il problema attuale non è più la lotta della democrazia contro il fascismo ma quello del fascismo nella democrazia (G. Galletta)

Amicus Plato, sed magis amica veritas



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giovedì 25 giugno 2015

La nostra storia – 30 giugno 1960 - L'appello






Venerdì 24 giugno 1960

L’APPELLO
DEL CONSIGLIO FEDERATIVO
DELLA RESISTENZA



Il Consiglio Federativo Ligure della Resistenza si è in questi giorni riunito più volte per considerare gli sviluppi della situazione in rapporto al deprecato progetto del MSI di tenere a Genova il prossimo congresso nazionale.

Il Consiglio federativo della Resistenza ha preso atto delle unanimi reazioni della cittadinanza; essa non può infatti dimenticare tutte le distruzioni ed i lutti che furono conseguenza della nefasta politica fascista di cui il MSI raccoglie, vantandosene, l’eredità.

In particolare si compiace della ferma posizione assunta dal Consiglio provinciale di Genova, dalle organizzazioni sindacali delle diverse tendenze, dai vecchi dirigenti del CLN, dagli ambienti giovanili e dai circoli intellettuali, che sono tutti un fervore di iniziative per riaffermare l’anima antifascista di Genova.

Tale stato d’animo è stato riconfermato al suo più alto grado nelle numerose riunioni di ex partigiani di tutte le fedi politiche e dalla parola fervida di esponenti e associati delle diverse organizzazioni di ex combattenti della libertà, dall’ANPI alla FIVL e alla FIAP.

Messaggi da ogni parte d’Italia, giunti al Consiglio Federatìvo Ligure della Resistenza attestano che il progettato raduno dei neo-fascisti a Genova non è soltanto un motivo di turbamento della opinione pubblica locale, ma di tutti gli ambienti nazionali per i quali i principi della Costituzione repubblicana non sonoparole vane, ma imperativi inderogabili all’azione. Basta in proposito citare il nobile messaggio che, fedele al suo passato di membro del CLNAI, è stato inviato ai dirigenti della Resistenza genovese dal Senatore Giorgio Bo.

Sono parole alte e responsabili che significano come le file della democrazia italiana si stanno oggi rinsaldando come nei giorni più duri della lotta di Liberazione.

E questo ripetono con vari accenti ma con eguale spirito i molti messaggi delle città decorate al valormilitare, del Comitato “Cuneo brucia ancora”, nonché di coloro che come il parroco del montano paesello ligure di
Barbagelata hanno vissuto le giornate tragiche dei rastrellamenti delle SS naziste e dei loro complici italiani in camicia nera.

Stupisce pertanto come, di fronte a questa unanime mobilitazione degli spiriti, le Autorità non ricorrano al solo provvedimento che in simile caso parrebbe logico, quello cioè di contenere le velleità degli squallidi continuatori delle gesta del nazifascismo, e si accaniscono invece contro coloro che, non tradendo i valori della Resistenza, si dimostrano i più fedeli cittadini dello Stato. Sequestri di manifesti, divieti di manifestazioni, protestando la necessità dell’osservanza di norme mai prima di oggi applicate, dicono di una singolare incomprensione da parte di chi è preposto alla tutela dell’ordine pubblico, dello stato d’animo e dei diritti stessi di una popolazione, che non può tradire se stessa e venire meno ad una secolare tradizione di libertà.

Constatando questi fatti, il Consiglio federativo ligure della Resistenza richiama ancora una volta chi di dovere a considerare la situazione nella sua concreta realtà, ricordando che con la forza non si può contenere la cosciente espressione dello spirito di democrazia e di libertà, il solo in grado di assicurare ai popoli il loro pacifico divenire.

fonte “Le giornate di Genova” di Anton Gaetano Parodi

domenica 16 novembre 2014

Alluvioni e politica : da dove si riparte?


Gli eventi di ieri in Liguria credo che impongano più di una riflessione. Mai, credo, ci siamo sentiti così fragili e rassegnati all'evolversi dei capricci degli Dei falsi e bugiardi.
A sera resta la lettura del bollettino di guerra che parla di un morto, di sfollati, di famiglie isolate di miriadi di smottamenti e frane, nonché della paura che resta nei confronti di rivi e torrenti dal comportamento imprevedibile.
Se la pioggia c'é sempre stata nella storia dell'umanità, compresi gli eventi alluvionali, è anche vero che l'uomo ha imparato la convivenza con questi eventi curando argini e rispettando le aree in cui le acque sfogavano la loro irruenza.

Da un po troppi anni in virtù di una cultura “sviluppista” si è preteso di costruire in modo indiscriminato su un territorio sicuramente difficile come quello Ligure, tombando, deviando ma soprattutto impermeabilizzando con colate di cemento praticamente pressoché tutto il territorio regionale.
L'effetto di questa politica sono che in presenza di eventi a volte eccezionali, ma in virtù anche delle evidenti mutazioni climatiche, sempre più frequenti, il territorio Ligure reagisce con immancabili disastri con conseguente conta dei danni e purtroppo anche di vite umane.

E' evidente che questo sistema non regge più.

La risposta viene affidata alla politica, perché è la politica che determina come rapportarsi col territorio: se spremerlo come un limone sino alle estreme conseguenze o se, considerando che è un bene comune, risanarlo e utilizzarlo rispettosi delle sue dinamiche e delle sue esigenze.
La politica delle “Grandi opere” e della cementificazione selvaggia ha miseramente fallito e sicuramente serve un cambio di passo, una inversione di tendenza se l'obbiettivo è quello di restituire alle generazioni future un territorio in cui vivere, crescere, studiare e lavorare in sicurezza.

Nei giorni scorsi la novità che si è presentata nel quadro politico ligure è la candidatura di Sergio Cofferati. Novità in quanto dalle sue dichiarazioni la Liguria è in una situazione emergenziale a cui vanno date risposte che chi ha governato sino ad ora è impossibilitato a dare, risposte che ci riportino a “sicurezze” che oggi non ci sono evidentemente più.
Non essendo contenute all'interno di un “programma politico” le considerazioni di Cofferati restano sul piano delle enunciazioni che, per quanto significative, restano al momento attuale prive dei contenuti specifici sui quali confrontarsi, sui quali dissentire o condividere.

Penso che oggi esprimerci nei confronti di questa candidatura in termini di tifoseria, favorevoli o contrari, sarebbe un cattivo servizio al territorio al quale teniamo e a cui vorremmo dare un futuro diverso dal presente attuale, e, credo che ad oggi, la candidatura Cofferati possa rappresentare una risorsa nel momento in cui dipanati i contenuti, la visione futura possa indirizzarsi al riassetto idrogeologico, la messa in sicurezza e il rilancio del lavoro su tutto il territorio Ligure. Un patto sul territorio.


