il problema attuale non è più la lotta della democrazia contro il fascismo ma quello del fascismo nella democrazia (G. Galletta)

Amicus Plato, sed magis amica veritas



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lunedì 14 aprile 2014

25 Aprile, Ricordo, Memoria, Cultura

me…Pochi giorni al 25 aprile, celebrazioni, corone ai sacrari, ricordo di stragi. Il ricordo è una manifestazione puramente personale, individuale. La memoria invece è il frutto di un ricordo collettivo e di una elaborazione condivisa che va a incidere sulla morale, sull’etica in quanto morale condivisa e conseguentemente su quelli che sono i nostri rapporti quotidiani tra persone, comunità e istituzioni.
Soffermarsi quindi sui ricordi collettivi di cosa fu la Resistenza non è un esercizio nostalgico di chi ha avuto parenti amici o conoscenti coinvolti in quella vicenda, ma è la consapevolezza di ciò che siamo oggi, nel nostro ruolo di “singoli” inseriti in tutti quei contesti di comunità che sono la famiglia, la scuola, il lavoro.. …. lo Stato.
Il confine tra civiltà e barbarie è molto più labile di quello che vorremmo pensare e gli esempi non mancano, dalle pulizie etniche dell’ex Jugoslavia ai genocidi in Africa o alle persecuzioni da parte degli integralisti religiosi in varie parti del mondo.
Per queste ragioni non mi stancherò di ricordare e rendere omaggio a chi ha sacrificato parte di se stesso, spesso la vita, per poterci consentire, percorrendo la linea di confine tra civiltà e barbarie, di poter essere per la civiltà, e, come genitore di poter educare mio figlio a quei valori che consentono oggi di poterci esprimere liberamente.
A pochi mesi dalla fine del conflitto, nel 45,  Elio Vittorini proponeva una grande riflessione che ritengo a quasi settant’anni di distanza assolutamente ancora attuale. Un utile strumento per chi oggi pensa che sono cose del passato e che non ci appartengono più.
Loris

