore di molti altri investimenti crolla in modo verticale. La Corona perde l'85% del suo valore di cambio sull'euro. Alla fine del 2008 il governo islandese si dichiara insolvente: è la bancarotta. Il governo fa quello che tutti i governi fanno, in casi simili: bussa alle porte del fondo Monetario Internazionale e dell'Unione Europea. Sembra l'unico modo per ripagare i debiti nei confronti degli investitori inglesi e olandesi, che ammontano a 3,5 miliardi di euro. È il gennaio 2009. Per trovare i soldi necessari, il governo studia un prelievo straordinario: ogni cittadino islandese avrebbe dovuto pagare 100 euro al mese per 15 anni, a un tasso di interesse del 5,5% annuo. Il tutto per pagare danni creati da altri: un debito contratto da banche private nei confronti di altri soggetti privati. È a quel punto che la rabbia popolare esplode. A guidarla, in qualche modo, ci sono un cantante e una donna, lesbica.  E' l'alba della rivoluzione islandese. Di fronte alla situazione economica del Paese, i cittadini islandesi scendono in piazza. Non per un giorno solo: per 14 settimane. Cingono d'assedio il Parlamento, chiedendo una sola cosa: le dimissioni di un governo, quello conservatore di Geir Haarde, dimostratosi incapace di gestire la crisi e di sbattere la porta in faccia agli organismi internazionali che chiedevano a tutti i cittadini di pagare le colpe di altri. Il culmine della protesta si raggiunge il 20 gennaio 2009.  Mentre a Washington l'America saluta l'entrata in carica del suo primo presidente di colore, a Reykjavik la popolazione segue le parole di un altro uomo dal carisma innegabile. Si chiama Hordur Torfason, di mestiere fa il cantautore. È gay, è stato il fondatore del primo movimento per i diritti degli omosessuali in Islanda. Era il '78, e le sue canzoni non erano viste con favore. Troppo estreme. D'altronde Torfason sostiene che "il compito di un artista è criticare l'autorità". Torfason mette in scena una protesta solitaria nell'ottobre 2008, all'esplodere della crisi. Nel corso delle settimane diventa un punto di riferimento. Il 20 gennaio è in piazza mentre la popolazione si scontra con la polizia, ed è ancora lì anche il 21, e il 22. Il 23 gennaio il premier annuncia le dimissioni. La gente non se ne va: non ancora. Chiede elezioni immediate e una scena politica nuova. Il 26 gennaio Haarde se ne va. Il 1 febbraio l'Islanda ha una nuova premier. E anche questa è una rivoluzione. Il nuovo primo ministro si chiama Johanna Sigurdadottir, ha 58 anni. È la prima donna premier dell'Islanda, e la prima omosessuale al mondo a diventare primo ministro. A metà degli ani '90, quando non venne eletta alla guida del suo partito, urlò: "Minn timi mun koma!", "Verrà il mio momento". Quelle parole sono entrate nell'uso comune, in Islanda. E Johanna ha visto realizzarsi la sua profezia. Il suo primo passo è di indire le elezioni: le vince. Il secondo è di confermare la volontà dell'Islanda di pagare i debiti a Olanda e Inghilterra. Il parlamento dà vita a una norma che contiene una supertassa. È il febbraio 2010 quando il presidente Grimsson si rifiuta di ratificarla, ascolta la voce della piazza e indice un referendum sulla tassa. La pressione sull'Islanda è alle stelle. Olanda e Inghilterra minacciano di isolare l'Islanda, se sceglierà di non ripagare i debiti. Il fondo Monetario lega alla decisione il versamento degli aiuti. "Ci dissero che se non avessimo accettato le condizioni della comunità internazionale saremmo diventati la Cuba del Nord", ricorda Grimsson. "Ma se le avessimo accettate saremmo diventati la Haiti del Nord". Il referendum si tiene a marzo 2010: il 93% dei votanti decide di rischiare di diventare la Cuba del Nord. Il Fondo Monetario congela immediatamente gli aiuti. Il governo risponde mettendo sotto inchiesta i banchieri e i top manager responsabili della crisi finanziaria. L'Interpol emette un mandato di arresto internazionale per l'ex presidente della banca Kaupthing, Einarsson, mentre altri banchieri implicati nel crac fuggono dal Paese. Può essere l'inizio della fine dell'Islanda, vista come un paria a livello internazionale e alle prese con una rivolta continua. È l'inizio della rinascita.







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