Questi sono gli elementi su cui oggi abbiamo il potere di ragionare e che come “Sinistra” dobbiamo avere il coraggio di affrontare “laicamente” senza preconcetti e senza interessate accondiscendenze.
Loris

venerdì 17 ottobre 2014

Quegli schizzi di fango...dettati dal partito del cemento



Ad oggi non esiste nessuna candidatura Sansa per le Regionali.
Sicuramente il gerundio presente (Burlando) in maniera preventiva cerca di spianare il campo spruzzando fango a possibili concorrenti alla candidata Raffaella Paita designata alla successione dell'attuale governatore.
L'ignobile attacco all'ex sindaco di Genova Adriano Sansa, addossandogli responsabilità sulla mancata realizzazione dello scolmatore del Fareggiano e conseguentemente la responsabilità delle vittime causate dalla sua esondazione è la coda di paglia di chi ha governato una regione cementificando selvaggiamente prediligendo le "grandi opere" a discapito delle tante "piccole opere" atte a risanare il territorio e a mettere in sicurezza rivi e torrenti in modo sistematico.
Non a caso l'amministrazione Sansa è ricordata come una esperienza non piegata ai "poteri forti" e ai condizionamenti di quello che allora era il precursore del PD, ne a quelle di autentici venti di cementificazioni di quando soffia il "Maestrale" , intesa come quella fondazione alla quale partecipano sia Burlando che Scajola. 
Sull'eventualità poi di una eventuale candidatura di Ferruccio Sansa penso sarebbe una ventata di novità ma con radici profonde non intaccabile dagli schizzi di fango da qualunque parte provengano.

venerdì 25 aprile 2014

BUON 25 APRILE

(Clicca sull'immagine per accedere alle diapositive)

... E 'l'odore del Lavoro Quello Che SI Sente Attraversando le officine. Quello dell'articolo 1 della Nostra Costituzione, quello delle deportazioni dei lavoratori Che Hanno difeso il Loro e Nostro Posto di Lavoro Venire "Bene Comune" per le GENERAZIONI Che sarebbero venute.
Una Resistenza Quotidiana ONU Difesa della Dignità di ONU Intero popolo.

BUON 25 APRILE


domenica 5 gennaio 2014

Genova, dove osare la speranza da corpo ai sogni


Non riesco a fingere un finto stupore al “nulla” che è seguito alla intelligente e capace sollecitazione di Curzio Maltese sulle pagine di Repubblica dal titolo “Genova, la nuova polveriera d'Italia dove muoiono i sogni e il futuro non arriva”.
E' innegabile come Genova sia sempre stata puntuale con la storia delle grandi mutazioni sociali e politiche del nostro paese, talmente puntuale da esserne in alcuni casi la precorritrice.
Questi mutamenti, però , hanno sempre avuto un reciproco avvallo tra gruppi dirigenti politici e blocchi sociali rappresentati.
Dal primo sindaco socialista di un Comune italiano (Carlo Canepa / Sestri Ponente oggi nella “grande Genova”) con lo sviluppo di quella che verrà definita “Aristocrazia operaia” che attraverso il proprio lavoro emancipava la propria soggettività sociale. Dalla lotta organizzata in città e fuori al fascismo, al contributo inestimabile nella scrittura e difesa della Costituzione attraverso dirigenti come Togliatti, Terracini o Dossetti o la risposta di massa alla deriva tambroniana con la compatta dirigenza della CGIL della Sinistra cittadina e dell'ANPI.
Per queste e altre ragioni, considero la comparazione di Genova a laboratorio politico appropriata e pertinente. Ma se per quanto concerne il passato tutto questo è vero, nonostante alcune , casualità politiche, oggi, questo concetto risulta assolutamente decontestualizzato dalla realtà genovese.
Il processo metodico di deindustrializzazione, oltre alla modifica di una vocazione economica della città, ha privato la città stessa di quegli attori sociali che furono i principali protagonisti dei laboratori politici dei cambiamenti nazionali.
Chi incautamente un mese fa affermava che il simil-accordo sulla questione AMT (Segretaria Camusso compresa) era una vittoria dei lavoratori dovrebbe spiegarci in cosa è consistita questa vittoria, se l'oggetto non erano le privitizzazioni ma una banale ricerca di efficienza nell'erogazione del servizio pubblico. Considero un'occasione perduta, il non aver messo in campo proprio nel contesto AMT la volontà di “andare oltre” e affrontare quel tipo di problematiche che rispondono a un autentico “piano sulla mobilità”, che non è e non può avere una visione locale, ma sicuramente nazionale con tutte le inevitabili interconnessioni europee. Questo avrebbe detto il “laboratorio Genova” di un po' di anni fa.
La stessa vicenda dell'ILVA di Taranto avrebbe avuto destini diversi se il “laboratorio Genova” fosse stato attivo. Genova è stata detentrice per anni del know how degli impianti siderurgici, Taranto stessa ha nei suoi impianti elevati coefficienti di genovesità. Mettere in rete quelle aziende che ancora, tra molte difficoltà, hanno competenze specifiche, forse avrebbe permesso di dare un contributo alla soluzione ambientale e nello stesso tempo occupazionale dove la PA doveva solo fare da collettore tra i soggetti produttivi e magari la regia ad un soggetto terzo come l'Università.
Una nota azienda genovese degli anni 70 e 80 esponeva un grande manifesto pubblicitario all'aereoporto con lo slogan...“...progetta a Genova e realizza nel mondo”, dietro quell'azienda ruotava una realtà di indotto locale e nazionale che teneva comunque alta l'incidenza economica e sociale che passava attraverso quell'azienda. Lo stesso sindacato, a torto o ragione, aveva assunto un ruolo “diverso” nel governo della gestione dei conflitti all'interno di quell'azienda e all'interno degli equilibri sindacali cittadini. Era una ulteriore voce di quel “laboratorio politico” che connotava la differenza di Genova.
Sarebbe un errore pensare che questo laboratorio abbia coinvolto solo una parte ben connotata politicamente perchè il coinvolgimento fu totale. Figure come il Cardinale Siri, che diventa perno di quella trasformazione nella gestione del porto dove il riferimento era il Console Batini o una figura come Baget Bozzo sono lo spessore di una città in cui anche le istituzioni con “parsimonia”, ma con un ritorno inevitabile, investono in quella che è la crescita culturale e politica di Genova consapevoli di far crescere il Paese.
E' evidente che oggi ci sono venute a mancare delle figure di primo piano come Don Gallo o Cerofolini o Ricci, ma è anche vero che la grande mancanza è per quei nomi che non sono mai stati alla ribalta ma hanno incessantemente tessuto quelle connessioni tra forze politiche, sindacali e territori. Due nomi per tutti : Franco Sartori, con la sua vivacità intellettuale e una visione del lavoro all'interno della città e Paolo Arvati, capace interlocutore e sollecitatore di tutto quanto era “sinistra” a Genova, dentro e fuori delle istituzioni.
Quanto scritto prima è una analisi del passato portata a comparazione con la desertificazione del presente.
Credo che il peggior servizio che possiamo rendere a Genova e non solo, è lasciare scorrere il fiume degli eventi senza avere il coraggio di calarci nella corrente limacciosa e dimostrare che sia le competenze sia la volontà di disegnare un futuro della città esistono e non sono una utopia.
Osare la speranza, come ripeteva Don Gallo non è un esorcismo ma un preciso bagaglio che molte teste pensanti devono accollarsi prima di rinchiudersi all'interno dei propri ambiti politici più consoni alla conservazione del nulla, diventando però con più o meno consapevolezza complici di una eutanasia di tutta la città senza più punti di riferimento a cui guardare.
Forse questo è un debito da onorare nei confronti di quei lavoratori che il 16 giugno 1944 subirono la deportazione in quanto operai genovesi o nei confronti di quei lavoratori del porto che impedirono che le mine tedesche compissero lo scempio del nostro porto.
Sono passati circa due anni da quando è iniziato il percorso che ha portato all'attuale amministrazione cittadina. In quel contesto credo che la componente “popolare”, i “rappresentati” abbiano dato una ulteriore prova di presenza e di volontà passata per le primarie e suggellata con l'elezione a Sindaco di Marco Doria. Credo che la ripartenza debba passare proprio dai protagonisti di quella “novità”, simile superficialmente, ma molto diversa dalle altre città che hanno espresso un sindaco che doveva essere frutto, più per il momento che non per l'effettivo contenuto, della così-detta cultura Arancione.
Credo che proprio dai componenti della maggioranza in Comune, uscendo dall'aula Rossa, “osare” la riappropriazione della politica, sia l'imperativo per tornare ad essere laboratorio dei cambiamenti e ritrovarsi a scrivere il futuro della città decontaminando il dibattito e la costruzione di questo futuro dagli interessi di gruppi di potere e da condizionamenti ideologici.