Elio_VittoriniUNA NUOVA CULTURA
Non più una cultura che consoli nelle sofferenze ma una cultu­ra che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini
Per un pezzo sarà difficile dire se qualcuno o qualcosa abbia vinto in questa guerra. Ma certo vi è tanto che ha perduto, e che si vede come abbia perduto. I morti, se li contiamo, sono più di bambini che. di soldati; le macerie sono di città che avevano venticinque secoli di vita; di case e di biblioteche, di monumenti, di cattedrali, di tutte le forme per le quali è passato il progresso civile dell’uomo; e i campi su cui si è sparso più sangue si chiamano Mauthausen, Maidanek, Buchenwald, Dakau. Di chi è la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto? Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva insegnato a considerare sacra l’esistenza dei bambini. Anche di ogni conquista civile dell’uomo ci aveva insegnato ch’era sacra; lo stesso del pane; lo stesso del lavoro. E se ora milioni di bambini sono stati uccisi, se tanto che era sacro è stato lo stesso colpito e distrutto, la sconfitta è anzitutto di questa «cosa» che c’insegnava la inviolabilità loro. Non è anzi­tutto di questa «cosa» che c’insegnava l’inviolabilità loro? Questa «cosa », voglio subito dirlo, non è altro che la cultura; lei che è stata pensiero greco, ellenismo, romanesimo, cristianesimo la­tino, cristianesimo medioevale,. umanesimo, riforma, illuminismo, libe­ralismo, ecc., e che oggi fa massa intorno ai nomi di Thomas Mann e Benedetto Croce, Benda, Huitzinga, Dewey, Maritain, Bernanos e Unamuno, Un Yutang e Santayana, Valéry, Gide e Berdiaev. Non vi è delitto commesso dal fascismo che questa cultura non avesse insegnato ad esecrare già da tempo. E se il fascismo ha avuto modo di commettere tutti i delitti che questa cultura aveva insegnato ad esecrare già da tempo, non dobbiamo chiedere proprio a questa cultura come e perché il fascismo ha potuto commetterli? Dubito che un paladino di questa cultura, alla quale anche noi apparteniamo, possa darci una risposta diversa da quella che pos­siamo darci noi stessi: e non riconoscere con noi che l’insegnamento di questa cultura non ha avuto che scarsa, forse nessuna, influenza civile sugli uomini. Pure, ripetiamo, c’è Platone in questa cultura. E c’è Cristo. Dico: c’è Cristo. Non ha avuto che scarsa influenza Gesù Cristo? Tutt’altro. Egli molta ne ha avuta. Ma è stata influenza, la sua, e di tutta la cultura fino ad oggi, che ha generato mutamenti quasi solo nell'intel­letto degli uomini, che ha generato e rigenerato dunque se stessa, e mai, o quasi mai, rigenerato, dentro: alle possibilità di fare, anche l'uomo. Pensiero greco, pensiero latino, pensiero cristiano di ogni tempo, sembra non abbiano dato agli uomini che il modo di travestire e giustificare, o addirittura di render tecnica, la barbarie dei fatti loro. E qualità naturale della cultura di non poter influire sui fatti degli' uomini? lo lo nego. Se quasi mai (salvo in periodi isolati e oggi nel­l'U.R.S.S.) la cultura ha potuto influire sui fatti degli uomini dipende solo dal -modo in cui la cultura si è manifestata. Essa ha predicato, ha insegnato, ha elaborato princìpi e valori, ha scoperto continenti e costruito macchine, ma non si è identificata con la società, nOn ha governato con la società, non ha condotto eserciti per la società. Da che cosa la cultura trae motivo per elaborare i suoi princìpi e i suoi valori? Dallo spettacolo di ciò che l'uomo soffre nella società. L'uomo ha sofferto nella società, l'uomo soffre. E che cosa fa la cultura per l'uomo che soffre? Cerca di consolarlo. Per questo suo modo di consolatrice in cui si è manifestata fino ad oggi, la cultura non ha potuto impedire gli orrori del fascismo. Nessuna forza sociale era «sua» in Italia o in Germania per impe­dire l'avvento al potere del fascismo, né erano «suoi» i cannoni, gli aeroplani, i carri armati che avrebbero potuto impedire l'avventura d'Etiopia, l'intervento fascista in Spagna, 1'« Anschluss» o il patto di Monaco. Ma di chi se non di lei stessa è la colpa che le forze sociali non siano forze della cultura, e i cannoni, gli aeroplani, i carri armati non siano «suoi»? La società non è cultura perché la cultura non è società. E la cultura non è soçietà perché ha in sé l'eterna rinuncia del «dare a Cesare» e perché i suoi princìpi sono soltanto consolatori, perché non sono tempestivamente rinnovatori ed efficacemente attuali, vi­venti con la società stessa come la società stessa vive. Potremo mai avere una cultura che "'Sappia proteggere l'uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo? Una cultura che le impedisca, che le scon­giuri, che aiuti a eliminare lo sfruttamento e la schiavitù, e a vincere il bisogno, questa è la cultura in cui occorre che si trasformi tutta la vecchia cultura. La cultura italiana è stata particolarmente provata nelle sue illusioni. Non vi è forse nessuno in Italia che ignori che cosa significhi la mortificazione dell'impotenza o un astratto furore. Continueremo, ciò malgrado, a seguire la strada che ancora oggi ci indicano i Thomas Mann e i Benedetto Croce? lo mi rivolgo a tutti gli intellettuali ita­liani che hanno conosciuto il fascismo. Non ai marxisti soltanto, ma anche agli idealisti, anche ai cattolici, anche ai mistici. Vi sono ragioni dell'idealismo o del cattolicesimo che si oppongono alla trasformazione della cultura in una cultura capace di lottare contro la fame e le sofferenze? Occuparsi del pane e del lavoro è ancora occuparsi dell'« anima ». Mentre non volere occuparsi che dell'« anima» lasciando a «Cesare» di occuparsi come gli fa comodo del pane e del lavoro, è limitarsi ad avere una funzione intellettuale e dar modo a «Cesare» (o a Done­gani, a Pirelli, a Valletta) di avere una funzione di dominio «sull'ani­ma» dell'uomo. Può il tentativo di far sorgere una nuova cultura che sia di difesa e non più di consolazione dell'uomo, interessare gli idealisti e i cattolici, meno di quanto interessi noi?
ELIO VITTORINI
(Il Politecnico n. 1, 29 settembre 1945)

sabato 8 giugno 2013

Partigiani della cultura e dell’informazione



“L’informazione è come una banca e il nostro dovere è rapinarla”Recitato da Genesis P. Orrige, dalla sceneggiatura di Klaus Maeck, per il film DECODER di Muscha (Germania 1984).