Dobbiamo provarci.

Loris Viari
Genova 5 gennaio 2014

sabato 27 luglio 2013

Genova, è scontro e rottura in Comune

Tra privatizzazione delle società partecipate e difesa dei "beni comuni"
Una  cosa è stata chiara fin dal momento dell’elezione del Sindaco Doria: il PD non era in grado di concepire che i rapporti di forza all’interno della maggioranza di centro-sinistra erano mutati rispetto alle amministrazioni precedenti dove, gli altri membri della maggioranza erano più simili ai soprammobili di casa, spolverati all’occorrenza ma non determinanti per le scelte strategiche della città.
Non è neanche un mistero che i “poteri forti” della città abbiano trovato una sinergia col PD entrambi accomunati dall’esigenza di conservare nei rispettivi ambiti il controllo politico, sociale ed economico della città stessa.
Se il sindaco Doria ha vinto le elezioni dello scorso anno è perché il fiducioso popolo votante vedeva in lui e nella sua lista l’apripista di un nuovo modo di gestire la politica e l’amministrazione genovese.
E’ con non poca amarezza quindi, che si assiste alla dichiarazione del fallimento del “pubblico” da parte del Sindaco per accondiscendere alle ripetute richieste di “privatizzazioni” delle società partecipate del Comune, stravolgendo il concetto di erogazione di “servizio pubblico” stesso, aprendo nelle forme più o meno invasive capitali privati, quindi per definizione alla ricerca di utili, indipendentemente dalla qualità e della quantità di servizi erogati.
Pensare ad Amiu  in parziale mano di privati, con lo spettro di sentirsi nuovamente aleggiare sulla testa possibili “inceneritori” non rasserena sicuramente gli animi, come non rasserena pensare che altri “beni comuni” possano diventare beni destinati a produrre profitti per pochi.
Per queste ragioni lo strappo che si sta consumando tra Sindaco e PD da una parte e lista Doria, SEL e federazione della sinistra dall’altra è il simbolo tra chi all’interno di una crisi sistemica sceglie il mercato con le sue esclusioni di porzioni di società e chi la soluzione la cerca salvaguardando il bene comune come patrimonio irrinunciabile del vivere e sostenere una città a misura dei suoi abitanti.

Le delibere sono il prodotto della condivisione di contributi e la mediazione tra le diverse posizioni all’interno della maggioranza che ha sostenuto l’elezione del Sindaco. Aver sposato la sola posizione del PD e aver permesso una ricomposizione in sede di commissione di una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne, da la cifra del livello di sbandamento che Sindaco e giunta hanno preso.
“E’ un fatto gravissimo che il Sindaco, ascoltando solo una parte della maggioranza abbia avvallato questo documento non concordato. Un atteggiamento davvero scorretto, che per quanto mi riguarda, potrebbe anche portarmi a riflessioni importanti” ha dichiarato al Secolo XIX il capogruppo della lista Doria Enrico Pignone.
Forse, aggiungo io, è giunto il momento di comprendere al di la di facili slogan chi è per i tanto declamati “beni comuni” e chi è per il “mercato”.
Loris


Link collegato

Maggioranza spaccata, Pignone: “Sul bilancio non faremo le ripicche come il Pd” | Notizie e video ultima ora dalla Liguria - TeleNord.

sabato 29 giugno 2013

giugno e luglio 1960 "...eccoli accanto alla nostra bandiera: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell'Olivetta e di Cravasco,..."

Parlando del 30 giugno 1960


…ho scolpito nella memoria in quei giorni di fine giugno, i cantieri edili deserti e, ragazzotti con le magliette a strisce che approfittavano di quel deserto per intrufolarsi e tagliare metri di tondino di ferro per avere qualcosa da utilizzare come proiettili per le loro fionde.
Genova Antifascista esce vittoriosa da quelle giornate, ribadendo la combattività e la compostezza di quel movimento, esattamente come 15 anni prima, si ripulì del ciarpame e mostrò fiera i suoi figli migliori, pronti a sacrifici pur di garantire libertà e democrazia.
Purtroppo i servi dello Stato dovevano sfogare la frustrazione di quella sconfitta, e pochi giorni dopo, a Reggio Emilia il 7 luglio 1960 e in altre parti d’Italia dove l’opposizione al governo Tambroni si manifestava pubblicamente, non esitarono a colpire in modo vigliacco braccianti e operai che si stavano riunendo pacificamente sotto le insegne della CGIL e delle organizzazioni partigiane uscite dalla Resistenza.
Sotto i colpi di arma da fuoco della polizia di Tambroni restarono 11 manifestanti. 
A Licata il 5 luglio cadde Vincenzo Napoli di 24 anni . A Reggio Emilia , fu un agguato premeditato che causò la morte sotto le pallottole dello Stato di Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli; tutti operai e comunisti.
A Palermo nei giorni successivi caddero uccisi dalla polizia Francesco Vella, Andrea Gangitano, Giuseppe Malleo, Rosa La Barbera. A Catania, massacrato dalle manganellate perì Salvatore Novembre.
Naturalmente se lo Stato non è ancora oggi in grado di giudicare se stesso, come dimostra la sentenza Cucchi, o ha serie difficoltà ad accertare e rispondere adeguatamente a responsabilità personali come si evince dai casi Diaz o Aldrovandi, negli anni 60 e in quelli successivi la magistratura si distinse per non accertare alcuna responsabilità, anche quando ci furono testimonianze precise che indicavano gli sparatori.
Loris

Un protagonista politico delle giornate di Genova fu il sempre più compianto Presidente della Repubblica Sandro Pertini che il 28 giugno del 60 a Genova, in Piazza della Vittoria pronunciò un comizio che chiamava a raccolta il popolo operaio e antifascista genovese .

"Gente del popolo, partigiani e lavoratori, genovesi di tutte le classi sociali. Le autorità romane sono particolarmente interessate e impegnate a trovare coloro che esse ritengono i sobillatori, gli iniziatori, i capi di queste manifestazioni di antifascismo. Ma non fa bisogno che quelle autorità si affannino molto: ve lo dirò io, signori, chi sono i nostri sobillatori: eccoli qui, eccoli accanto alla nostra bandiera: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell'Olivetta e di Cravasco, sono i torturati della casa dello Studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori. Nella loro memoria, sospinta dallo spirito dei partigiani e dei patrioti, la folla genovese è scesa nuovamente in piazza per ripetere "no" al fascismo, per democraticamente respingere, come ne ha diritto, la provocazione e l'offesa.......leggi tutto>>"



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In occasione del cinquantesimo dei fatti del 30 giugno, la Rai mise in onda il film documentario di Mimmo Calopresti "I Ribelli". Questo blog linkò immediatamente il file che era nell'archivio Rai in quanto è un documento di indubbia qualità sulla storia di quei giorni con autorevoli testimonianze.
Dopo pochissimo tempo però il file veniva rimosso dagli archivi Rai . Che la soppressione di questo documentario , in epoca berlusconiana non abbia implicazioni politiche, è difficile da digerire.
Aiutato da compagni ho reperito questi link che corrispondono al documentario scomparso.






Difendiamo la Costituzione

mercoledì 15 maggio 2013

Genova saluta le sue vittime


Oggi, 15 maggio, ci sarà l’ultimo saluto alle vittime del disastro della Torre di Controllo del porto di Genova.
Dal momento del disastro, guardare il porto incute sentimenti contrastanti, difficili anche da spiegare. Non è la prima volta che si contano dei morti su quell’area. Quelli che fanno più male in assoluto, sono quelli sul lavoro. Fanno male perché la cultura del lavoro e della solidarietà è stata per anni la cultura dei lavoratori del porto di Genova. Fanno male perché attraverso quella cultura il lavoro era elemento di emancipazione del lavoratore stesso perché diventava il diretto interlocutore con armatori, spedizionieri e quanti in quel porto creavano commercio, altro lavoro, altri traffici e faceva crescere di fatto l’economia della città e di tutto il Paese.
Le cose sono però mutate: alla storica autogestione dei portuali , attraverso la compagnia dei portuali, il “mercato” ha chiesto concorrenzialità, apertura a “imprenditori” privati e tempistiche e metodi di lavoro che guardano al profitto come unico fine.
Il porto non è mutato in questi anni, ma le navi si. Sempre più sovente anche per gli osservatori meno attenti, accade di rimirare autentici “colossi del mare” da un numero sconsiderato di ponti, adibiti al mercato crocieristico. Quello che è successo all’isola del Giglio è ancora davanti agli occhi di tutti. Per garantire il fondale adeguato, al porto di Genova, recentemente sono state fatte brillare delle microcariche per limare via scogli che hanno visto la navigazione nel porto di Genova sin dai tempi dei romani ma sarebbero potuti essere un problema per i “mercati” che trattano megamotonavi da crociera o portacontainer che più grandi sono e maggiori profitti riescono a movimentare e incassare.
Con non poco raccapriccio ho sentito il presidente dell’autorità portuale parlare di un ipotetico spostamento della diga foranea di 500 metri a mare, per consentire a navi come la Jolly Nero di poter navigare e manovrare con disinvoltura in quello che più che un canale di calma diventerebbe un “mare interno”. Il costo di questa operazione sarebbe tutto riversato sull’ ambiente, marino soprattutto, che sicuramente porterebbe ad una ulteriore riduzione degli arenili e il completamento di un esproprio progressivo di quello che è un “Bene Comune” come l’accesso al mare.

Ecco  il perché di una torre di controllo in un posto in cui non doveva essere, una nave che non doveva navigare tra i moli come un toro lambendo la muleta, e un porto che non poteva contenere nella piena sicurezza navi dalle dimensioni spropositate.
Con questa consapevolezza oggi saluteremo questi nostri morti sul lavoro, nostri perché appartengono a tutto il paese, appartengono al mondo che lavora, indipendentemente dal ruolo, dalla divisa o dalla provenienza geografica.
Per queste ragioni fanno ancora più male, perché su quella rotta, in quello spazio a condurre navi o a osservare da quella torre c’era il profitto.
Loris

Ricordiamoli:
Daniele Fratantonio, Michele Robazza, Marco De Candussio, Davide Morella, Sergio Basso, Maurizio Potenza,Francesco Cetrola, Gianni Jacoviello, Giuseppe Tusa,

venerdì 26 aprile 2013

Genova 25 aprile 2013 - Video



Per la sua attività antifascista la città di Genova è insignita, il 1° Agosto 1947, della medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione:

«Amor di Patria, dolore di popolo oppresso, fiero spirito di ribellione, animarono la sua gente nei venti mesi di dura lotta il cui martirologio è nuova fulgida gemma all’aureo serto di gloria della "Superba" repubblica marinara, i 1863 caduti il cui sangue non è sparso invano, i 2250 deportati il cui martirio brucia ancora nelle carni dei superstiti, costituiscono il vessillo che alita sulla Città martoriata e che infervorò i partigiani del massiccio suo Appennino e delle impervie valli, tenute dalla V zona operativa, a proseguire nell’epica gesta sino al giorno in cui il suo popolo suonò la diana dell’insurrezione generale. Piegata la tracotanza nemica otteneva la resa del forte presidio tedesco, salvando così il porto, le industrie e l’onore. Il valore, il sacrificio e la volontà dei suoi figli ridettero alla madre sanguinante la concussa libertà e dalle sue fumanti rovine è sorta nuova vita santificata dall’eroismo e dall’olocausto dei suoi martiri. 9 settembre 1943 - aprile 1945. »


Atto di resa

atto di resa In Genova, il giorno 25 aprile 1945 alle ore 19,30; tra il Sig. Generale Meinhold, quale Comandante delle Forze Armate Germaniche del Settore Meinhold, assisitito dal Cap. Asmus, Capo di Stato Maggiore, da una parte; il Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale della Liguria, sig. Remo Scappini, assistito dall'avv. Errico Martino e dal dottor Giovanni Savoretti, membri del Comitato di Liberazione Nazionale della Liguria e dal Magg. Mauro Aloni, Comandante della Piazza di Genova;

è s t a t o c o n v e n u t o :

1) Tutte le Forze Armate Germaniche di terra e di mare alle dipendenze del Sig. Generale Meinhold si arrendono alle Forze Armate del Corpo Volontari della Libertà alle dipendenze del Comando Militare per la Liguria.

2) La resa avviene mediante presentazione ai reparti partigiani più vicini con le consuete modalità ed in primo luogo con la consegna delle armi.

3) Il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si impegna ad usare ai rpigionieri il trattamento secondo le leggi internazionali, con particolare riguardo alla loro proprietà personale e alle condizoni di internamento.

4) Il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si riserva di consegnare i prigionieri al Comando Alleato Anglo-Americano operante in Italia.

5) La resa avrà decorrenza dalle ore 9 del giorno 26 aprile 1945.

Fatto in quattro esemplari di cui due in italiano e due in tedesco.


Remo Scappini     Meinhold   Errico Martino  Giovanni Savoretti  Mauro Aloni Asmus


giovedì 25 aprile 2013

25 Aprile 2013 - ...li è nata la nostra Costituzione

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione. »
(Piero Calamandrei, Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria, Milano, 26 gennaio 1955)

venerdì 19 aprile 2013

Antonio Ingroia a Genova il 22/04/2013

ANTONIO INGROIA A GENOVA il 22/04/2013 Questo video non è solo un semplice spot. Questo video vuole essere un piccolo omaggio a tutti coloro che da attivisti, amici o candidati hanno fatto la loro parte durante la campagna elettorale, vuole anche essere un tributo a chi ha combattuto e rischiato o perso la propria vita perchè noi tutti oggi potessimo essere qui per dire la nostra in democrazia. Grazie a tutti voi. (Video di Daniele Clementi)