Nel momento più florido della cultura multimediale underground tedesca erano nati diversi progetti ispirati alla fantascienza distopica e politica di George Orwell e di Ray Bradbury. Nel 1984 il mondo immaginato da Orwell non si era ancora realizzato, ma una nuova onda di creativi ed intellettuali stavano avviando un lavoro di cultura anticonvenzionale che avrebbe stabilito le basi delle avanguardie moderne come il citato DECODER. Rimanendo nel contesto della fantascienza, intesa come strumento di analisi sociale, in quello stesso anno veniva scritto NEUROMANCER di William Gibson. Il primo romanzo emblematico della cultura “cyberpunk” avrebbe anticipato la nascita di internet e dell’attivismo politico ed artistico dei giorni nostri.
Oggi però ci sono anche nuove generazioni meno colte che pensano che il Grande Fratello non sia il dittatore perfetto immaginato da Orwell ma il reality a cui vogliono partecipare, oppure che le veline siano ragazze giovani e carine che con tacchi a spillo e vestitini provocanti portano foglietti a comici travestiti da giornalisti, nessuno ricorda più cosa fossero le veline ai tempi del fascismo.
In Iran Facebook è autorizzato mentre la Tunisia ha cercato di proibirlo e chiuderlo durante la primavera araba, quella che a prima vista può sembrare democrazia è invece (come ci spiega a Cannes il regista Mohammad Rasoulof nel film MANUSCRIPTS DON’T BURN) uno strumento facile per monitorare e catalogare le persone ed identificare potenziali dissidenti.
L’informazione è una banca mondiale che fa gola a tutti e su cui tutti quelli che detengono un potere totalitario vogliono mettere un lucchetto. L’informazione è cultura e la cultura libera apre la mente e rende la persona critica ed analitica verso il mondo in cui vive, meno sei colto più sei manipolabile ed anche se non hai un titolo di studio meno sei informato e più sei schiavo di chi ti informa.
Ogni anno vado al Festival di Cannes per ragioni di lavoro, oltre agli impegni e le parentesi mondane quello a cui sono volontariamente sottoposto è una doccia di film, di informazioni, di cultura di tutto il mondo. Dopo le ultime elezioni, dopo un periodo di stasi passato a leggere i giornali, la televisione e seguire la politica del mio Paese mi sono ritrovato davanti una specie di dipinto collettivo di artisti sul mondo, sulla politica mondiale e su come si stanno muovendo le cose nella nostra società globale. Tornando a casa, dopo un violentissimo ed esaltante “brainstorming” di cinema mondiale ho sentito con chiarezza che l’informazione da noi e la stessa cultura sembrano assopite, non guardiamo o non vogliamo guardare il mondo che cambia, non sappiamo o non vogliamo sapere quello che esiste fuori dal nostro Paese.
In effetti ancora adesso facciamo fatica ad accettare di non essere più solo Italia ma parte dell’Europa, trattiamo le elezioni europee con superficialità e prendiamo atto delle decisioni comunitarie con intolleranza, non riconoscere di fare parte dell’Europa o del mondo non significa che non saremo travolti dai cambiamenti, significa solo che non saremo preparati a sostenerli quando arriveranno. Sento che oggi il mio Paese fa fatica a riconoscersi parte del mondo, protagonista di un processo evolutivo sociale e politico.
La cultura in Italia è in crisi come ogni forma di cultura e si tende a dare la colpa alla crisi economica, eppure la Francia in crisi economica ha rafforzato gli appoggi alla cultura, anche l’Inghilterra ha fatto lo stesso e molti altri Paesi hanno ragionato con lo stesso principio. Noi che siamo la culla dell’arte invece ci siamo assopiti sotto al sole, come i protagonisti della GRANDE BELLEZZA di Paolo Sorrentino, lasciando che faccendieri anonimi e ben vestiti guidino nell’ombra il Paese. Forse il nostro dovere è quello di “rapinare” culturalmente l’informazione, diffondere da bravi partigiani le verità nascoste dalla televisione generalista e cercare di risvegliare la mente e la passione dei cittadini che sempre in meno vanno a votare perchè stanchi, disinformati o delusi.
Forse dobbiamo denunciare come fa il coraggioso regista cinese Jia Zhangke nel suo “A touch of sin” che l’economia non va messa prima degli esseri umani, che la religione viene dopo la persona (come urlano inascoltati i registi iraniani scomodi al regime) oppure che un singolo individuo non può essere superiore al collettivo che è chiamato a governare (come fanno le Pussy Riot contro Putin).
Tutto questo lo può fare solo una cultura libera ed accessibile a chiunque, forse è questo il prossimo passo da fare come cittadino responsabile, sostenere il diritto allo studio per qualsiasi età e condizione economica, promuovere la diffusione delle opere attraverso spazi non monopolizzati da pochi potenti e combattere perchè non resti indietro un singolo Cinema, Teatro, Operatore culturale o cittadino, perchè tutti abbiamo il diritto di sapere. Essere partigiani della costituzione vuol dire esserlo anche dell’informazione e della cultura, vuol dire “rapinare” l’informazione perchè tutti possano democraticamente fruirne.