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martedì 11 dicembre 2012

"Arancione" per rispondere al pensiero unico



L’evolversi della situazione politica ci impone delle riflessioni che investono inevitabilmente anche la politica locale, e credo che mai come in questo momento sia evidente come scelte importanti per Genova rischiano di essere prese in altri luoghi.
Il successo delle “primarie”, anche se giocato sull’equivoco “desiderio di partecipare” e “partecipazione” è comunque evidente, come è pure evidente che non sono uscite mai da una logica di “primarie del PD” senza mai entrare in una logica di “primarie di coalizione”, relegando la candidatura di Vendola ad una comprimarietà inadeguata, insufficiente e fortemente riduttiva delle aspettative di chi guarda ad una “sinistra arancione” fatta di cittadinanza attiva, associazionismo e mondo del volontariato.
Qualcosa più di un semplice rischio è che al termine della tornata elettorale nella sfera di influenza del “centrosinistra” ci si trovi di fronte ad un “pensiero unico” con una affermazione (salvo imprevisti di percorso) del PD importante ed una rosa di presenze di seconda fila relegati a frustranti quanto inutili testimonianze.
Localmente la depotenzializzazione dei risultati ottenuti alle precedenti amministrative diventerebbe evidente, e scelte e obiettivi importanti che hanno caratterizzato l’ala sinistra all’interno dell’attuale maggioranza cittadina difficilmente troverebbero sponda e sostenibilità. A rischio quindi, qualsiasi discussione su Gronda, mobilità cittadina privatizzazioni o ciclo dei rifiuti.
Genova, ancor più delle altre città come Milano o Napoli ha dato un segnale preciso verso la volontà di quell’ “arancione” all’interno del centro sinistra che possa determinare un cambio di marcia nel fare e concepire la politica. All’interno, e non alternativo al centrosinistra in quanto non l’ambizione ma il dovere è quello di governare. Governare per poter dare delle risposte a coloro che sono stati estromessi dai cicli produttivi o che hanno subito la precarizzazione del lavoro, risposte per la scuola che urla una dispnea culturale e risposte per tutti coloro che hanno visto tagliare sanità, pensioni e diritti ben oltre il limite di un paese che vuole definirsi civile.

Credo pertanto che il tentativo di unificare questo percorso da parte di tutte quelle componenti che sono già oggi presenti nel centrosinistra, includendo ulteriormente quelle realtà associative e di volontariato che fondano i valori e la propria azione nell’ambientalismo, nella solidarietà e nel pacifismo debba essere un dovere da percorrere per dare voce a coloro ai quali le politiche prima berlusconiane e poi di Monti, hanno tolto la possibilità di futuro, a Genova come al resto del paese.
Loris

domenica 12 agosto 2012

Partecipazione, La Nostra “Rivoluzione Democratica"



1) Perché nuove pratiche e nuovi linguaggi

Il nostro sistema politico è entrato in quella che si può definire una “crisi sistemica”, quelli che avrebbero dovuto essere degli anticorpi naturali, si sono rivelati per le ragioni più diverse a volte dei sollecitatori in questa stessa deriva. Partiti, leggi elettorali, governi tecnici e lo stesso parlamento svuotato delle sue stesse prerogative nella metodica legiferazione a botte di decretazione d’urgenza e fiducia.
In questa logica, quella componente (i partiti) a cui la Costituzione  dava la mediazione tra Stato e cittadini ha reagito autoreferenziandosi, perdendo quel rapporto rappresentativo verso quella che era la propria base elettorale. Sempre più sistemi lobbistici o gruppi di interesse diventano referenti elettorali e sempre meno il cittadino trova rappresentanza politica.
Dalla denuncia della “questione morale” di Enrico Berlinguer, passando per il craxismo, approdando a tangentopoli con episodi di “arresto della democrazia” come a Genova nel 2001 e degenerare negli eterni  conflitti di interessi il percorso non ha mai avuto momenti di “ripensamento”. I partiti hanno dato dimostrazione di non essere in grado di “autoriformarsi” e sempre più la ricerca è quella di “alleanze” che garantiscano “il controllo” che non i contenuti sui quale misurare le capacità progettuali dei modelli sociali.
Gli effetti di quanto descritto sono evidenti a tutti: antipolitica e disinteresse che si manifesta in astensionismo. Le vittorie, spesso e volentieri, sono assegnate per abbandono, e a governare, dai Municipi al Governo, restano spesso “minoranze” poco significative commisurate ai cittadini in età elettorale.
E’ Gramsci che nell’aprile del 21 sull’”Ordine Nuovo” denuncia come l’antipartito ha aperto le porte al fascismo “...identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato". Per questa ragione l’impegno deve essere profuso per un riavvicinamento alla politica  da parte dei cittadini per ridare  un’etica alla politica.

2) Quale strada percorrere coerenti con la Costituzione

A fronte di un quadro politico così desolante il quesito da porsi è verso quale sistema politico rivolgere i nostri pensieri e se la nostra stessa Carta Costituzionale risulti adeguata considerando i risultati attuali.
Anche in questo caso i Costituenti si mostrarono lungimiranti, e in quelle poche righe dell’art.3 confermano l’attualità di quel patto.:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Sicuramente non conoscevano gli attuali sviluppi della “democrazia partecipativa” nelle diverse declinazioni e dei suoi percorsi di istituzionalizzazione, sicuramente però avevano compreso e ci comunicavano che l’azione partecipativa era il fulcro su cui l’impianto stesso del sistema politico della “Res Publica” si fondava.
La  “Nostra Rivoluzione” pertanto, sarà compiuta non solo nel momento in cui saremo stati in grado di attivare nei vari livelli della discussione e deliberazione processi di democrazia partecipativa , ma, quando questo processo diverrà culturalmente egemone.
Riappropriazione quindi da parte dei cittadini della possibilità di partecipare attivamente alle scelte del paese con il proprio contributo attivo.
Se i partiti non sono stati in grado di autoriformarsi la riforma deve comunque avvenire, e dal basso, esternamente e con i partiti, perché proprio per il mandato che gli è stato conferito dalla nostra Costituzione l’ultima deliberazione rimane voce della  politica .

3) Proiezione su Genova

Come in altre città Genova è stata protagonista di una mutazione nelle aspettative dei cittadini nei confronti della propria amministrazione.
Anche se in una situazione di evidente minoranza, rispetto al corpo elettorale le condizioni sulle quali riflettere rispondono a grosse potenzialità, proprio nel recupero di quella parte di “città” disillusa e potenzialmente “contro” a prescindere.
All’elezione del Sindaco Marco Doria ha concorso un entusiasmo diffuso di individui molti dei quali al di fuori delle strutture dei partiti. Dopo la disillusione del post -“Sinistra Arcobaleno”  in molti e non necessariamente strettamente legati all’ambito della sinistra hanno individuato un segnale di potenziale cambiamento, che calato in una realtà governata da anni di un certo “centro-sinistra” può dare una svolta alla stessa cultura politica di questa città.
Non è casuale che un capitolo a parte del programma di Marco Doria sia stato dedicato alla “Partecipazione”, ed è evidente che questo processo non può e non deve, per quanta buona volontà possa essere, gestita e calata da un solo soggetto come il Sindaco che in considerazione dell’importanza del tema ha voluto mantenere per se la delega.
Occorre a questo punto attuare quel programma, che vuol dire dalla teoria passare al concreto confronto sia sulle “tematiche” vive dei territori (municipi),  sia sul come interreagire tra cittadinanza attiva e istituzioni, affinché il processo non risulti strumentale e finalizzato ad ingabbiare scelte decise in altre sedi.
Chi in prima persona ha appoggiato quel programma, ha il dovere di mettersi in gioco, attraverso le forme opportune affinchè quel programma sia attuato, senza scorciatoie e/o strumentalizzazioni, perché ciò non solo non favorirebbe le aspettative, ma, darebbe un segnale di inaffidabilità che ricadrebbe in modo fin troppo generico su tutti quanti hanno sostenuto il rinnovamento e inevitabilmente alimenterebbe il sentimento dell’ “antipolitica”.


Genova 12-08-2012      

giovedì 9 agosto 2012

Verità - Agnoletto , Canterini....e i Giudici - doppia intervista televisiva

Le verità, le omissioni, l'omertà di quelli che sono stati e sono pezzi dello stato. Incredibile confronto tra chi dirigeva il reparto che fece irruzione alla scuola Diaz e il portavoce del Geona Social Forum. Ristabilite pertanto alcune verità giuridiche resta aperto oggi più che mai il capitolo di chi ebbe in quel frangente le responsabilità politiche. Il fatto di avere avuto un premier come Berlusconi sicuramente non ha mai favorito quella ricerca di verità politica e rimane avvolto nell'interrogativo il ruolo di Fini come vicepremier nella cabina di regia del comando dei carabinieri. Su Genova 2001 le responsabilità sono da ricercarle però anche tra chi barattò una certa real politik tirando un colpo di spugna sulla commissione parlamentare d'inchiesta a fronte di contropartite di difficile definizione ma di devastante risultato.


martedì 31 luglio 2012

Buongiorno,
sono la sorella di un disabile domiciliato al Centro della ASL3 sito all'interno dell'ex area di Quarto, in via Maggio. Vorrei portare a conoscenza la situazione che si sta creando in seguito alla vendita da parte della Pubblica Amministrazione dell'area citata. All'interno della vasta area, parco ormai da anni abbandonato, numerosi immobili da ristrutturare, alcuni invece ristrutturati da poco tempo (non saprei dire con quale fine logistico), si trovano anche alcuni servizi della ASL3.
In particolare il centro citato all'oggetto che si occupa di handicap molto gravi.
Si tratta di una struttura di eccellenza della sanità pubblica. Nel corso di tutti questi anni, con la collaborazione di tutti, siamo riusciti a realizzare una struttura che consente all'utenza che ne usufruisce  di condurre ,malgrado il  grave handicap,  una vita "dignitosa".... !
Il servizio si occupa di circa 15 ragazzi con handicap molto gravi che risultano domiciliati al suo interno con una assistenza da parte degli operatori  degna di nota ( igiene personale costante ed adeguata, particolare attenzione non solo ai problemi motori ma anche psicologici e di  relazione con attività adeguate). Il centro  inoltre offre un servizio  quale "struttura di appoggio"  alle famiglie, in caso di situazioni improvvisamente critiche, volta all'assistenza per periodi brevi .
Tale servizio di emergenza risulta fondamentale per le famiglie.
Infine, di pari rilievo , il servizio  diurno dove ragazzi con handicap  anche meno gravi (in alcuni casi prevalentemente psichiatrici) svolgono attività giornaliere volte anch'esse alla socializzazione ed al recupero. Vorrei far notare come si tratti dell'unica struttura per handicap gravi presente nella ASL3 e, soprattutto, come non sia possibile  prevedere un  passaggio di tale servizio a strutture private in quanto il livello di assistenza necessario in questi casi non consente al "privato - convenzionato"  la gestione  del servizio all'interno dei costi stabiliti. Credo che mai come in questo caso, sia  palese la validità del servizio "pubblico", in quanto l'assistenza necessaria non può  consentire  un "profitto"  neppure in termini di  onesta retribuzione per un privato corretto e ligio ai propri impegni. Vorrei, infine, precisare che a mio giudizio la scelta della Pubblica Amministrazione di vendere l'area  dell'ex manicomio di Quarto non mi trova del tutto in disaccordo.
Purtroppo, data la condizione finanziaria attuale dell'ente locale, i costi di manutenzione della zona sono talmente elevati che, ripeto, non mi scandalizza la scelta fatta. uello che però non sarebbe assolutamente accettabile è l'eventuale scelta, nell'ottica di una nuova ubicazione del Centro, di una cambiamento del livello di assistenza o peggio della fine del servizio da parte della ASL3.
Ripeto questo sarebbe vergognoso !!
Nel quadro di una  ristrutturazione del servizio territoriale complessivo della ASL, credo che questo centro non solo sia da salvaguardare ma debba diventare un punto di riferimento  e possa contribuire seriamente ad aggregare e potenziare servizi di alto livello di assistenza, proprio per la sua specificità.
Chiedo a tutti un aiuto, l'interessamento da parte vostra come Consulta, per la verifica delle decisioni già prese e per un contributo fattivo  al fine di una corretta conclusione. Grazie, se possibile tenetemi informata,
Maria Teresa Roatta
clicca sull'immagine

martedì 24 luglio 2012

Un momento di attenzione, prego: SALVIAMO LA "COLLINA DEI MATTI" - Bastano cinque minuti di lettura e una mail di sostegno



vi preghiamo di concedere al problema di Quarto pochi minuti della vostra attenzione: se condividete il contenuto del documento seguente, inviate una mail di assenso all'indirizzo in calce (basta una riga con il vostro nome a sostegno della causa). ... e cliccate su mi piace1  :)
G R A Z I E



Documento costitutivo del “coordinamento per Quarto”

L'ex manicomio di Quarto è stato costruito nel 1894 sul luogo in cui sorgeva Villa Isola, di proprietà della Famiglia Spinola, e andava a sostituire il precedente ospedale per infermi di mente. Dopo la chiusura è stato destinato ad altri usi, fra cui uffici ed ambulatori della locale ASL. Un luogo storico, ricco di memoria, ma ricco di grandi potenzialità, teatro di rivoluzioni nel campo della Salute Mentale, che ancora oggi ospita 80 pazienti e diversi presidi socio-sanitari, inoltre accoglie una importante Biblioteca per la Salute Mentale, l’Istituto Museo delle Forme Inconsapevoli, il Centro Basaglia, il Centro Diurno Il Girasole, il Centro Diurno Disabili, la Scuola Elementare e Media Barrili, il Centro per l’Alzhaimer, il Centro per i Disturbi alimentari e tante altre attività. Dal punto di vista architettonico-urbanistico è preziosa isola verde con enormi spazi ancora da utilizzare.
Guardiamo questi palazzi sognando quello che potrebbero accogliere, un luogo dove portare la bellezza, unica vera cura possibile contro la sofferenza che ormai appartiene a noi tutti.

Le potenzialità di questo posto sono enormi.

Facciamolo rinascere! Potrebbe diventare una cittadella per la salute, la socialità, il lavoro, per l’arte e la cultura, essere luogo di ricerca, punto d'incontro e condivisione di realtà differenti che ora più che mai hanno bisogno di lavorare vicine e di avere un loro luogo per crescere.

Sull'intero complesso incombe, invece, la vendita con la conseguente dismissione di tutte le attività compreso l’allontanamento imposto alle ottanta persone che vivono ormai lì anche da più di trent’anni.

Con tutta probabilità è prevista l’edificazione di residenze private o l'ennesimo centro commerciale. Spazi rivolti all'interesse remunerativo del singolo, non-luoghi che aumentano l'alienazione e la compulsione della collettività.

* è importante che i pazienti continuino a vivere dove hanno ormai radicato i loro riferimenti; alcuni vivono a Quarto da più di trent’anni e spostarli attraverso una gara o un atto amministrativo vuole dire tradire queste persone nei loro diritti e rimettere in crisi la loro salute;

* diamo valore alla prospettiva riabilitativa della salute mentale, nella dimensione del bene comune, nella dimensione del servizio pubblico;

* la Biblioteca Psichiatrica e L’Istituto delle Forme Inconsapevoli con il Mueseoattivo, devono rimanere dove sono, a testimoniare e a rinnovare la memoria, il lavoro e la cultura relativa alla storia che ha permesso di trasformare la "collina dei matti";

* la cessione del patrimonio pubblico dell’ex OP di Quarto cancellerebbe la memoria di questi luoghi. Per questo vorremmo conoscere le ragioni che rendono tale ipotesi economicamente vantaggiosa per la collettività;

* c’è bisogno di andare oltre alla sola prospettiva economica, dobbiamo imparare a progettare i beni comuni attraverso la loro complessità, attraverso la ricchezza che tale complessità comporta.