Daniele Clementi


giovedì 27 ottobre 2011

Riflessioni sul 15 ottobre (2 parte) – Protagonisti e comprimari


…prima di cadere in equivoci­­­ è opportuno ricordare che la chiamata del 15 ottobre parte dal movimento degli indignados che rifiuta per sua natura l’etichettamento.
Rispondendo a chi imputava agli indignati spagnoli l’apoliticità e la responsabilità della perdita di consenso di Zapatero, favorendo la destra, affermavo che il disagio sociale e politico che veniva evidenziato da questo movimento era il conflitto che la sinistra per sua stessa natura doveva avere la capacità di gestire.
Tanto per fare un esempio dei nostri giorni, i lamentosi amano scagliarsi contro il movimento 5 stelle di Beppe Grillo accusandolo di sottrarre voti al centrosinistra favorendo quindi le coalizioni di centro-destra, mentre personalmente penso che se la qualità della proposta politica è buona, senza sovrapposizioni e ambiguità, oltre al 5 stelle potrebbe esserci anche il 6 il 7 o l’otto stelle che le coalizioni di centro sinistra non si porrebbero il problema del grillismo.
Tornando agli indignati del 15 ottobre, diverse sigle della sinistra, riunite sulle tematiche dei social forum ai primi di settembre lanciavano una chiamata al fine di facilitare, come sinistra diffusa, la partecipazione alla giornata del 15.
Nell’ulteriore allargamento dei soggetti, ritengo che avere avuto la presunzione di gestire come sigle, una chiamata che nasceva ed era valorizzata dagli individui, sia stato un grave errore.
Quello che era indubbiamente il necessario strumento per la costruzione di una grossa mobilitazione si è trasformato in un boomerang dagli effetti imprevedibili.
Se qualcuno ha pensato che dopo il decennale di Genova era possibile riproporre un coordinamento “stile Genova” per il 15 ottobre, ha evidentemente sottovalutato che dietro al risultato della manifestazione/corteo del 23 luglio, pur nelle sue contraddizioni, quel coordinamento, aveva cementato, nel lavoro di un anno un monolito che non lasciava spazi ad ambiguità (pressioni e forzature medianiche sono state presenti sino alla partenza del corteo, con false notizie di scontri nel centro storico genovese) mentre per la giornata degli indignati i tempi hanno limitato il lavoro ad una adesione formale e a un liberi tutte sulle pratiche ai margini del corteo.
L’evidente cura del proprio settore, delle proprie pratiche e delle proprie alleanze, è stato un corto circuito che ha depotenziato sin dal nascere una delle più imponenti manifestazioni popolari nate e volute dal basso.
Altro errore è stato quello di alcuni ambiti della sinistra di sovrapporre alle parole d’ordine del movimento degli indignati le proprie parole d’ordine.
Non è un caso se l’aggressione al corteo non è avvenuta su uno spezzone, ma tra gli spezzoni tanto sapientemente inquadrati . Non è un caso se le esternazioni postume sull’accaduto sono state fatte dagli organismi delle singole sigle piuttosto che collettivamente.
Forse però nell’amarezza dell’epilogo di quella manifestazione una ragione in più per indignarsi,  indignarsi di questa sinistra cercando di ridare voce a quei valori di solidarietà, condivisione e lotta tanto cari alla tradizione storica e culturale della sinistra italiana, ridare voce all’esserci e non al comparire.
L’aver fatto sclerotizzare all’interno del movimento italiano le tensioni e i conflitti all’interno del microcosmo della sinistra italiana, sono stati un regalo, per i più involontario al Governo italiano e al potere politico finanziario europeo.
Come un disco incantato ripeterò ciò che in altri momenti è stato detto: pratiche nuove di partecipazione e linguaggio nuovo. Se nel bucare lo schermo sta il “modernismo”, espressione del berlusconismo, colmiamo il buco culturale con i contenuti che non sono ne narrazioni ne litanie superate dagli sconvolgimenti sociali degli ultimi decenni.
Ritorniamo a leggere i soggetti sociali senza ne spaventarci  ne snobbando le manifestazioni di disagio espresse dalle centinaia di migliaia di indignados nel mondo e più che al protagonismo di un posto in prima fila torniamo al protagonismo nella gestione dei conflitti.
Sicuramente dopo il 15 ottobre sarà più difficile, ma forse riprendendo dai territori, dove il rapporto ritorna ad essere necessariamente diretto e personale una rete può trovare i nodi giusti sui quali ordire una trama di una nuova politica a sinistra e di sinistra.
Loris




mi astengo dal commentare il filmato. Le posizioni sono molto diverse tra loro e rappresentano comunque delle posizioni. Sulla effettiva rappresentanza in termini "numerici" mi porrei dei seri quesiti. Nell'ambito dell'associazionismo le problematicità restano nel tentativo di rispettare equilibri funambolici

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martedì 1 marzo 2011

"...Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva insegnato a considerare sacra l’esistenza dei bambini..."

… Non sopporto la spettacolarizzazione dei drammi  di cronaca, che investono affetti famigliari, singoli, soprattutto minori o bambini.
Non mi addentrerò, quindi, in analisi da bancherella come pseudo-giornalisti (giornalai in quanto venditori di notizie) si affannano a proporci ad ogni ora del giorno e della notte.
Dopo il ritrovamento del corpo di Yara Gambirasio, però, una riflessione un po ampia che investe il tema della cultura ritengo sia necessaria.
Altre volte ho citato il primo articolo sul “Politecnico” (1945) di Elio Vittorini , e in queste righe vi è descritta la “sacralità” della figura dei bambini nel percorso della storia e all’interno delle società.
In questi ultimi anni l’opinione pubblica italiana è come se reagisse schizofrenicamente ad ogni avvenimento che riguarda bambini, o più genericamente minori. Schizofrenia in quanto fin troppo spesso rispetto a fatti o avvenimenti le azioni risultano contrarie al pensiero che era consolidato in quel momento.
Abbiamo vissuto negli anni drammi che vanno da Vermicino ad Avetrana, da Tommaso Onofri  ai fratelli di Gravina di Puglia, da Cogne a Brembate, e purtroppo molti altri ancora.
Non c’è stato un caso di questi dove non siano state consumate ore di dirette e discussioni televisive, nonché migliaia e migliaia di fogli di carta stampata.
Tutti mezzi che dovrebbero concorrere all’informazione, alla conoscenza, alla cultura. Tutti mezzi che dovrebbero concorrere alla salvaguardia della sacralità della figura dei minori. Tutti mezzi che dovrebbero concorrere attraverso la memoria e la condanna alla loro inviolabilità.
Improvvisamente poi cambiando semplicemente canale ci ritroviamo a riempire i nostri vuoti culturali con “la pupa e il secchione” o con “Amici” o con i modelli culturali proposti dal “grande fratello” o con qualche sculettante velina a “striscia la notizia” o pettorute “letterine”.
Se presi poi da un appetito da informazione commutiamo su qualche telegiornale, non possiamo non soffermarci su un generoso presidente del consiglio che “aiuta” bisognose ragazze, alcune minorenni, accumunate da misure  mozzafiato e atteggiamenti fortemente disinibiti. E scopriamo che è solo un problema di prezzo.
Scopriamo che i modelli culturali dominanti premiano i Corona, le Ruby, le Noemi.
A questo punto non mi stupisco più se l’inviolabilità dei bambini, dei minori, è semplicemente una enunciazione a cui far seguire una pratica educativa nella comunicazione del tutto diversa, perché il valore che è saltato è quello della cultura.
Se nonostante le fonti della cultura a cui faceva riferimento Vittorini, si sono potuti generare i mostri delle camere a gas collettive,  la cultura sessocratica dell’affermazione e dell’apparire sicuramente non pone argini all’ignominia della profanazione fisica e morale delle giovani generazioni. Comprendiamo quindi il livore nei confronti della scuola pubblica, in quanto fucina di cultura condivisa e non espressamente legata al potere. Comprendiamo che solo la nullità di un ministro come la Gelmini poteva essere destinata alla pubblica istruzione nel tentativo di indebolire sempre più la scuola pubblica.
 E non si affannino gli eterni difensori dell’immune di Arcore, se anche dovesse scampare il giudizio dei tribunali, il giudizio della storia, dell’etica e della morale è gia scritto. Non ci sarà lacchè, maggiordomo o semplice scendiletto che potrà mutarlo.
Loris


Ho esitato molto nella scelta del video, poi ho deciso che come nelle culture dei nativi americani, tutti i bambini sono nostri figli, nipoti, fratelli più piccoli.
Nel mondo molti di questi bambini subiscono l'infamia degli adulti che li privano dell'infanzia e della adolescenza. Emergency tenta di ridare speranza a questi nostri figli, nipoti, e fratelli minori.
EMERGENCY E' BUONA CULTURA



sabato 12 febbraio 2011

13 Febbraio - Ripartiamo dalle donne e con le donne. Se non ora quando?


…Voglio portare il mio contributo nell’adesione alla manifestazione di domani a difesa della dignità della donna. 

Personalmente, nel contesto attuale, non penso che la conflittualità stia nel conflitto tra i generi, ma nella disgregazione di una identità culturale etica e morale. 
Ho vissuto anni in cui la donna è stata elemento propulsivo nelle modificazioni culturali della società. Le lotte per il divorzio, per i consultori famigliari o per l’aborto, rappresentano quello che è stato il punto più alto di una crescita che ha investito, come solo le rivoluzioni sono in grado di fare, sia la società nel senso più ampio del termine, sia i singoli, nei rapporti interpersonali e negli ambiti famigliari, sino a modificare gli stili di vita e i comportamenti. 
A questo periodo di riscatto, in cui la donna è sicuramente protagonista, la politica affida, a gruppi di potere, gli strumenti per la diffusione e la gestione dell’informazione, per la generazione e diffusione di modelli culturali. 
Ci ritroviamo, pertanto oggi, a vivere in una società in cui sono attualmente sanciti diritti alla dignità della persona o dei lavoratori, ma contemporaneamente quegli stessi diritti possono essere messi in discussione, abrogati, sovvertendo valori, patti di solidarietà generazionali, rapporti tra i generi. 
Il modello culturale dominante oggi si chiama “berlusconismo”. L’aver pertanto lasciato mano libera alla cultura berlusconiana, c’ha di fatto messo in una condizione di inseguire senza essere mai, noi, intesi come sinistra a condurre il dibattito. A questa condizione di assenza come produttori culturali, si è sommata una conformità che porta spesso ad essere l’altra faccia, ma della stessa medaglia, del berlusconismo. 
Rivendicare e manifestare per la dignità della donna, è rivendicare e manifestare contro la mercificazione che il berlusconismo, non solo fa nei confronti del corpo femminile, ma in egual misura esaspera la mercificazione del corpo degli operai, come nel caso di Mirafiori, o ancor più pesante, nei confronti di migliaia di extracomunitari, costretti a svendere la loro forza lavoro, rimanendo spesso nell’invisibilità, privati dei basilari diritti “all’essere”, in condizioni più vicine alla schiavitù che non al più svantaggioso rapporto di lavoro regolamentato legalmente.
Tutto ciò, a mio parere, fa parte di uno scontro culturale di dimensioni epocali, dove le correnti di pensiero democratiche e di sinistra (in senso lato) non ha posto argine a quello che in modo molto esemplificativo identifichiamo col berlusconismo, e, non solo, non ha posto argine, ma ha regredito assimilando e usando le stesse modalità di quello che è stato il modello antagonista ma vincente. Cultura dell’immagine, dell’essere se sei visibile, culto della personalità in politica, mito dell’omnipotenza e dell’immunità. 
Credo che la reazione in questi giorni delle donne, possa essere un importante primo segnale di una riappropriazione culturale di valori in cui la sinistra e la parte sana del pensiero democratico, si è in passato largamente ritrovata. 
Essendo le donne sempre state sicuramente avanguardie di importanti mutamenti culturali e politici, spero, che si apra una stagione nuova nella cultura e nella politica di questo paese. 
Per queste ragioni domani manifesterò insieme alle donne e uomini che intendono riappropriarsi della propria cultura contro la logica di mercato dei corpi. 