Per questo proponiamo di guardare oltre le mura dell’ex OP di Quarto, alle altre proprietà pubbliche contenitori di servizi alla persona. E’ possibile immaginare il trasferimento all'interno del complesso di Quarto dei diversi presidi socio-sanitari, oggi collocati sul territorio del Levante, in sedi difficilmente accessibili? E’ possibile pensare di mettere in vendita queste altre sedi?

In questo modo Quarto potrebbe diventare un modello di gestione efficace delle risorse, e nel contempo, sarebbero garantite le necessità di bilancio da destinare alla salute di tutti i Cittadini.

Difendiamo questa realtà, punto di riferimento per il territorio del Levante e per l’intera città.


oltreilgiardino.ge@yahoo.it




Attendiamo il vostro sostegno! Seguiranno altre comunicazioni sotto forma di note e/o eventi!

Non vi stancate, per favore, e passate parola!



Ogni amico=tanti amici: creiamo un grande movimento per la salvezza della collina! Condividi

sabato 30 giugno 2012

30 giugno 1960 - le giornate di Genova - Pagine di Storia

Ricordare il 30 giugno e le giornate del luglio 1960 può risultare un esercizio retorico di memoria di un clima politico, etico e morale che oggi non trova riscontri. Credo pur tuttavia che guardare a distanza di 52 anni a quegli avvenimenti risulti un necessario monito a tutti coloro che in modo, spesso spregiudicato, si affacciano alla politica confidando nei buoni auspici della comunicazione mediatica e degli effetti speciali.
I moti Genovesi, i morti di Reggio Emilia e in Sicilia del giugno-luglio 60 sono il tributo di un movimento che rifacendosi ai valori della Resistenza ci ha consegnato un paese da ricostruire materialmente e culturalmente dopo il disastro del Fascismo.

Se oggi siamo nelle condizioni di dover nuovamente ricostruire materialmente e culturalmente il nostro paese soggiogati da poteri economici nazionali e sovranazionali è perchè troppo spesso siamo un popolo senza memoria.


(tratto da "Le Giornate di Genova" di Anton Gaetano Parodi - Editori Riuniti)

...Ai piedi delle lapidi del Sacrario dei Caduti montagne di garofani rossi. Dall'alba la "giornata dell'antifascismo" si è annunciata con i fiori, che da tutti i punti della città, anche dalla lontana periferia, affluiscono, nell'ininterrotto pellegrinaggio di uomini e di donne, al Sacrario. 
La città si è destata sotto un cielo chiaro e terso. Ma è sembrata riluttante ad iniziare la solita operosa vita quotidiana. 
Scarsi gli automezzi che circolano per le vie del centro. 
Nel corso della notte sono giunti rombando lungo la camionale Genova-Serravalle colonne di gipponi carichi di agenti. 
Altri rinforzi sono giunti dall'Aurelia. I fascisti hanno fatto correre la voce di avere tremila uomini armati pronti a dar battaglia e altri settemila che in meno di un' ora possono accorrere in città. Di certo si sa soltanto che i delegati fascisti hanno cominciato a giungere e sono alloggiati nei principali alberghi cittadini. Qualcuno tra essi con la prima colazione ha ricevuto un messaggio che non è affatto augurale: "Carogna, vattene da Genova". Altri nel riporre i loro abiti hanno trovato incollato dietro le ante degli armadi biglietti sui quali è scritto: "A Genova non c'è posto per i massacratori fascisti". Nella città e nelle delegazioni operaie non un sintomo di nervosismo. 
Neanche quando arriva la notizia di concentramenti di bocche da fuoco sulla piazza di Granarolo. Non è la prima volta che la città vive sospesa al filo di una tale minaccia. 
Il prefetto Garroni, nel 1900, aveva fatto puntare i cannoni sul porto, su Sampierdarena e su Sestri; nel 1945 il Comando nazista pretendeva di poter lasciare incolume con le sue truppe la città minacciando, in caso di un attacco partigiano, la distruzione di Genova ad opera delle batterie piazzate su Monte Moro e sulle altre alture. 
La mattina del 30 giugno trascorse in una atmosfera tesa, ma senza una incrinatura. 
Alle 14 si iniziò lo sciopero generale proclamato dalla C.C.d.L.: un momento intensissimo quello in cui, aperti i cancelli delle fabbriche, il numero crescente di lavoratori che si riversano per le strade testimonia che la classe operaia genovese ha accolto come un sol uomo l'appello alla lotta dell'organizzazione sindacale unitaria appoggiato da una dichiarazione comune dei cinque partiti democratici. 
I servizi tranviari sono stati protratti fino alle 15 per consentire ai lavoratori di raggiungere il centro della città. Vetture tranviarie, autobus e "celeri" dalle 14 in poi sembrano viaggiare stracarichi di passeggeri a senso unico dalle delegazioni a Principe. 
Il concentramento è stato fissato in piazza Dell’Annunziata. Da li si muoverà un corteo che raggiungerà il Sacrario dei Caduti, dove montano per primi la guardia d'onore i membri del CLN Liguria e i comandanti partigiani con i gonfaloni di Torino e di Genova. 
Il corteo lascia piazza dell'Annunziata alle 15,30. Lo guidano i capi della Resistenza genovese e italiana, il primo presidente onorario della Corte di Cassazione, Domenico Peretti Griva, la vedova del gen. Perotti, il prof. Tubino, presidente dell'Associazione dei familiari dei caduti di Torino, dirigenti sindacali e politici, deputati e senatori e avanti tutti i gonfaloni di Novara, La Spezia, Reggio Emilia, Sestri Levante e il medagliere partigiano della città di Cuneo. Uno spettacolo di forza impressionante; indescrivibile, il corteo si ingrossa via via, diventa un fiume, un mare di uomini, di donne, di giovani, una colonna lunga oltre due chilometri: centomila genovesi, centomila voci che intonano l'inno di Mameli, un coro possente. I partigiani con il bracciale tricolore si danno la mano formando una catena interminabile lungo i margini della marea avanzante. La parola d'ordine è quella di evitare qualsiasi provocazione e di non fornire alcun pretesto alle forze di polizia presenti. 
Una lunga colonna di camionette, completata da due idranti, occupa il lato di piazza De Ferrari, prospiciente la società Italia; qualcuno riconosce il funzionario che la comanda, il 
dottor Curti, che l'on. Adamoli denunciò alla Camera per violenze anti-operaie e non può non avvertire una vaga inquietudine. 
Agenti di polizia sono dislocati attorno ai cantieri delle imprese che stanno costruendo i sottopassi di piazza De Ferrari, altri tra le macerie di Piccapietra, l'antica Portoria, dove sorgerà un nuovo quartiere, persino sui muri già demoliti a metà o appena eretti, dal basso sembrano soldati nazisti tra le macerie di una città conquistata, altri ancora distesi a cordone sul terrazzo della Chiesa di S. Stefano che guarda dall'alto via XX Settembre, numerosi reparti con automezzi stazionano sul Ponte Monumentale. La presenza di così ingenti forze di polizia mentre sta manifestando a Genova e in Italia l'antifascismo non ha soltanto il sapore di una provocazione ordita ad arte, ma di una scelta fatta dai responsabili della vita nazionale, dai dirigenti, ministri e non ministri, del partito della Democrazia Cristiana. 
Imperioso sorge il ricordo di quanto avvenne nel 1922 con l'acquiescenza, dapprima, e la collaborazione, poi, dei "popolari" al primo gabinetto Mussolini e poi la fine delle libertà per tutti, anche per i "popolari". L'on. Tambroni non è forse un "popolare" che rinnegò la propria fede politica e in una ormai famigerata e nota lettera a Mussolini si prosternò al duce del fascismo? La minaccia fascista è ormai nelle cose, negli uomini, nei fatti. La minaccia fascista è lo stesso governo DC-MSI che fa circondare da un esercito di poliziotti una manifestazione chi: si richiama alla Resistenza e chiede il rispetto della Costituzione. 
Il corteo prosegue ordinato, dilaga per via XX Settembre, arresta dinanzi al Sacrario dei Caduti, vi depone il proprio omaggio e prosegue per piazza Della Vittoria. Il segretario della C.C.d.L. Pigna pronuncia un discorso in cui afferma che la classe operaia genovese non permetterà ai relitti della sanguinosa avventura mussoliniana di rimettere piede nella città che li ha scacciati il 25 aprile. Alle 19, annuncia Pigna, è convocato l'Attivo sindacale della Provincia per decidere le ulteriori manifestazioni di lotta. 
Centomila persone cominciano a disperdersi, migliaia risalgono via :xx Settembre per portarsi in piazza De Ferrari e di lì a Caricamento, ai capolinea tramviari.