Ripartiamo dalle donne e con le donne. Se non ora quando?

Loris

lunedì 29 novembre 2010

che la terra ti sia lieve Mario

un commosso saluto a chi ci ha donato tanti momenti di riflessione restando vicino ai giovani nella difesa della Cultura e della Democrazia.

che la terra ti sia lieve Mario

sabato 6 novembre 2010

Dove il Vesuvio ha fallito ...sono riusciti Bondi Tremonti e Berlusconi



Aveva resistito al Vesuvio, nei secoli ai terremoti, ai bombardamenti ....ma non a questi tre!!!


                                                                                                       








giovedì 30 settembre 2010

Salvate il (bambino) soldato Khadr

Sicuramente il caso a volte gioca brutti scherzi con le date , sberleffi che arrivano come ceffoni, specialmente se alla fine il tema è la cultura, i diritti, lo Stato.
Il 29 settembre sarà forse ricordato per la canzone di Battisti cantata dall’equipe 84, sarà ricordato per il discorso di Di Pietro come messaggio collettivo a Silvio Berlusconi, sarà ricordato,magari imprecando, come il giorno del compleanno del premier e sarà ricordato, magari con senso di profonda insoddisfazione per il compleanno di Bersani.
Fortunatamente, non sempre siamo stati così sfigati e nel 1945, il 29 settembre apriva la sua stagione a Direzione Elio Vittoriani “Il Politecnico” con un pezzo dal titolo “Una nuova cultura”  da me riportato integralmente nel post del 18 gennaio 2009.
Riporto alcune righe ….Per un pezzo sarà difficile dire se qualcuno o qualcosa abbia vinto in questa guerra. Ma certo vi è tanto che ha perduto, e che si vede come abbia perduto. I morti, se li contiamo, sono più di bambini che. di soldati; le macerie sono di città che avevano venticinque secoli di vita; di case e di biblioteche, di monumenti, di cattedrali, di tutte le forme per le quali è passato il progresso civile dell’uomo; e i campi su cui si è sparso più sangue si chiamano Mauthausen, Maidanek, Buchenwald, Dakau. Di chi è la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto? Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva insegnato a considerare sacra l’esistenza dei bambini. …..
Nei giorni scorsi ho pubblicato un pezzo su quella che a mio parere è stata una campagna strumentale contro la condanna a morte di Sakineh. Strumentale in quanto non esistono condannati di serie A e di serie B. Voglio , anzi, essere più preciso, non ci sono condanne alla pena capitale accettabili e altre no.
Se trovo delle risposte in quello che considero un processo di aculturazione di massa, nel bombardamento mediatico,   da parte di un potere che detiene soprattutto i mezzi di comunicazione e che per i suoi biechi interessi sistematicamente svuota di contenuti la scuola pubblica, ritengo inaccettabile che chi nelle modalità più diverse ricopre incarichi rilevanti a rappresentanza di uno stato, furbescamente e strumentalmente si lasci andare ad “errori di valutazione” o a “dimenticanze” imperdonabili. Per rimanere assolutamente comprensibile, farò nuovamente riferimento ai due paladini per la difesa della vita di Sakineh : madame Sarkozy Bruni e il nostro ministro degli esteri Franco Frattini.
Tutto il ragionamento precedente, per mettere in evidenza una notizia passata assolutamente nel silenzio generale nella prima metà del mese di Agosto che ha per protagonista  un giovane oggi 22enne che all’epoca dei fatti che gli vengono contestati aveva 15 anni . Parliamo di una vicenda di negazione dei più basilari diritti umani non soltanto nei confronti di, oggi, un uomo, ma di quella che è stata una adolescenza negata, e se prima la negazione è arrivata dall’ambiente stesso in cui viveva il bambino, assai più grave è che la negazione successiva sia stata perpetrata da chi si erge a esportatore, non solo di democrazia, ma magari anche di cultura e di un valore aggiunto del radicamento religioso.
La notizia appello è del 12 agosto : Salvate il (bambino) soldato Khadr - Inizia a Guantanamo il processo Khadr, il bambino soldato prelevato in Afghanistan dalle forze speciali Usa quando aveva solo quindici anni .
Anche se con un ritardo di almeno sette anni, rispetto a tutta la vicenda, penso che un tentativo di riscatto della “Cultura” che implica un farsi carico della sorte di questo giovane sia imperativo.
Mi aspetterei in tal proposito una forte presa di posizione del nostro ministro degli esteri e un impeto dirompente a difesa di Khadr, da parte di madame Sarkozy Bruni.
Mi domando pure se in questa distrazione è incappato anche il direttore del TG1 Minzolini anche se è evidente che nessun media di fatto ha iniziato una campagna a difesa di questo giovane a cui è stato negato “il diritto di crescere”….senza se e senza ma.  