Piazza De Ferrari è di nuovo gremita. Sono le 17 quando, come scrissero l'indomani i giornali, all'improvviso si scatena l'inferno. Le camionette della "celere" aggrediscono i manifestanti con violenza mentre gli idranti cominciano a vomitare acqua. I comandanti partigiani presenti cercano inutilmente di evitare ciò che sta accadendo. Gli aggrediti sono giovani già provati il 25 giugno, e uomini di tutte le età e di tutte le professioni; la reazione comune è analoga, immediata. Una prima camionetta viene rovesciata e incendiata dinanzi alla sede della Società Italia, una seconda nel centro di Piazza De Ferrari, una terza all'imbocco di via Roma. Nove automobili private colpite dalla bombe lacrimogene vengono avvolte dalle fiamme. Le vie laterali a piazza De Ferrari e i vicoli di porta Soprana sono disselciati. I dimostranti rispondono con la violenza alla violenza, ma rivelano di saper distinguere, anche quando l'ira divampa più alta, tra i mandatari e gli esecutori degli ordini: numerosi agenti feriti sono soccorsi e caricati sulle ambulanze dagli stessi antifascisti, un ufficiale colpito cade nella vasca piena di acqua che è al centro di piazza De Ferrari e viene tratto in salvo da alcuni giovani. Altri giovani scortano oltre il luogo dove infuria la mischia un Capitano dei Carabinieri trovatosi isolato e lontano dai propri uomini. 
Sono queste, assieme a tante altre, le cose che né l'on. Tambroni, né l'on. Spataro hanno potuto dire in Parlamento. 

Essi non hanno potuto dire, perché le alte gerarchie ecclesiastiche e gli americani che ne hanno appoggiato il governo lo impedivano, che la battaglia antifascista di Genova ha avuto il suo centro di irradiazione sul Sacrario dei Caduti Partigiani, che da questo Sacrario, queste lapidi sono state per giorni e giorni la meta dei democratici genovesi, liguri, italiani, che ad esso si sono diretti tutti i cortei, ogni giorno, come al luogo dove il patto della Resistenza rivive nel non retorico sacrificio dei morti. Tambronì e Spataro non hanno potuto e voluto dire quanti fiori mani di donne di tutte le età, vi hanno deposto, ad ogni ora, in ogni minuto delle giornate di giugno, quante madri, quante sorelle e quante spose hanno attinto a queste lapidi la certezza della giusta lotta dei loro mariti, padri, fratelli. 
Questi rappresentanti di un mondo che crolla, ovunque ancora impone il suo sistema, che dalla Corea , alla Turchia, al Giappone, all'Africa è chiamato alla resa dei conti dalla nuova dignità umana dell'Era del Socialismo e degli Sputnik, hanno dovuto nascondere le proprie vergogne e le proprie colpe dietro il consunto paravento dell'anticomunismo. 
Dieci morti per le strade d'Italia rivestono di tragico le menzogne della "rivoluzione comunista" fallita, degli "attentati comunisti" alle istituzioni democratiche dette da uomini che, al fianco dei fascisti, si sono messi fuori e contro le norme costituzionali. 
Si legga l'elenco degli arrestati delle "giornate genovesi", essi rappresentano tutte le professioni e tutti i mestieri. E si rileggano le dichiarazioni governative rese ai due rami del Parlamento e appariranno, crudele ormai, il paradosso di una "rivoluzione" disarmata, ed eroica la realtà degli antifascisti, comunisti, socialisti, repubblicani, socialdemocratici, senza partito, inermi contro i bastoni e i mitra della polizia. 
Alle 19 la battaglia sta assumendo proporzioni allarmanti. Un parlamentare comunista, l'on. 
Adamoli, tenta di mettersi in comunicazione con la prefettura e la Questura. Un funzionario gli risponde che è "necessario dare una lezione". Alle 20,30, mentre su tutto il centro cittadino grava una pesante nube di gas lacrimogeni e alte colonne di fumo si levano dagli automezzi incendiati, gli appelli al buon senso hanno finalmente buon esito. 
Il presidente dell'ANPI, l'ex partigiano "Gregori" Giorgio Gimelli, a bordo di un'auto sulla quale viaggia anche un funzionario di polizia, raggiunge la zona degli scontri. Dall'alto della stessa automobile "Gregori" parla ai dimostranti. E' sufficiente la sua voce, la voce di un comandante partigiano, l'impegno che le forze di polizia saranno ritirate, per avviare a normalità la situazione. Nulla sarebbe accaduto se la polizia non avesse aggredito gli antifascisti. Ma forse più che di una aggressione si è trattato di un collaudo della propria efficienza in vista delle prossime 48 ore. Un collaudo costato caro: centosessantadue tra funzionari, ufficiali e agenti della "Celere" feriti o contusi, una quarantina di dimostranti feriti, di cui nove ricoverati, un centinaio di fermi che durante la notte si dimezzano. 
Nel centro della città l'aria è ancora irrespirabile per i gas lacrimogeni e piazza De Ferrari ingombra di carcasse annerite di camionette e automobili, di sassi, di putrelle di ferro e di travi, è la scena non ancora deserta della battaglia non ancora conclusa, quando nel salone della Società di Cultura, in via G. D'Annunzio, dinanzi ad un pubblico foltissimo, il primo presidente onorario della Corte di Cassazione, Domenico Peretti Griva, documenta, sulla base della XII disposizione, l'anticostituzionalità del MSI. Dalla Società di Cultura, che nei giorni precedenti è stato un attivo centro antifascista, parte la notte stessa, diretto all'ono Gronchi, un telegramma che chiede la messa al bando del partito esaltatore dei carnefici nazifascisti. 
Anche a Torino, la stessa sera, la polizia carica i partecipanti ad una manifestazione antifascista. 
I fatti di Genova hanno una immediata eco alla Camera. La seduta, nonostante l'ora tarda è ancora in corso, quando l'on. Natta, informa dell'accaduto i deputati presenti. I parlamentari si levano in piedi e gridano: 
"Viva Genova!". 




testimonianza di Giordano Bruschi






















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