...Oggi 30 settembre ritengo sia nostro dovere far si di dare cittadinanza alle parole, quando queste prevedono la difesa della nostra cultura, contro l'imbarbarimento dei ricatti, delle escort e del pressapochismo istituzionali

Loris

Link utili : Una nuova cultura

articolo su peacereporter : Salvate il bambino (soldato) Khadr

giovedì 2 luglio 2009

Cultura - La rimozione della memoria

A gennaio riportai un pezzo tratto dal “Politecnico” di Elio Vittorini sul ruolo della cultura nella società.
Un mio commento terminava con questa considerazione “La nuova Cultura che sia a difesa dell’uomo e non solo consolatoria la sento dopo Gaza più distante, ma, credo che sia una battaglia a cui non ci si deve sottrarre nel tentativo di dare alle prossime generazioni oltre al bello dei quadri, palazzi, sculture anche una società migliore e più giusta.”
Oggi finirà il suo iter parlamentare il DdL conosciuto come “pacchetto sicurezza”, non serve che stia a ripetere cosa include questo decreto, ne parlano abbondantemente giornali e blog, Vorrei cercare di soffermarmi però su un aspetto a mio parere fondamentale, cioè quanto di questo decreto è già parte integrante della nostra cultura.
Riferendoci a questo decreto sottolineiamo la limitazione di diritti, le discriminazioni che sono alla fine di origine razziale e religioso ma in realtà queste diventano paradossalmente poca cosa rispetto all’omologazione culturale che asseconda quest’atto legislativo.
L’arretrare o l’avanzare in termini legislativi è legato essenzialmente ai governi più o meno operosi nella buona come nella cattiva politica; non c’è legge che non sia abrogabile o emendabile.
L’arretramento culturale invece è una tara che mina profondamente i legami sociali e la possibilità di evoluzione di una società o di una parte di essa.
Il pensare di governare mutamenti di rapporti tra popoli, religioni, etnie in termini legislativi restrittivi in una società, non destinata, ma di fatto già immersa nella multietnicità ci condanna ad un isolamento dal quale non sarà sufficiente una legge o una norma per risvegliarci. Non si recupererà in un giorno quello che per assimilarlo e perderlo abbiamo impiegato ben più di mezzo secolo.
La rimozione della memoria in questo caso risulta cosa assai più grave della perdità della libertà stessa.
Domani ci sveglieremo un po più razzisti, un po più xenofobi e per molti, la cosa grave, è che non solo non sentiranno la differenza ma si sentiranno tranquillizzati.
In realtà la loro tranquillità avrà la stessa motivazione che troviamo nel “Deserto dei Tartari” di Buzzati dove la vita viene consumata “dignitosamente” all’interno di una fortezza, nel nostro caso mentale, a difenderci da attacchi improbabili e contaminazioni. E intanto la fortezza si svuota.




domenica 18 gennaio 2009

UNA NUOVA CULTURA

...se ci riesco non uso aggettivi. In questi giorni con una certa disinvoltura c'è chi ha parlato di quello che stava succedendo nella striscia di Gaza. Tutti, se abbiamo voluto, abbiamo saputo cosa stava succedendo a Gaza e a Israele. Come è giusto che sia abbiamo potuto farci una opinione che non necessariamente era uguale a quella di un altro.
Nel settembre 1945, a pochi mesi dalla fine del conflitto mondiale uno dei più importanti intellettuali del panorama italiano di quel periodo fondava una rivista e sul numero uno apriva con le seguenti considerazioni:
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UNA NUOVA CULTURA

Non più una cultura che consoli nelle sofferenze ma una cultu­ra che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini

Per un pezzo sarà difficile dire se qualcuno o qualcosa abbia vinto in questa guerra. Ma certo vi è tanto che ha perduto, e che si vede come abbia perduto. I morti, se li contiamo, sono più di bambini che. di soldati; le macerie sono di città che avevano venticinque secoli di vita; di case e di biblioteche, di monumenti, di cattedrali, di tutte le forme per le quali è passato il progresso civile dell’uomo; e i campi su cui si è sparso più sangue si chiamano Mauthausen, Maidanek, Buchenwald, Dakau.
Di chi è la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto? Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva insegnato a considerare sacra l’esistenza dei bambini. Anche di ogni conquista civile dell’uomo ci aveva insegnato ch’era sacra; lo stesso del pane; lo stesso del lavoro. E se ora milioni di bambini sono stati uccisi, se tanto che era sacro è stato lo stesso colpito e distrutto, la sconfitta è anzitutto di questa «cosa» che c’insegnava la inviolabilità loro. Non è anzi­tutto di questa «cosa» che c’insegnava l’inviolabilità loro?
Questa «cosa », voglio subito dirlo, non è altro che la cultura; lei che è stata pensiero greco, ellenismo, romanesimo, cristianesimo la­tino, cristianesimo medioevale,. umanesimo, riforma, illuminismo, libe­ralismo, ecc., e che oggi fa massa intorno ai nomi di Thomas Mann e Benedetto Croce, Benda, Huitzinga, Dewey, Maritain, Bernanos e Unamuno, Un Yutang e Santayana, Valéry, Gide e Berdiaev.
Non vi è delitto commesso dal fascismo che questa cultura non avesse insegnato ad esecrare già da tempo. E se il fascismo ha avuto modo di commettere tutti i delitti che questa cultura aveva insegnato ad esecrare già da tempo, non dobbiamo chiedere proprio a questa cultura come e perché il fascismo ha potuto commetterli?
Dubito che un paladino di questa cultura, alla quale anche noi apparteniamo, possa darci una risposta diversa da quella che pos­siamo darci noi stessi: e non riconoscere con noi che l’insegnamento di questa cultura non ha avuto che scarsa, forse nessuna, influenza civile sugli uomini.
Pure, ripetiamo, c’è Platone in questa cultura. E c’è Cristo. Dico: c’è Cristo. Non ha avuto che scarsa influenza Gesù Cristo? Tutt’altro. Egli molta ne ha avuta. Ma è stata influenza, la sua, e di tutta la cultura fino ad oggi, che ha generato mutamenti quasi solo nell'intel­letto degli uomini, che ha generato e rigenerato dunque se stessa, e mai, o quasi mai, rigenerato, dentro: alle possibilità di fare, anche l'uomo. Pensiero greco, pensiero latino, pensiero cristiano c;li ogni tempo, sembra non abbiano dato agli uomini che il modo di travestire e giustificare, o addirittura di render tecnica, la barbarie dei fatti loro. E qualità naturale della cultura di non poter influire sui fatti degli' uomini?
lo lo nego. Se quasi mai (salvo in periodi isolati e oggi nel­l'U.R.S.S.) la cultura ha potuto influire sui fatti degli uomini dipende solo dal -modo in cui la cultura si è manifestata. Essa ha predicato, ha insegnato, ha elaborato princìpi e valori, ha scoperto continenti e costruito macchine, ma non si è identificata con la società, nOn ha governato con la società, non ha condotto eserciti per la società. Da che cosa la cultura trae motivo per elaborare i suoi princìpi e i suoi valori? Dallo spettacolo di ciò che l'uomo soffre nella società. L'uomo ha sofferto nella società, l'uomo soffre. E che cosa fa la cultura per l'uomo che soffre? Cerca di consolarlo.
Per questo suo modo di consolatrice in cui si è manifestata fino ad oggi, la cultura non ha potuto impedire gli orrori del fascismo. Nessuna forza sociale era «sua» in Italia o in Germania per impe­dire l'avvento al potere del fascismo, né erano «suoi» i cannoni, gli aeroplani, i carri armati che avrebbero potuto impedire l'avventura d'Etiopia, l'intervento fascista in Spagna, 1'« Anschluss» o il patto di Monaco. Ma di chi se non di lei stessa è la colpa che le forze sociali non siano forze della cultura, e i cannoni, gli aeroplani, i carri armati non siano «suoi»?
La società non è cultura perché la cultura non è società. E la cultura non è soçietà perché ha in sé l'eterna rinuncia del «dare a Cesare» e perché i suoi princìpi sono soltanto consolatori, perché non sono tempestivamente rinnovatori ed efficacemente attuali, vi­venti con la società stessa come la società stessa vive. Potremo mai avere una cultura che "'Sappia proteggere l'uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo? Una cultura che le impedisca, che le scon­giuri, che aiuti a eliminare lo sfruttamento e la schiavitù, e a vincere il bisogno, questa è la cultura in cui occorre che si trasformi tutta la vecchia cultura.
La cultura italiana è stata particolarmente provata nelle sue illusioni. Non vi è forse nessuno in Italia che ignori che cosa significhi la mortificazione dell'impotenza o un astratto furore. Continueremo, ciò malgrado, a seguire la strada che ancora oggi ci indicano i Thomas Mann e i Benedetto Croce? lo mi rivolgo a tutti gli intellettuali ita­liani che hanno conosciuto il fascismo. Non ai marxisti soltanto, ma anche agli idealisti, anche ai cattolici, anche ai mistici. Vi sono ragioni dell'idealismo o del cattolicesimo che si oppongono alla trasformazione della cultura in una cultura capace di lottare contro la fame e le sofferenze?
Occuparsi del pane e del lavoro è ancora occuparsi dell'« anima ».
Mentre non volere occuparsi che dell'« anima» lasciando a «Cesare» di occuparsi come gli fa comodo del pane e del lavoro, è limitarsi ad avere una funzione intellettuale e dar modo a «Cesare» (o a Done­gani, a Pirelli, a Valletta) di avere una funzione di dominio «sull'ani­ma» dell'uomo. Può il tentativo di far sorgere una nuova cultura che sia di difesa e non più di consolazione dell'uomo, interessare gli idealisti e i cattolici, meno di quanto interessi noi?

ELIO VITTORINI

(n. 1, 29 settembre 1945)
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Dedico questo post estrapolato dal N.1 del Politecnico alla popolazione di Gaza e ai bambini di Gaza .
ps. Invito giornalisti, direttori di giornali e telegiornali, critici d'arte, tronisti e omnipresenti... insomma tutti quelli che nel nostro paese fanno cultura a considerarsi direttamente coinvolti.

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